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Rivista n. 2 Marzo-Aprile - 2003
Come è influente l`inflenza
di Rossella Castelnuovo

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È andata. Anche quest’anno l’influenza è stata un argomento forte del giornalismo nazionale, con le consuete luci e ombre. Annunci da terrore a ottobre (“in arrivo una pandemia killer”); silenzio imbarazzato a Natale (c’erano in giro solo raffreddori più o meno forti) e finalmente tutti a letto, a febbraio, come previsto. Ma anche, forse, un po’ di più. Quel tanto da sollevare ancora drammi e preoccupazioni: un fallimento del vaccino?

Un tema ideale per fare notizia. Raccontare l’influenza ogni anno, d’altronde, non è facile. Anche se i virus fanno lo stesso mestiere, i giornalisti pure: devono “trovare notizie”. E quindi novità, cose inconsuete e mai dette, aiutati, nel bene e nel male, dal progresso della medicina che aggiorna e modifica continuamente sia le teorie che le pratiche per affrontare le malattie. L’influenza è, a questo riguardo, un tema assai interessante. È infatti una malattia molto comune perché colpisce tutti e si ripresenta ogni anno. Ed è, allo stesso tempo, una malattia tutt’altro che banale: decisamente guaribile nella maggioranza dei casi, come abbiamo più volte sperimentato sulla nostra pelle. Ma anche una minaccia mortale per individui anziani, debilitati o portatori di malattie croniche. L’episodio della “spagnola” che nel 1918 uccise 20 milioni di persone ha inoltre marchiato la sensibilità di medici e ricercatori impegnati in questo campo. Ma va ricordato che non fu solo colpa del virus. C’era la guerra, la gente era malnutrita e debilitata; non esisteva alcun sistema di sorveglianza epidemiologica; e le notizie non circolavano a causa delle segretezza su qualsiasi cosa che scatta durante le guerre. Avvenne così che a svelare quella terribile pandemia fu per prima la Spagna, che era allora paese neutrale e che lasciò il segno sul nome di quell’influenza.

Virus sotto sorveglianza. Da allora i vari virus influenzali hanno continuato a girare – letteralmente – attorno al nostro pianeta, manifestandosi, generalmente, verso settembre nei paesi asiatici (presenti nelle sigle che definiscono i vari ceppi “Hong-Kong”, “Singapore” ecc.) per arrivare dalle nostri parti in inverno. I ricercatori li seguono passo passo, registrano i loro cambiamenti (mutazioni) e stabiliscono come dovranno essere, ogni anno, i nuovi vaccini che sono uguali in tutti i paesi d’Europa, come stabilito dall’Organizzazione mondiale della sanità. Ed è stata proprio questa sorveglianza globale e capillare a scatenare, in autunno, quell’allarme sul possibile arrivo di una nuova influenza terribile. Sembra infatti che, come ha dichiarato Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università di Milano e uno dei massimi esperti di influenza in Italia, ogni 30-40 anni ci sia la minaccia di ondate epidemiche più virulente delle altre. Ma tutto sta a intendersi sui termini e se quella del ’97 può essere considerata tale, dovremmo stare tranquilli per un altro bel po’ di tempo. Nulla, peraltro, si svolgerebbe più come nel passato perché la vigilanza sull’influenza è diventata una questione internazionale che ha prodotto, anche in Italia, programmi specifici per affrontare ogni eventuale epidemia.

Allarmi fasulli. Torniamo, allora, nelle nostre camere da letto attrezzate, all’occorrenza, come piccole aree infermieristiche affollate di termometri, sciroppi, antipiretici e apparecchi per l’aerosol. Cos’è successo quest’anno? L’allarme di ottobre si è evidentemente rivelato del tutto fasullo. Tranne, forse, che sulla diffusione del virus influenzale di quest’anno: molti più malati sia della stagione scorsa, che raggiunse il picco dell’8 per mille ai primi di febbraio 2002, sia di quella precedente e ancora meno dilagante, con un picco di 5 malati ogni mille abitanti a metà febbraio 2001. Quest’anno gli “influenzati”, nella fase più acuta dell’epidemia che – al momento in cui scriviamo – sembra essere stata tra la fine di febbraio e i primi di marzo, sono stati il 14 per mille degli italiani, superando un picco analogo della stagione ’99-2000 con il 13 per mille dei colpiti. Questa esplosione di casi, così vasta e relativamente tardiva rispetto a chi si aspetta – non si sa perché – che l’influenza debba arrivare sempre intorno o poco dopo Natale, ha fatto gridare all’inefficacia del vaccino. Era stato infatti proprio il “falso allarme” di ottobre a scatenare una campagna vaccinale che era stata seguita da molti e che, alla prova dei fatti, sembrava essere fallita, con tanto di associazioni di consumatori pronti a preparare ricorsi e cause di risarcimento danni.

Ma guardiamo i dati.
Visti da vicino, però, i dati sembrano essere più vicini alla dimostrazione che il vaccino ha funzionato, piuttosto che il contrario. Si sono ammalati moltissimi bambini (34 per mille nella settimana-picco) e pochi anziani (6 per mille nella stessa settimana) e si sa che in Italia sono soprattutto questi ultimi ad aver usato questo tipo di prevenzione. L’Istituto superiore di sanità stesso, proprio per rispondere ai giornali che criticavano il vaccino, ha emanato una nota in cui chiarisce alcuni punti fondamentali, che possiamo riassumere così: attenzione a non confondere l’influenza con altri malanni di stagione che dipendono da virus diversi da quelli per cui è stato preparato il vaccino; tenere presente che, anche se il vaccino non offre una difesa totale, permette comunque di ridurre i sintomi della malattia; aspettare l’evoluzione dell’epidemia per valutare se nel periodo tra la vaccinazione (a ottobre) e l’eventuale malattia (a marzo) il virus potrebbe aver avuto il tempo di mutare, rispetto ai ceppi usati nella preparazione del farmaco, che richiede 6 mesi, inizia a marzo e viene stabilito sulle osservazioni dell’anno precedente.

Chi si ammala di più.
I bambini, in tutto questo, ne sono usciti effettivamente peggio di tutti. Sono stati quelli che più si sono ammalati e non è facile stabilire tutti i perché. Più fragili? Più a contatto tra compagni di scuola, con merendine scambiate e nasi gocciolanti? Più interessanti per certi tipi di virus? Tutto questo parlare di influenza, alla fine, ci ha comunque portato tutti a saperne di più e a poterci considerare sufficientemente addestrati per affrontarla, insieme ai pediatri, naturalmente: con attenzione, ma senza terrori. Sapendo che, come è accaduto anche quest’anno, poi passa.



LA VERA INFLUENZA

Uno starnuto non è influenza. Né è influenza un po’ di mal di gola e qualche linea di febbre. Se si deve avere una diagnosi precisa l’ influenza deve rispondere ad alcune caratteristiche che il nostro Ministero della salute definisce così: “Affezione respiratoria acuta a esordio brusco e improvviso con febbre oltre i 38° C, accompagnata da almeno un sintomo tra i seguenti: cefalea, malessere generalizzato, sensazione di febbre (sudorazione, brividi), astenia e da almeno uno dei seguenti sintomi respiratori: tosse, faringodinia, congestione nasale.”
 
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