La Signora Domenica mi scrive:
Sono abbonata a Un pediatra per amico. Mia figlia Laura, di 5 anni e mezzo, è molto sensibile: piange in situazioni ingiustificate. Da un anno e mezzo è diventata maniaca dell`ordine nella stanza dei giochi. Si dispera se in sua assenza la sorellina di 3 anni e mezzo (di notte ancora allattata al seno) mette i giocattoli in modo diverso da come li ha lasciati lei. È scoppiata a piangere quando un`amichetta, nei loro giochi, le ha detto: “Non ti aspetto per andare al ballo!”. Si dispera se tentiamo di farle indossare qualcosa che non gradisce. Mette solo i pantaloni e i maglioni che dice lei. Rifiuta anche i pantaloni smessi da due cuginette più grandi, che la zia le ha regalato. Si ritira dai giochi di gruppo a eliminazione, per paura di perdere e di venire esclusa. Come fare a farle acquisire maggior sicurezza in se stessa?
A tutta prima, sembrerebbe trattarsi di manifestazioni di gelosia per la sorellina, sentita come privilegiata. Ma, a ben vedere, sembra ci sia molto di più.
Il senso del proprio valore. Per il benessere psichico (emotivo e relazionale), è fondamentale che noi possiamo strutturare un sufficiente senso del nostro valore, percepibile momento per momento. Questo si realizza fin dalla primissima infanzia nel concreto della nostra esistenza, attraverso cinque principali tipi di esperienze, che ci fanno sentire importanti:
1) per il valore di quel che siamo (maschi, femmine), di come ci presentiamo (bellezza, pettinatura, vestiti, abbronzatura, simpatia, gestualità, forza, grazia…), di quel che abbiamo (gioielli, motorino, ricchezza…). Questi modi sono importanti, perché il valore è molto appariscente, ma sono poco maturativi, perché il valore si ferma all’esteriorità;
2) per il valore del gruppo cui apparteniamo (i “Gialli” o i “Rossi” all’asilo, gli Juventini, gli Italiani, gli Alpini, gli Ex allievi, il casato…). Qui il valore è ancora più esterno, perché, sempre che ci sia, sta nel gruppo, non nel soggetto. Questa via può arricchire rinforzando i legami di appartenenza, ma di per sé è poco evolutiva;
3) per quel che facciamo (una torre coi cubi, un disegno, un maglione, una poesia, una torta, una riparazione in casa…). Questa via è molto strutturante, perché il proprio valore, percepibile concretamente nella cosa fatta, esige la messa in opera coordinata di molte funzioni;
4) per le prove di capacità e di abilità che superiamo (imparo ad alzarmi in piedi, a parlare, a camminare, a guidare la bici; dò un esame, prendo la patente, faccio goal, vinco le olimpiadi, mi espongo a pericoli…). È una via importante, dà soddisfazioni, che però non bastano mai: per mantenersi vivo, il senso del proprio valore costringe a continue nuove prove, per cui dà tensione, non sicurezza e tanto meno serenità.
5) perché sentiamo che c’è qualcuno che ci tiene a noi, sentiamo che siamo emotivamente importanti per lui. Solo questa via ci dà la sicurezza di base necessaria per affrontare la vita con sufficiente serenità. Fra tutte, è la più importante, la più consolidante, perché fa maturare quella sicurezza emotiva su cui potranno basarsi l’autostima e l’amore per noi stessi, e quindi la fiducia in noi stessi e negli altri, lo sviluppo della capacità di amare, di essere amati e di impegnarci in relazioni di reciprocità. Emotivamente sicuri, ci sentiamo di rischiare di più, così che tendiamo ad ampliare i nostri ambiti di vita e di libertà.
Le prime quattro vie sono le più semplici da realizzare, tanto che spesso sono attivate come surrogato della quarta, la più preziosa.
L’angoscia nell’esperienza di perdita del nostro valore e del suo riconoscimento è devastante: non ci resta più niente, se non la disperazione. Ci sentiamo irrilevanti, una cosa che non vale niente, degna solo d’esser gettata in pattumiera o nel gabinetto. Se non c’è più il senso del proprio valore, nulla può aver valore. Ogni accadimento che testimoni il nostro “disvalore” ci getta nel colmo della disperazione. Ecco perché la piccola Laura si dispera.
Con la venuta della sorellina, trattata giustamente dai genitori come una cosa molto importante, Laura, che è ancora piccolina, sente minacciato il riconoscimento del proprio valore, e si dispera ad ogni occasione in cui la minaccia si ripresenta (i giochi ad esclusione) o si realizza (“Non ti aspetto per andare al ballo”). Sconfortata per il vacillare della sicurezza emotiva, cerca di trattenere il senso del proprio valore sul come presentarsi (l’abbigliamento) e su quello che ha (i giocattoli, i propri spazi). “Qui non sono più importante per nessuno. Se perfino l’ultima arrivata può mettere a soqquadro le mie cose, è segno che io non valgo proprio niente”. Non è ossessività la “mania dell’ordine” di Laura, ma è espressione d’una fondamentale esigenza di sentire riconosciuta dai famigliari, nelle sue cose e nel suo ordine, l’importanza di se stessa come soggetto. Così è per il rifiuto dei vestiti “scartati” dalle cugine più grandi.
Che fare, nella concretezza di tutti i giorni? Compreso il senso dell’angoscia di Laura, non è più tanto difficile saper cosa fare. Si tratta di farle sentire, coi piccoli gesti della vita quotidiana, non solo che le si vuol bene, ma anche che la si pensa come una bambina di valore, cui si tiene molto. Bisogna che mamma e papà le facciano sentire che ci tengono a lei. Ma a lei davvero, non a un’entità neutra che sta lì. Farle sentire che per loro è importante e degno di attenzione quello che lei pensa, sente, desidera, vuole, non vuole. Che sono importanti le sue esperienze, i suoi sentimenti, i suoi spazi, i suoi giochi, le sue preferenze, perché, per loro, è lei che è importante.
Dargliele tutte vinte, allora? No di certo. Un esempio per tutti: “È vero: la medicina fa schifo. Ma purtroppo la devi prendere lo stesso, così poi guarisci”. Vengono riconosciuti il valore del suo sentire e il suo desiderio di non prendere la medicina, si condivide il dispiacere di doversi sottomettere a una necessità, ma la si sostiene nel sopportare quel che è inevitabile.
I genitori, con l’impegno e l’attenzione a lei diretti, hanno da farle sentire che lei è una persona degna d’attenzione, per la quale vale la pena impegnarsi.
È vero, in questo momento, Laura ha scarsa sicurezza in se stessa. Non per fragilità, ma perché sente non più riconosciuto il proprio valore dai genitori.
Nella lettera, la risposta era già contenuta nelle premesse alla domanda. Forse, c’era solo bisogno di un “clic” che collegasse fra loro tutti i dati osservati e i messaggi lanciati dalla bambina, presi estremamente sul serio. Spero di aver favorito questo “clic” nella mente dei genitori di Laura, cogliendo l’occasione per segnalare ad altri genitori un tema così importante e universale. Anche per questo ringrazio la Signora Domenica.