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Ridere o piangere? All’inizio i toni erano quelli dell’allarme classico. “Siamo a rischio di un’epidemia mondiale”. ”I morti saranno milioni”. “Colpiti soprattutto i paesi più poveri” (come al solito, N.d.R.). Finchè, man mano che aumentava la confidenza con la questione dell’influenza dei polli e non c’era più bisogno di tante spiegazioni, certi titoli di giornali ci hanno catapultato in una dimensione surreale. “Giallo su un tacchino trovato morto in Turchia”. “Sequestrate 250 galline a Siracusa”. “Gran Bretagna: morto un pappagallo in quarantena”. “Anatra positiva in Svezia” (con seguito tranquillizzante perché la notizia successiva la dava “guarita”). La minaccia incombe, ma molte storie sembrano l’inizio di una barzelletta. E allora: ridere o piangere? Viviamo in tempi veloci. Molto veloci. E non c’è dato tempo non solo per capire o per riflettere, ma per registrare gli stessi eventi che comunque piombano e incombono sulle nostre vite quotidiane attraverso le mille voci delle mille fonti di informazione. Televisione in testa. Nessuno può ignorare. Ed è vero, purtroppo: cadono aerei, esplodono bombe, le stagioni non sono più quelle di una volta e i virus non smettono di mutare e inseguirci in ogni dove... Ma come dobbiamo-possiamo difenderci? E, soprattutto, come stiamo vivendo immersi in questo continuo bagno di paure? Sono tempi strani quelli in cui viviamo: più nutriti, longevi, istruiti e divertiti di quanto sia mai avvenuto nella storia d’Italia e di tanti cugini euroamericani. Ma che fifa!!!
Prendiamo il caso dell’influenza aviaria. Di gallinacei morti per questa malattia ce ne sono già stati a milioni anche in epidemie di qualche anno fa. Ma all’inizio di gennaio 2004 muore anche qualche persona in Asia: alcuni contadini che si sono infettati attraverso il contagio diretto dagli animali. È il primo segnale di pericolo perché in molti paesi orientali c’è l’abitudine a frequentare affollati mercati di bestiame vivo (garanzia di “freschezza” per chi acquista) e il fatto che il virus sappia “saltare” dagli uccelli agli umani è un fatto grave. Non imprevisto nè sconosciuto, dato che molte malattie umane – prime fra tutte l’influenza – hanno nella loro storia questa contaminazione tra specie diverse. È comunque l’indizio della comparsa di patologie nuove, che all’inizio non conosciamo, non sappiamo come combattere e per questo spaventano. I polli colpiti muoiono in poche ore dall’infezione. Muoiono anche alcune delle persone infettate. Il virus H5N1 si presenta con una bella grinta e “saggiamente” i sistemi sanitari di tutto il mondo si attivano immediatamente per prepararsi al peggio. E ci informano di ogni pericolo prossimo o futuro. Non passa giorno senza una notizia, una dichiarazione del ministro, un caso sospetto, un uccello sotto osservazione... E non è solo questione di tremori. Il nostro Stato, sempre a corto di soldi, ha dovuto impegnare diversi milioni di euro per predisporre farmaci e il mercato delle carni di pollo è crollato nell’arco di pochi giorni, anche se tutti gli esperti hanno detto e confermato che le carni e le uova cotte non rappresentano alcun rischio per la salute di chi se li mangia. Eppure la sensazione è che la minaccia sia sopravvalutata. In quasi due anni, dal 28 gennaio 2004 al 1° novembre 2005, l’OMS, l’Organizzazione mondiale della sanità che ha il controllo di tutte le epidemie planetarie, ha registrato 122 casi di persone contagiate dal virus dell’influenza aviaria attraverso gli animali e 62 decessi. Un bilancio di perdite non lontano da quanto, tragicamente, può accadere a causa di incidenti stradali in un solo week end. E allora perché tanti allarmi e tanta paura? Le ragioni per stare in guardia, in effetti non mancano (vedi box) e siccome organizzare la rete internazionale degli interventi sanitari non è banale, le autorità hanno deciso di partire subito e di avvertirci. Nell’era degli scambi globali anche i virus si globalizzano. E le nostre difese devono andare di pari passo. Con la SARS (ve ne eravate dimenticati?) ci siamo riusciti. In meno di un anno dall’allarme scattato con i primi due-tre casi in Cina, all’inizio del 2003, la diffusione del virus (un coronavirus) è stata bloccata e questo dimostra che, se è vero che la rincorsa tra microrganismi e uomini non finirà mai,siamo più veloci noi di loro. Anche per la SARS la paura era stata tanta. Non si è viaggiato più per alcune settimane; negli aeroporti si girava con le mascherine davanti alla bocca; ogni colpo di tosse faceva scattare un recondito sospetto di finire male per colpa dell’ultima delle polmoniti, scoperta in un albergo di Hong Kong e rimbalzata in poche ore in Canada. I casi totali sono stati circa 8.400 e i morti 900. Quattro gli italiani infettati e guariti. Da un anno non se ne parla più.
