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Rivista n. 4 Settembre-Ottobre - 2007
Il bimbetto dove lo metto
di Esther Weber

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“Il mio bambino vuole sempre stare in braccio!” “Si addormenta in braccio, ma appena lo metto giù si sveglia e piange.” “ Se lo tiro su e lo tengo in braccio si calma e si riaddormenta”. Affermazioni di questo tipo sono molto frequenti tra i genitori e spesso sono espressioni di disagio e fatica di fronte al figlio che esige contatto. Ma questi bambini sono eccezionalmente esigenti? E se i bambini che esigono di stare in braccio avessero un comportamento del tutto fisiologico?
Ci siamo mai domandati se le cure di maternage europee, dove contenitori come il lettino, la carrozzina, il box, la sdraietta e il seggiolone, fanno parte del corredo obbligatorio ed indiscusso, non impongano ai nostri neonati una notevole capacità di adattamento a condizioni innaturali?

Un cucciolo da portare. Secondo la biologia comportamentale il cucciolo d’uomo è un “portato attivo” (in tedesco: aktiver Tragling), che alla nascita dispone di riflessi e comportamenti che lo predispongono a stare sul corpo dei genitori e ad essere portato da loro. Ciò significa che nasce con “l’aspettativa” di ritrovare la dimensione di “portato”: il contatto con il corpo dei genitori, sicurezza tangibile e concreta e primo terreno di esperienze plurisensoriali, che coinvolgono il tatto, l`olfatto, l`udito e la vista, il movimento e il ritmo, stimoli vestibolari e propriocettivi, è condizione che favorisce la sua crescita anatomica (maturazione delle anche, sviluppo della postura), neurologica (sviluppo cerebrale), motoria, linguistica, psichica (attaccamento, sviluppo della fiducia di base) e sociale. Ci sorprendiamo allora che il bambino reclami ed esiga con più o meno veemenza queste condizioni favorevoli?

E i genitori? Si aspettano invece un bambino che stia tranquillamente separato da loro per la maggior parte del giorno e della notte: che mangi e dorma, che abbia ritmi precisi, che si adatti facilmente all’attrezzatura comprata appositamente per lui, che stia nella carrozzina, che dorma nella culla, che non pianga, che stia in braccio a tutti, che si autoconsoli, che si autoaddormenti, “che faccia la nanna”. Aspettative che non corrispondono a quelle del bambino: da qui un conflitto che fa disperdere una grande quantità di energia ad entrambi.
Perciò portare il bambino con un supporto adeguato (vedi box) diventa un “ponte” che aiuta genitori e bambini ad incontrarsi (e ad ascoltarsi), accettando e rispettando le “aspettative” di entrambi. Su questo ponte il bambino si trova rispettato e accettato nella sua natura di “portato” e nei suoi bisogni di contatto, movimento, contenimento e legame, e il genitore, con il bambino contenuto (e perciò anche contento) e consolabile vicino a sé, si sente competente per il suo benessere, libero e rispettato nel proprio bisogno di fare anche altre cose, oltre a tenerlo in braccio. E scopre serenamente una nuova vita: “insieme”, anziché “nonostante” il bambino.

Il “supporto” non basta. Portare, sebbene sia una pratica antica, nella cultura europea è una modalità nuova che spesso non viene condivisa dal proprio ambiente. “Lo vizierete!” si sentono dire i genitori che portano i loro bambini addosso. Quindi oltre alla fatica (perché portare è faticoso), i genitori devono confrontarsi con i condizionamenti provenienti da chi dubita della loro competenza genitoriale. “Povero bambino, sicuramente gli fa male essere portato così. Vedi come sta stretto! Certamente sta soffocando”. Queste affermazioni sono prive di fondamento scientifico, ma sono difficili da sradicare, nonostante molti dati e ricerche confermino la fisiologia del portare.
Inoltre portare è faticoso, non solo fisicamente, ma soprattutto a livello emotivo. La maggioranza dei genitori di oggi è stata cresciuta con le modalità di non-contatto e di separazione precoce: le loro esperienze primarie possono riattivarsi e rendere difficile l`ascolto e la “sop-portazione” del proprio bambino. È più faticoso tenere il proprio neonato “a contatto” se non si è stati tenuti in braccio da piccoli. Proprio quando si sceglie di portare in modo consapevole ed esplicito (con un supporto adatto), è importante ascoltare e rispettare i propri limiti fisici e psichici. Mai si dovrebbe portare sulla base di una “ideologia del contatto 24 ore su 24”. Nelle società tradizionali, dove il bambino sta continuamente a contatto, nessuna madre è sola ma ha il sostegno di tutta la comunità attorno; del bambino piccolo si occupano così a volte una ventina di persone. Nella nostra società tutto il peso invece grava sulle spalle dei genitori e spesso della madre: è indispensabile che i genitori che portano si riforniscano e si ricarichino periodicamente attingendo a delle fonti di energia e di tempo per sé.
Infine, portare non è una bacchetta magica o una ricetta per far tacere il pianto del proprio bambino; infatti ci sono bambini che piangono molto e spesso nonostante siano portati e abbiano dei genitori molto disponibili ed attenti ai loro bisogni.
Portare è un supporto alla relazione che si basa sull`ascolto reciproco (e solo così funziona), una relazione che va impostata e calibrata individualmente per trovare la vicinanza giusta e la distanza necessaria a seconda del momento. In questo senso è un modo per conoscersi e per crescere, per fare, letteralmente e spiritualmente, strada insieme. Una strada che porterà probabilmente, a suo tempo, ad una maggiore sicurezza e autonomia del piccolo quando sarà il suo momento di “partire”, e ad una fiducia più radicata dei grandi quando dovranno “lasciarlo andare”.



NON SOLO MARSUPI
Fascia lunga, fascia elastica, marsupio, zaino, amaca: tutti strumenti semplici che consentono di portare a contatto con il proprio corpo, bambini fino all’età in cui possono camminare. Si trovano in vendita nei negozi di articoli per l’infanzia e su internet; ma non è difficile realizzarli semplicemente con il “fai da te”: basta una striscia di stoffa resistente e lavabile, di lunghezza variabile fra 2,5 e 5 metri, a seconda della taglia del genitore, della larghezza di 70 cm, con i bordi a doppia cucitura: la mamma (o il papà) imparerà presto come legarla intorno al suo corpo.

MADRI CANGURO
Si chiama anche “marsupio terapia” (Kangoroo Mother Care), non richiede attrezzature biomediche, può essere applicato ovunque a bassi costi e condotto anche a domicilio, dopo una prima fase di avvio ospedaliero. è l`uovo di Colombo che ha rivoluzionato l’assistenza ai neonati di basso peso nei paesi poveri. Da alcuni anni è stata adottata anche nei paesi industrializzati. Molto semplicemente, il corpo della madre viene utilizzato come “incubatrice”: il neonato di basso peso (dai 600 grammi in su) può venire “attaccato” al corpo della madre (o del padre) mantenendo il contatto pelle a pelle per tutto il tempo necessario a raggiungere una sufficiente omeotermia. è provato che in questo modo i bambini raggiungono una temperatura migliore, si ammalano meno e vengono allattati al seno più facilmente dei bambini tenuti solo in incubatrice.

 

 
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