User / Pass:
  ENTRA  
HOME
CHI SIAMO
ABBONAMENTI
AREA PEDIATRI
REGISTRATI
DOCUMENTI
CONTATTI
  Il Blog di Uppa
RICERCA LIBERA
CERCA
SFOGLIA L'ULTIMO NUMERO
Bimestrale per i genitori scritto e diffuso dai pediatri.
 
» SPECIALI
» ARRETRATI
» NATI PER LEGGERE
 
» POSTA E RISPOSTA
 
» QUESTIONI DI LATTE
LE RUBRICHE DI UPPA
Ti piace quello che hai trovato su questo sito?
Sostienici!
* Un pediatra per amico (UPPA) é una pubblicazione indipendente, finanziata quasi esclusivamente dai suoi abbonati.
UPPA mette a disposizione gratuitamente sul suo sito migliaia di articoli, documenti, lettere e risposte.
Rivista n. 1 Gennaio-Febbraio - 2006
L`isola di Giuiia
di Barbara Pellegrini

Condividi su Facebook

L’isola di Giulia. Questa è la storia di una bambina, nata di 28 settimane all’ospedale Fatebenefratelli di Roma, sull’isola Tiberina, che da allora è da lei chiamata "l’isola di Giulia". Era stata una gravidanza fortemente desiderata, per la quale, dopo anni di sconforto, avevamo fatto ricorso alla procreazione assistita. La gestazione non era stata priva di problemi, ma quella notte di settembre, arrivando all’isola Tiberina tre mesi prima della scadenza del termine, eravamo abbastanza tranquilli. Nonostante le contrazioni precoci, io mi sentivo protetta in quella camera d’ospedale. L’accoglienza dell’infermiera era stata gentile e confortante e non prevedevo proprio che di lì a una settimana sarebbe nata la bambina. Il lunedì pomeriggio la dottoressa decise, quasi improvvisamente, un controllo ecografico che ci lasciò stupiti ma non ancora allarmati; alle 17 il medico che effettuava l’ecografia ci comunicò che la bambina era troppo piccola per l’età gestazionale, il suo peso era stimato in circa seicento grammi, la placenta non faceva più il suo dovere ed era necessario intervenire per cercare di salvare la bambina: la speranza era un filo sottile.

Una ranocchia. Immediatamente mi portarono in sala parto: cesareo d’urgenza. Rimasi lucida fino a che non portarono via la bambina; non feci domande sulle sue condizioni, se fosse viva o morta, non ne avevo il coraggio, poi mi abbandonai ad un pianto infinito. Mi dissero, poi, che pesava 710 grammi e che per qualche giorno non avrei potuto vederla. Il mattino dopo, grazie all’effetto dei calmanti, ero serena ma quello fu l’unico giorno di serenità dei molti mesi che seguirono. I sentimenti di morte sopraffacevano qualsiasi mia sensazione, il padre della bambina, al contrario, era animato da grande ottimismo, persino fiero di quella piccola bambola, che in verità somigliava ad una piccola rana! Ebbi poi la fortuna di incontrare due giovani e appassionate ostetriche che, nonostante conoscessero perfettamente la precarietà della vita di Giulia, mi istruirono con dolcezza straordinaria sulla possibilità di allattare la mia bambina. Fu così che iniziò la mia dura vita dedicata al tiralatte, quattro mesi che mi ridiedero fiducia e speranza nella vita.

Un ricovero interminabile. Quando, tre giorni dopo il parto, avevo visto la bambina nel reparto di terapia intensiva, legata ai sensori e al respiratore, ne ero rimasta straziata; il personale del reparto e la caposala furono meravigliosi, ma il mio dolore non era consolabile, la mia disperazione e la mia testa appoggiata sull’incubatrice non a c c e t t a v a n o intrusioni. Dopo una settimana venni dimessa: il giorno più scuro della mia vita. Ebbero inizio i tre mesi e le tre settimane della degenza di Giulia; ogni giorno e ogni notte tiravo il latte ogni tre ore, qualche goccia per lei e il resto alla banca del latte dell’Ospedale Bambino Gesù; le mie giornate trascorrevano nelle stanze che ospitano le mamme del reparto. Amicizie e tragedie si susseguivano, insieme all’angoscia giornaliera per ogni controllo cerebrale e fisico, alla straziante attesa per il raggiungimento del primo chilo di peso.

Giulia lascia la sua "mamma artificiale". Con il passaggio al reparto semintensivo mi si schiuse la strada alla marsupio-terapia. Ogni giorno vivevo aspettando i minuti che potevo dedicare a coccolare la bambina sul mio seno, a farle sentire il mio odore, la mia voce, le mie canzoni, il mio amore. I primi cambi dentro l’incubatrice, i primi biberon con gocce di latte, del mio latte! I rapporti con il personale del reparto, la loro dedizione e gentilezza, ci hanno aiutato a vivere bene la fase in cui i pericoli peggiori erano stati, per fortuna, scongiurati. Allo scadere del tempo gestazionale, poco prima di Natale, finalmente la bambina lasciò la sua mamma artificiale e venne trasferita ai lettini. Cambi e biberon, padri e madri, parole di sollievo e conforto delle altre mamme.

