Nella pratica quotidiana il silenzio non si presenta semplicemente come un fenomeno univoco di assenza; ci sono molti tipi di silenzi e nel silenzio succedono molte cose: dal silenzio vegetativo e inerte della pietra muta, del sonno, della notte o della morte, al silenzio attivo del pensiero e della parola, il regno del silenzio è spazioso ed è ricco di sfaccettature.
La ricchezza del termine. Evoca immagini ora amate ora rifiutate: è vero che contiene il lato oscuro del sentimento doloroso e del senso di abbandono, ma è anche vero che l’umanità da sempre considera il silenzio una cura per l’anima: in esso cresce il pensiero ed il senso dello spazio, la capacità di elaborare e memorizzare, una creatività più forte e consapevole, e la ricchezza del riposo. Non è quindi semplicemente una forma di stasi o di non esistenza ma uno dei modi per “lasciare essere dentro di sé”: è un elemento vitale di crescita e rispetto. Il silenzio esterno è la pre-condizione di quello interno; di una condizione cioè in cui quel chiacchericcio mentale, il rumore di fondo che noi alimentiamo, cadono. Mentre la nostra mente si affanna ad impacchettare la realtà e a darle titoli e spiegazioni, il silenzio apre la porta alla cosiddetta mente silenziosa, che non giudica e non dà categorie, semplicemente “predispone” all’ascolto: di sé, del mondo e degli altri.
Vi sono luoghi dove il tessuto principale di comunicazione è il silenzio - i luoghi di culto, i musei, le biblioteche o gli spazi con larghe distese dello sguardo dove la parola perde valore di fronte alla potenza della natura - e vi sono discorsi dove il silenzio ha il ruolo più decisivo rispetto alla parola. Spesso durante l’eloquio sentiamo spontaneamente il bisogno di una breve sospensione per rendere più incisivo il nostro discorso: le parole ci aiutano a chiarirci e ad esprimere il nostro pensiero, ma il silenzio crea quella opportuna tensione che, a saperla leggere, è molto eloquente. Anche il dover riprendere fiato ci obbliga a quelle piccole interruzioni che sono così indicative anche del nostro stato d’animo. Sospensioni che ritroviamo anche nel bisogno di riflettere, prima di rispondere o prima di prendere l’iniziativa, o nel parlato concitato, dove si interrompono bruscamente le parole anche là dove la logica di sintassi grammaticale non lo richiederebbe.
Il movimento e l’arresto. Tutti questi tipi di silenzio sono utilizzati anche nella fraseologia musicale, per gli stessi motivi e con le stesse energie; per scriverli utilizziamo segni specifici che chiamiamo pause. Scrive Emile Jaques-Dalcroze che la pausa è l’unico elemento di contrasto in grado di valorizzare pienamente il movimento sonoro. L’immagine è chiara: il suono è un movimento nello spazio ed il silenzio è un arresto di questa attività. Ma non è un semplice fermarsi: l’arresto musicale è una precisa qualità energetica in cui l’udito registra un’assenza perché il corpo sospende l’azione, ma questo sospendere deve avvenire in modo fluido, senza rigidità muscolari e per il tempo necessario, che sarà precisamente calcolato e calcolabile; questo significa che ci sono un tempo e una durata precisi per l’arresto e per questo le pause seguono la stessa logica dei suoni: ogni nota ha una figura di pausa di uguale valore di durata e nell’insieme si chiamano figure musicali.
Nella melodia il bambino si cimenta con il fascino delle concatenazioni dei suoni, e con il silenzio acquisisce la dimensione di un modo di fermarsi speciale che dissimula sempre la preparazione all’attività che lo seguirà: il corpo deve sapersi dosare e adeguare in un arresto programmato, sospensivo, funzionale a ciò che lo ha preceduto e a ciò che precederà.
L’esecuzione del silenzio musicale. Per un bambino è più semplice sentire o creare un avvenimento acustico, piuttosto che un’assenza e misurarsi con essa. Le pause lunghe sono difficili perché difficilmente quantificabili, mentre quelle molto brevi – e quindi rapide - sono spesso eseguite fuori tempo e con una eccessiva rigidità fisica, quando non portano con sé una forma di apnea respiratoria che non dovrebbe mai sussistere nell’esecuzione musicale. Il silenzio va quindi imparato e per questo ci sono degli schemi di apprendimento che ne facilitano l’ascolto, la comprensione e quindi l’esecuzione. Il silenzio musicale è un arresto che crea differenti stati di energia fisica ed emotiva. È caratterizzato da tre elementi: una causa, una durata, e una ripresa dell’azione. La causa di un silenzio è un calo di energia: può essere improvviso oppure progressivo; la durata dipende dalla qualità del messaggio e quindi da cosa si vuole dire musicalmente; la ripresa dell’azione è data o da un’energia immediata, o da un lento recupero delle forze. Per ognuno di questi elementi avremo un “atteggiamento” di esecuzione diverso, che bisogna imparare a conoscere sia a livello individuale che a livello collettivo, per la musica d’insieme. Grazie alla pausa la musica acquista un’ulteriore dimensione: alla melodia e all’armonia si aggiunge l’ampiezza, la profondità, l’introspezione. Durante il silenzio la pulsazione di un brano (quel battito regolare che ci porta a battere un piede mentre ascoltiamo) continua ad esistere: non come fenomeno acustico bensì come fenomeno intuitivo. L’elemento magico di un silenzio musicale è qui: è privato del movimento, ma non della vibrazione; durante questo arresto il ritmo esteriore diventa interiore e continua a vibrare nell’organismo degli ascoltatori e degli esecutori: la pausa che segue il suono lo toglie dall’ambiente ma lo prolunga nell’anima.