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Gravidanza e parto - Rivista n. 5 Settembre-Ottobre - 2008
Altruisti si nasce
La donazione del cordone ombelicale può salvare molte vite
di Sivia Bencivelli

Un nascita è sempre un lieto evento. Alle volte, può esserne anche due. Grazie alla donazione del cordone ombelicale, si può riciclare un rifiuto della sala parto (il cordone ombelicale, appunto) e ricavarne delle cellule staminali: le cellule bambine che possono guarire da alcune terribili malattie, come leucemie e linfomi. Così, mentre si dà alla luce una nuova vita, si permette a un’altra di tornare a sperare.
Nel 2006, in Italia, questa storia si è ripetuta 96 volte: 96 volte in cui a festeggiare sono state due famiglie. Nessuno dei donatori conosceva nessuno dei malati, perché la donazione del cordone ha seguito gli stessi principi di una donazione di sangue: qualcuno ha regalato una parte di sé alla comunità che lo ha destinato a chi ne aveva bisogno, senza fini particolari e solo per un atto di generosità.
Ma per il futuro c’è chi ha disegnato un altro scenario, quello in cui ciascuno tiene le sue cellule per sé, come un’assicurazione sulla vita, e le sacche di sangue prelevato dai cordoni e conservate nel silenzio di un congelatore portano addosso un nome e un cognome. È un decreto dell’ex ministro della salute Livia Turco, la cui entrata in vigore è stata rimandata per diverse volte (l’ultima, da giugno 2008 a febbraio 2009) che vorrebbe togliere di mezzo il precedente divieto di creare banche del cordone private sul territorio nazionale, allineando l’Italia agli altri paesi europei. Ma non tutti sono convinti che ci sia da festeggiare.
In questo modo, infatti, cambia la filosofia della donazione, che da gesto anonimo e disinteressato diventa una possibilità. E, probabilmente, di conseguenza cambierà anche il mercato.
Mentre oggi i genitori si trovano davanti un medico che propone loro una scelta altruistica da fare in un momento di felicità, domani si troveranno davanti un commerciante, che proporrà loro di conservare il sangue per il proprio bambino in cambio di qualche migliaia di euro.

Il cambio di filosofia complica un po’ le cose dal punto di vista etico, ma non solo. Ci sono dei dettagli tecnici che lo rendono un investimento poco oculato, e scientificamente quasi insensato. Ma non sarà certo il commerciante a spiegarlo ai genitori.
Cominciamo con la questione etica. Il ginecologo inglese Leroy Endozien ha pubblicato nell’ottobre del 2006, sulle pagine della rivista medica British Medical Journal, un articolo dal titolo: Le unità di ginecologia pubbliche non dovrebbero incoraggiare le banche commerciali di sangue del cordone ombelicale. Più chiaro di così non si può. Il sistema della donazione altruistica, spiega Endozien, si basa sul fatto che donando non si perde niente, ma si può fare molto per un’altra persona, un estraneo. E, un giorno, quell’estraneo potremmo essere noi. Ma, prosegue, società scientifiche e comitati etici di tutto il mondo si sono espressi contro la conservazione del cordone per sé anche per motivi di ordine scientifico. Per cui un medico che la incoraggiasse compierebbe un atto non propriamente deontologico.
La probabilità che il cordone ombelicale serva al bambino per il quale è stato tenuto da parte è bassissima e comunque, già adesso, la maggior parte dei trapianti funziona grazie al trapianto di cellule staminali prese dal midollo osseo di un anonimo donatore. Anche supponendo che un bambino malato avesse da parte la sua sacchettina di cellule staminali, è prevedibile che l’ematologo preferisca quelle delle banche internazionali, conservate sicuramente con tutti i crismi della scientificità. Va detto, poi, che le cellule di un cordone sono molto poche e potrebbero essere insufficienti per una terapia (una sacca bella ricca può curare un paziente di non più di 50 chili). Le cellule staminali, tra l’altro, invecchiano, per cui se il momento del bisogno si presentasse dieci o venti anni dopo, quelle di un bambino appena nato sarebbero sicuramente più pimpanti di quelle del proprio cordone. Infine, può darsi che tenersi da parte queste cellule non serva a nulla: un bambino che sta sviluppando una leucemia può avere delle cellule già mutate nel suo cordone ombelicale, e sarebbe perciò impensabile curarlo con quelle.

In ultimo c’è un problema organizzativo. Se tenessimo da parte una sacchettina per ogni neonato, dove diavolo le metteremmo? La conservazione delle staminali da cordone è costosa e i frigoriferi speciali occupano un sacco di spazio. Il sistema delle donazioni permette di conservare meno sacche, di tenere solo il numero sufficiente a soddisfare il bisogno reale. E anche così, la maggior parte, per fortuna, avanza. Che cosa ci si fa? Non stupitevi, ma se si raccolgono più cordoni di quelli che servono, le cellule staminali finiscono in un posto bisognoso quanto il corpo di un malato: i banconi di un laboratorio di ricerca.

COME SI FA
Adesso, l’unico modo di tenersi da parte il proprio cordone è di rivolgersi a una banca privata estera. Si va su google, si digita qualcosa come cordone e staminali e si accede a uno dei tanti siti che propongono la conservazione del sangue in Germania, in Svizzera o in Inghilterra. Macchinoso, ma forse non troppo, se nel 2007 lo hanno fatto 1500 genitori. Tra loro, la pubblicità si premura di farcelo sapere, c’erano anche Ambra Angiolini e Fiorello.
Sul territorio nazionale, intanto, si continua a lavorare sodo per la donazione solidaristica. In Italia i ci sono 190 centri di raccolta altamente specializzati che coprono il 10% delle sale parto italiane. Da qui, il sangue cordonale raccolto viene inviato alle banche regionali, 16 in tutto il paese, dove vengono analizzate e conservate per 6-12 mesi mentre si segue lo stato di salute di madre e bambino. Se tutto va liscio, alcune sacche verranno destinate alla ricerca, altre, quelle più ricche di cellule staminali, verranno registrate in un circuito internazionale, pronte a essere usate per curare chiunque, sul pianeta, ne avrà bisogno.
Ma per poter donare il sangue del cordone non basta arrivare in sala parto animati dal desiderio di vedere fiorire e rifiorire la vita. Bisogna pensarci prima e parlarne con il proprio ginecologo. Il sangue viene prelevato direttamente in sala parto in condizioni asettiche, sia dopo un parto naturale che dopo un cesareo, senza che né la madre né il bambino subiscano conseguenze negative di nessun tipo. Solo che il gesto di generosità non è concesso a tutti, perchè non tutti i centri sono organizzati per la raccolta dei cordoni e comunque già così la raccolta è più che sufficiente (le sacche conservate in tutto il mondo sono 240 000 e ben il 15% sono italiane). Per una volta, una sanità che non accontenta i cittadini è decisamente una buona notizia.


http://www.partecipasalute.it/cms_2/node/719


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