Non tutti i "rumori" sono udibili dall’orecchio umano, che trasforma in sensazione sonora solo la porzione di vibrazioni comprese tra circa le 16 e le 16.000 oscillazioni al secondo. Al di sopra parliamo di ultrasuoni e al di sotto di infrasuoni: esistono, ma noi non li sentiamo e perciò non li utilizziamo. Il campo uditivo di alcuni animali è diverso da quello dell’uomo e reagiscono anche a sollecitazioni sonore per noi inesistenti: si sa che per esempio i delfini comunicano tramite ultrasuoni e che i cani sono molto più sensibili di noi ai rumori in generale, spaventandosi al punto tale da avere degli stravolgimenti fisici così importanti da dover ricorrere d’urgenza al veterinario - cosa che avviene puntualmente ad esempio durante i festeggiamenti di Capodanno, dove tra scoppi e botti i cani non si divertono per niente! La musica non utilizza tutti i suoni udibili, ma fissa dei punti di riferimento che variano a seconda della civiltà musicale e del periodo storico. Il numero di vibrazioni attribuite allo stesso suono non è costante; per fare un esempio la nota La data dal diapason, ha cambiato altezza, passando da 338 hz dell’epoca barocca ai 440 hz dell’età moderna: il passaggio è stato facile, e l’attuale misura è stata stabilita a Londra nel 1939. Prima di tale presa di posizione ufficiale, la frequenza del diapason ha subìto notevoli oscillazioni, non solo da nazione a nazione, ma anche da un genere di musica all’altro: c’era un’intonazione per la musica da camera, una per il teatro, una per la musica sinfonica. La frequenza attuale è stata riconosciuta nel 1971, da una delegazione nominata nientemeno che dal Consiglio d’Europa, che ha ratificato il lavoro svolto da commissioni di ricerca formate da fisici, musicisti, musicologi, fabbricanti di strumenti.
Non esiste quindi una universalità dei suoni o una oggettività delle note. Per poter suonare insieme è necessario sapersi accordare, ovvero sapersi mettere in accordo, o d’accordo. "Accordatura" è un termine che generalmente si usa per gli strumenti: significa sintonizzare il proprio strumento in modo che emetta le note secondo un preciso schema di altezze - o note; è la capacità di sintonizzarsi rispetto a una determinata convenzione che bisogna sapere individuare e sapere attuare, esattamente come in qualunque schema linguistico la successione dei suoni e delle parole sono norme alle quali ci si adatta per poter comunicare: bisogna imparare le accentazioni e gli andamenti melodici, le sospensioni ed il ritmo delle frasi; è difficile che una frase di domanda sia in una linea melodica discendente, sarà generalmente ascendente, ovvero va in su! Capito?... è diverso da Capito! L’intonazione riguarda quindi la capacità di ascoltare i suoni, di decodificarli correttamente e di dare loro un significato; significa capire e riprodurre; significa saper aderire a delle convenzioni - e quindi sapersi adattare - e saperle utilizzare al meglio. Sotto questo aspetto non è solo una qualità necessaria per poter partecipare al linguaggio musicale, ma investe una più ampia capacità di relazione con il mondo esterno; l’ascolto, la decodificazione, l’adattamento a delle norme avvengono sempre come atti di fiducia verso quel mondo che è "altro" da te.
Per essere intonati occorre saper gestire il proprio corpo in funzione delle altezze e dei ritmi che si devono riprodurre; non essendo tutte uguali, le altezze e le frasi ritmiche mettono in moto energie fisiche diverse e sono a loro volta diverse per le differenti strutture corporee; non a caso le voci vengono classificate a seconda delle loro estensioni, con i termini di basso, baritono, tenore, contralto, mezzosoprano, soprano, che indicano le porzioni di suoni che si cantano con più facilità: uno stesso suono può essere facile per una tipologia vocale e difficile per un’altra, così come un ritmo può essere congeniale per una tipologia caratteriale e difficile per un’altra. L’estensione vocale si modifica con l’età e con lo studio: più si canta e più si acquista la capacità di estendere i limiti vocali, sia negli alti che nei bassi. In questo modo si aumenta la duttilità vocale e la capacità di trarre energia dalla propria voce. La base di una buona intonazione è data tre elementi: una buona conduzione del suono, che avviene tramite la struttura ossea; l’equilibrio tra voce e respirazione; e la corrispondenza tra i suoni che si riescono ad ascoltare e suoni che si emettono. Emettiamo quello che siamo capaci di ascoltare, grazie ad una sufficiente armonia respiratoria e posturale.
L’intonazione è una capacità che può essere innata oppure indotta; a meno che non riguardino un deficit conclamato a livello uditivo, i problemi di intonazione sono ampiamente risolvibili e se un bambino ha difficoltà di intonazione è necessario correre ai ripari: vuol dire che qualcosa non va. Dove? Ci possono essere molte cause diverse, puramente psicologiche o fisiche: al contrario di quello che comunemente si pensa non è in gioco la sfera intellettuale, ma una carenza che investe altri livelli della personalità. Possiamo cercare i motivi in una incapacità di entrare in relazione con determinati settori della propria vita emotiva; in un disordine nello schema respiratorio - nell’emissione diamo troppo fiato o ne diamo troppo poco; in una postura non armoniosa - può essere anche una piccola scoliosi nella colonna vertebrale; in una contrazione muscolare; in una inadeguata apertura laringea che dà impedenze nel gesto vocale. Sia che le cause siano psicologiche o che siano fisiche, l’atteggiamento corporeo ci dirà dove e come intervenire. Non imporremo quindi un’estenuante sequela di suoni ripetuti a martello pneumatico, ma ci faremo carico di una distensione muscolare, di un allineamento fisico, di un insegnare dolcemente a conoscersi vocalmente, cominciando a lavorare nella fascia di suoni che si emettono senza sforzo e inventando melodie apposta per ciascun bambino.