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Rivista n. 3 Luglio-Agosto - 2006
Te la insegno io la scienza
di Silvia Bencivelli

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Tanti punti di domanda. Come funziona una lampadina? Perché il vento soffia? Come fa un seme piccolo piccolo a trasformarsi in un albero? La scienza dei bambini è fatta a forma di punto di domanda. E trovare le risposte può essere più divertente di quanto non ci si immagini, soprattutto se lo si fa in compagnia di scienziati giocherelloni o di divulgatori scientifici dalle mille risorse, spesso armati soltanto di un cartoncino e qualche pennarello. In più, può capitare di diventare così bravi da insegnare agli altri quello che si è imparato, costruendo con le proprie mani i laboratori su cui giocheranno altri bambini. L’idea di trasformare gli alunni in maestri è il fulcro della cosiddetta peer education, in cui si sfrutta la capacità dei ragazzi e dei bambini di comunicare con i loro coetanei meglio di quanto sanno fare gli adulti. In genere, i progetti di peer education riguardano l’educazione alla salute dei più grandicelli, che vengono responsabilizzati e stimolati a imparare l’importanza di certi comportamenti e della prevenzione, per poter a loro volta trasmettere l’informazione ai loro compagni. Ma anche applicata alla scienza e ai bambini delle scuole elementari la cosa sembra funzionare benissimo.

Per esempio, a Parma, nel corso del festival "Elementi" che si è tenuto tra il 17 e il 21 maggio, il laboratorio Fuoco, luce e colore: inventiamo una mostra organizzato dall’associazione culturale Googol ha mantenuto le promesse: i bambini delle classi delle scuole elementari e medie ricevevano del materiale povero (come cartoni di latte vuoti, scatoloni, cartoncini e così via) e con quello facevano degli esperimenti a tema. Ogni classe lavorava in un atelier diverso e studiava fenomeni diversi sul tema della luce e del colore o del fuoco. Poi, i loro esperimenti diventavano exhibit per una mostra interattiva, cioè postazioni da manipolare e osservare per prendere confidenza con i fenomeni naturali. E tutti sono stati esposti nei portici di una scuola parmigiana, dove sono stati visitati da altri bambini. Chi ha studiato la luce, per esempio, poteva studiare con degli specchi il suo movimento e i suoi percorsi. Poi, ha cercato di deviarla a zig zag, di scegliere la direzione in cui spostarla e alla fine ha costruito un periscopio, come quello dei marinai, con cui si può vedere senza essere visti.

La filosofia di questi laboratori e delle iniziative simili che stanno nascendo come funghi nei musei scientifici, nelle scuole e nei festival d’Italia è che i bambini non sono dei contenitori da riempire di nozioni asettiche. La loro voglia di scienza è immensa, anche se usa parole diverse da quelle dei grandi e non riconosce i confini tra discipline diverse e tra scienza e narrazione. Ma è una voglia che può saziarsi senza fatica né noia, giocando con la fantasia e con la sperimentazione che dà tutte le risposte alla scienza a forma di punto di domanda.

NAPOLI IN TESTA
A Città della scienza, il più grande science centre italiano, lo spazio creato dai bambini per altri bambini misura più di 700 metri quadrati. È L`officina dei piccoli, il museo ideale disegnato dagli alunni della scuola elementare di Bagnoli: dei consulenti-progettisti inediti, che fanno dell`officina il primo children`s museum del mondo. Qui i piccoli visitatori possono esplorare liberamente tutto quello che trovano, non ci sono percorsi prestabiliti e tutto può, e deve, essere toccato, annusato, guardato, manipolato, reinventato, da soli o con altri bambini.
 
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