Ma insomma come si dice: “svezzamento”, “divezzamento”, oppure come?
Parole che si usano da sempre, ma di cui pochi sanno il vero significato.
Beh, a noi sembra che “svezzamento” e “divezzamento” siano parole da dimenticare.
Vi sembrerà strano ma è così: svezzare e divezzare derivano da “vezzo”, che vuol dire “vizio”, quindi significano “levare un vizio”; che poi sarebbe quello di succhiare. Ma siamo sicuri che per un bambino di pochi mesi succhiare sia un “vizio”, cioè un’abitudine riprovevole e dannosa? E chi l’ha detto? Se un neonato non succhiasse, morirebbe in pochi giorni d’inedia: allora per il neonato succhiare è una necessità, forse addirittura una virtù.
Poi però diventerebbe un vizio. Quando esattamente? C’è forse una data stabilita, una specie di scadenza che, quando arriva, trasforma una virtù in un vizio? E chi l’ha stabilita questa scadenza? La Natura (o l’Evoluzione o il Padreterno, se vogliamo) no di certo! Perché se così fosse, questa scadenza sarebbe da sempre uguale per tutti, un po’ come l’inizio della deambulazione (intorno ad un anno, per gli esquimesi come per gli aborigeni australiani, per gli antichi romani come per i moderni americani); e invece la data in cui si smette o si comincia a smettere di succhiare cambia da un paese all’altro, e da un momento storico all’altro nello stesso paese (vi ricordate i bambini che mangiavano le pappe a due mesi, non molti anni fa, qui da noi, in Italia?). La scienza medica meno che mai: non si spiegherebbe chi o cosa abbia guidato le migliaia di generazioni umane che ci hanno preceduto, nei secoli in cui la pediatria non esisteva. Non c’è scampo: questo cambiamento deve essere un fatto spontaneo, che avviene a prescindere dai pediatri, nel momento in cui ciascun bambino sceglie di allargare la sua sfera di interessi oltre il semplice succhiare; anche se, per un po’ continuerà a succhiare con piacere, un piacere che, una volta tanto, non possiamo proprio chiamare vizio.
E allora cancelliamo la parola “svezzamento” e parliamo di “alimentazione complementare”, cioè dell’introduzione di alimenti più solidi, quando il latte non basta più.
Certo il termine non è molto suggestivo, sarebbe meglio trovarne un altro meno “tecnico”.
Vincenzo Calia, direttore di UPPA, direttore@uppa.it