Altre storie potremmo raccontarle per l’Aids, mucca pazza, il virus Ebola o quello di Marburg che hanno terrorizzato l’umanità negli ultimi vent’anni. Storie diverse per tante ragioni, con in comune almeno due fattori: l’allarme mondiale e la paura generalizzata. Nasce il sospetto che i giornali si divertano a giocare alla catastrofe e che, alla lunga, finiscano per provocare un effetto “al lupo, al lupo!”, in una gran confusione di veri e falsi allarmi. A chi credere, allora? Un consiglio potrebbe venir fuori dal modo stesso in cui insegniamo ai bambini come affrontare i pericoli: mettere sì un po’ di paura, ma non troppa da far scattare il panico o l’incredulità. La sensazione di una minaccia è un meccanismo che ogni vivente ha imparato a gestire per sopravvivere e guai a perdere il senso del pericolo. Ma guai anche a cedere al clima di eterno pericolo in cui sembra ci vogliano tenere tante “autorità” e non solo i giornalisti. La paura può salvarci, ma è anche la più grande nemica della libertà.
DOBBIAMO AVER PAURA DELL’INFLUENZA AVIARIA?
SI - se pensiamo che si tratta di un’influenza e che la spagnola, un secolo fa, uccise più di 50 milioni di persone (anche se in condizioni assai diverse da quelle di oggi) - se consideriamo che il virus H5N1 è piuttosto aggressivo e ha ucciso una persona su due tra i contagiati - se è ancora vero che ogni 40 anni l’umanità è colpita d una nuova grande epidemia e che l’ultima risale a circa 35 anni fa - se teniamo conto dell’aumento enorme di scambi, viaggi e contatti tra uomini e animali di tutto il pianeta - se in questo aumento generale consideriamo la necessità di sfamare sempre più persone anche con lo sviluppo degli allevamenti intensivi
NO - se vediamo come la vigilanza pubblica internazionale ha saputo bloccare la minaccia della SARS - se non ci sarà il contagio uomo-uomo, mai verificato finora - se funzioneranno i molti sistemi di difesa che sono oggi disponibili contro le malattie infettive: dalla prevenzione, ai vaccini, ai farmaci antivirali - se i centri pubblici in cui si fa ricerca scientifica non saranno danneggiati dai tagli finanziari
BOX 2 SEMPRE PIÙ INTOLLERANTI
Mai parole come “rischio” e “allarme” erano state pronunciate con tanta frequenza come negli ultimi anni. Mai come oggi, rispetto ai tempi in cui erano tanti a morire di fame di stenti anche in Italia e mai soprattutto in quella parte del mondo che gode delle condizioni migliori. Prima ancora di quelle virali sembrano le epidemie di paura quelle oggi più diffuse. Paura dell’elettrosmog, degli OGM, del nucleare, dell’alimentazione piena di trappole infide e di tante altre cose che vanno a sommarsi a quelle che realmente sono pericolose – come gli incidenti in casa e per strada, per esempio – ma che non ci preoccupano affatto. È quello che due esperti chiamano “il paradosso dell’età moderna” e che spiegano in un libro assai utile dal titolo “Nuovi rischi, vecchie paure”, edito dal Il Mulino, in vendita a 12,50 €. L’hanno scritto Lucia Savadori, ricercatrice di scienze cognitive dell’Università di Trento, e Rino Rumiati, professore di psicologia cognitiva dell’Università di Padova, con un gran quantità di dati e di riflessioni che ci accompagnano nella comprensione di un fenomeno che ci riguarda tutti. Sempre più sensibili a ogni minaccia e intolleranti a qualsiasi problema, come bambini viziati. Spesso esagerati e poi, però, responsabili di comportamenti del tutto irrazionali che anziché diminuire i rischi, li fanno aumentare. Ve ne eravate mai accorti?
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