Francesco, un tuffatore. Francesco oggi ha otto anni e frequenta la terza elementare a tempo determinato, o modulo, o per meglio dire con orario classico, come quello che avevo io quando andavo a scuola... ah la scuola, la mia vecchia scuola: un’insegnante sola, tanti sorrisi, voglia di imparare e complicità... Alla fine della prima elementare, nell’affrontare insieme a mio figlio i classici compiti delle vacanze, mi arrabbiai moltissimo, promisi castighi e catastrofi nucleari ma alla fine ho avuto un dubbio, mi sono chiesta se Francesco veramente non avesse voglia di studiare o se, invece, per lui fosse troppo difficile memorizzare m, n, b, d o leggere semplici parole composte da due sillabe, scrivere le stesse senza invertirne il verso. Nel farmi questa domanda mi tornava alla mente un commento fatto di sfuggita dalla sua allenatrice di tuffi, un giorno in cui le accennavo alle difficoltà scolastiche di mio figlio: "Ma Francesco è un tuffatore!". Forse, con questa frase l’allenatrice mi suggeriva che mio figlio potesse avere difficoltà di coordinamento o di lateralizzazione, un disturbo "di settore", uno di quei disturbi che vengono chiamati, appunto, "disturbi settoriali dell’apprendimento". Ne parlai con mio suocero, che fa il pediatra con amore. Considerato anche che esistevano altri casi di dislessia in famiglia, mi consigliò di prendere un appuntamento con il nostro centro cittadino specializzato nella diagnosi e nella cura della dislessia. Questa è stata la diagnosi: dislessia, disturbo settoriale dell’apprendimento. Su questo si poteva lavorare e abbiamo cominciato subito, sotto la guida della specialista Abbiamo affrontato la seconda elementare con molta serenità: abbiamo avvisato le insegnanti di questo problema, abbiamo richiesto la possibilità di avere una collaborazione tra medico e scuola (cosa poi mai avvenuta); inoltre, e soprattutto, con tante parole e con tanti fatti, abbiamo fatto capire a Francesco che non era il caso di sentirsi diverso o con meno capacità dei suoi compagni. L’anno scolastico proseguiva, ma Francesco peggiorava, pur mantenendo la sua voglia di impegnarsi, di "star dietro", di partecipare a tutto quello che si faceva in classe, la sua vita a scuola era pessima: non riusciva a terminare in tempo le cose, fioccavano le note, le punizioni a tempo, le prese in giro dei compagni sulle sue difficoltà di lettura e di scrittura. All’uscita di scuola trovavo ogni giorno un bambino sempre più stressato, triste, nervoso, un bambino senza autostima.
Nella scuola dei game-boy. Al colloquio del primo quadrimestre andammo a parlare con le insegnanti, convinti che ci fosse stato uno scambio di opinioni con la neuropsicologa e che si fosse fatto un piano "d’attacco" per aiutare (sottolineo, aiutare, non agevolare) nostro figlio. E le maestre: "Ma come? Il bambino è dislessico? Perché non ce lo avete detto? Non ne sapevamo nulla. Evidentemente non ci siamo capiti, ora che lo sappiamo staremo più attente! Come mai il medico non ci ha chiamato? Ora ci spieghiamo molte cose". Hanno fatto finta di non aver capito, o forse veramente non avevano capito, o forse, semplicemente, era più facile scegliere di vedere in Francesco un bambino che non aveva voglia di fare piuttosto che capire come farlo lavorare, all’interno di una classe che per lui sfrecciava troppo veloce. Abbandonati a noi stessi, sentivamo, noi e Francesco, di essere un peso, un problema. Da quel momento tutto l’anno scolastico è stato un tormento vero e proprio: le maestre si accanivano aumentando il numero di note, di punizioni e soprattutto riuscendo a far in modo che il bambino rimanesse solo. Dissero poi che era un bambino asociale, che non riusciva ad integrarsi con gli altri perché non aveva il gameboy e preferiva arrampicarsi sull’unico albero del giardino.
Un alleato. Ci siamo sentiti confortati quando il medico che seguiva Francesco ha cercato di farci capire che, forse, l’unica solu- zione era cambiare scuola, che nostro figlio non era stupido, ma solo un dislessico e, per fortuna, un dislessico preso in tempo. Occorreva lavorare su di lui; ricostruire quell’autostima che ogni mattino veniva annientata e che con amore al pomeriggio, grazie allo sport e ai compiti svolti con i tempi appropriati alle sue difficoltà, ci sforzavamo di ricostruire; era necessario fargli frequentare bambini con gli stessi interessi, fargli capire che essere normali non vuol dire soltanto giocare a calcio e passare ore davanti ai videogiochi. Ma questo non è bastato. Venti giorni prima della fine del secondo anno scolastico, la maestra di matematica ci ha chiesto un colloquio "a nome di tutte le maestre". Dissero di averci scoperto, dopo attenta osservazione erano riuscite a capire che stavamo nascondendo soltanto un bambino pigro, che la dislessia era una scusa e Francesco non aveva voglia di fare niente di niente. Che patetici genitori, difendere un piccolo furfantello!
Quando l’allievo supera... le maestre. Francesco, più determinato che mai, ha passato l’estate che precedeva l’inizio della terza elementare studiando, scrivendo, leggendo di sua spontanea volontà ogni giorno. Alla domanda: "cambieresti scuola ?", mi sono sentita rispondere: "Non posso, voglio far capire alle maestre che non sono scemo... forse così avrò anche degli amici". Così il terzo anno scolastico è cominciato e prosegue nella stessa classe. Francesco quest’anno va molto meglio, legge "abbastanza", ha degli amici, è allegro.