La nuova vita. Il 13 gennaio 2000 ha inizio la vita nuova, nostra e della bambina, siamo finalmente tutti a casa; effettuiamo dei controlli periodici all’ospedale, per verificare l’andamento della crescita motoria e cerebrale: non si presenta nessun problema. Dopo una settimana che è a casa, e dopo tre mesi e tre settimane di biberon, incredibilmente Giulia (forse per premiarmi) sceglie di succhiare direttamente il latte dal seno; lo farà per altri 10 mesi. Ad un anno sa gattonare e a quindici mesi cammina, imparerà a parlare precocemente, a diciassette mesi dice la sua prima frase "cara mamma" e io mi commuovo. In questi anni la mia vita è radicalmente cambiata: nei primi due anni di vita della bambina ho vissuto esclusivamente con lei, ho seguito ogni suo piccolo cambiamento con passione e attenzione, ho inventato giochi per stimolare il suo interesse, ho vissuto un’inesistente vita sociale, e cosi la solitudine ha superato ogni relazione umana. Sicuramente ho sbagliato molto, ma ho fatto quello che ero in grado di fare. A due anni Giulia ha iniziato il nido, tra dolorosi distacchi e grandi progressi. Poi, dai tre anni, ha frequentato la scuola dell’infanzia. Il suo peso a quel tempo era di 12 kg, non era certo un gigante, ma era affettuosa, sensibile, esprimeva già bene i suoi sentimenti ed aveva una grande determinazione, la stessa che le era servita per vincere la sua battaglia.

Adesso ha sei anni, peso e altezza sono nella norma e per me, naturalmente, è la bellezza del mondo. è entusiasta di frequentare la prima elementare, adora leggere e rifiuta qualsiasi attività ricreativa regolamentata. è allegra e curiosa, ha molti amici, possiede autocontrollo e una sorprendente consapevolezza e, come tutti, ha innumerevoli deliziosi difetti. Tempo fa dopo un litigio tra madre e figlia, dove sono volate per la prima volte parole "dure", di sfogo contro di me, dopo l’utile temporaneo distacco fisico-visivo, si è presentata con una letterina che diceva cosi: "ciao mamma scusami per le parole ce o detto. ti amo. Giulia". Ecco, adesso è cosi, ma quando camminiamo per la strada leggere, lei solitamente saltella, sorride e le volano i codini, inevitabilmente mi torna alla mente la mia piccola dolcissima rana.

LA MARSUPIO-TERAPIA

Si chiama anche "metodo delle madri-canguro" (Kangoroo Mother Care), non richiede attrezzature biomediche, può essere applicato ovunque a bassi costi e condotto anche a domicilio, dopo una prima fase di avvio ospedaliero. è l`uovo di Colombo che ha rivoluzionato l’assistenza ai neonati di basso peso nei paesi poveri. Da alcuni anni è stata adottata anche nei paesi industrializzati. Molto semplicemente, il corpo della madre viene utilizzato come "incubatrice": il neonato di basso peso (dai 600 grammi in su) può venire "attaccato" al corpo della madre (o del padre) mantenendo il contatto pelle a pelle per tutto il tempo necessario a raggiungere una sufficiente omeotermia. è provato che in questo modo i bambini raggiungono una temperatura migliore, si ammalano meno e vengono allattati al seno più facilmente dei bambini tenuti solo in incubatrice.

 
LA MARSUPIO-TERAPIA

Si chiama anche "metodo delle madri-canguro" (Kangoroo Mother Care), non richiede attrezzature biomediche, può essere applicato ovunque a bassi costi e condotto anche a domicilio, dopo una prima fase di avvio ospedaliero. è l`uovo di Colombo che ha rivoluzionato l’assistenza ai neonati di basso peso nei paesi poveri. Da alcuni anni è stata adottata anche nei paesi industrializzati. Molto semplicemente, il corpo della madre viene utilizzato come "incubatrice": il neonato di basso peso (dai 600 grammi in su) può venire "attaccato" al corpo della madre (o del padre) mantenendo il contatto pelle a pelle per tutto il tempo necessario a raggiungere una sufficiente omeotermia. è provato che in questo modo i bambini raggiungono una temperatura migliore, si ammalano meno e vengono allattati al seno più facilmente dei bambini tenuti solo in incubatrice.

 
 
 
 
Ti piace quello che hai trovato su questo sito?*
Sostienici con una donazione!

* Un pediatra per amico (UPPA) è una pubblicazione indipendente, finanziata quasi esclusivamente dai suoi abbonati. UPPA mette a disposizione gratuitamente sul suo sito migliaia di articoli, documenti, lettere e risposte.


SOMMARIO ARTICOLI:
 
  Invia ad un amico
Home | Chi siamo | Abbonamenti | Area pediatri | Registrati | Documenti | Eventi | Contatti

Redazione: P.zza Armenia 10 - 00183 Roma - Email: redazione@uppa.it - CFe P.Iva: 06548181004
Note legaly e Privacy © Copyright UPPA sas Sviluppo e grafica Altra|via srl
Le informazioni che compaiono sul sito www.uppa it possono essere di aiuto, ma non possono assolutamente sostituire la consultazione diretta di un pediatra di fiducia