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Rivista n. 4 Settembre-Ottobre - 2007
Come, dove e quando si misura la febbre
di Vincenzo Calia

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Misurare la febbre, o meglio “sentire” la febbre è sempre stato un gesto naturale, spontaneo del genitore che si accorge del malessere del bambino, accosta la mano alla sua fronte e poi prende il termometro.

Era facile: si scuoteva energicamente il termometro con la mano per far calare la sottile colonnina di mercurio, poi lo si infilava fra le gambette o sotto l’ascella e si aspettava qualche minuto. Quindi si ruotava lentamente la sottile bacchetta di vetro per vedere a che altezza era salita la colonnina di mercurio.
Quel mercurio che, quando il termometro si rompeva, si raccoglieva sul tavolo in lucenti sfere argentate che si scomponevano in sferette minuscole e si riaggregavano in sferotte più grandi, rotolando sul tavolo sotto lo sguardo stupito e divertito dei bambini.
Una volta; ora non più. Perché l’Unione Europea ha decretato che il mercurio è tossico e quindi fra un po’ la commercializzazione di quei termometri sarà vietata. Peccato! Non solo perché mai più un bambino osserverà con stupore il comportamento del misterioso metallo liquido; e neppure perché fra tutti gli agenti inquinanti che ci circondano, forse il mercurio dei termometri era l’ultimo in ordine di pericolosità. Soprattutto perché è difficile trovare uno strumento altrettanto semplice e preciso per misurare la febbre.
E già, perché in questi ultimi anni sembra che misurare la febbre di un bambino sia diventato un affare di stato: termometri all’inguine neanche a parlarne (non sta fermo!), sotto l’ascella, meno che mai (non tiene le braccia strette!). Non resta che il culetto (ma anche lì, che tragedia!) e, se no, la misurazione istantanea: due secondi nell’orecchio, o in fronte e passa la paura.


Qualche consiglio. Peccato che questi termometri scanner o a raggi infrarossi, costosissimi e complicati, diano una misura che, per la troppa precisione (misurano la temperatura all’istante e non quella media degli ultimi minuti) spesso trae in ingannio: misurazioni seriate a distanza di pochi minuti e in posti diversi danno valori diversi; l’eccessivo dettaglio (la temperatura è data in gradi, decimi e centesimi di grado) crea ansia e confusione: ma soprattutto che senso ha uno strumento così complesso per fare una cosa così banale?

E allora?
Vi sconsigliamo di “investire” una cinquantina di euro per l’acquisto di uno strumento elettronico che vi regalerà solo ansie e, poiché non si può spendere quell’unico euro che costava il vecchio, caro termometro a mercurio, spendetene quatto o cinque per comprare un termometro digitale a bulbo, l’unico rimasto che funzioni quasi come quello a mercurio. Misurate la temperatura “esterna” se è possibile: all’inguine o sotto l’ascella. E se non è possibile nel culetto, ma ricordatevi che dovete “scalare” almeno mezzo grado!

E i tempi? Non ci sono regole, o meglio qualche regola c’è: non state sempre lì con il termometro pronto, non precipitatevi a verificare se la medicina ha fatto scendere la febbre, non svegliatevi di notte (e soprattutto non svegliatelo!). Ricordatevi: misuriamo, ed eventualmente abbassiamo, la febbre solo per alleviare un fastidio, non per scongiurare un pericolo. Se per alleviare questo fastidio al bambino dobbiamo procurargliene uno maggiore (per esempio irritargli il culetto a furia di infilare il termometro, oppure svegliarlo in piena notte), che vantaggio c’è?

 

Vincenzo Calia, direttore di UPPA, direttore@uppa.it 

 
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