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Rivista n. 5 Novembre-Dicembre - 2003
Scuola: dove ho imparato a stare al mondo
di Marina Macchiaiolo

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Ricordo perfettamente la sensazione provata la prima sera del mio arrivo alla scuola dal nome altisonante, Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico, a Duino-Aurisina un “villaggio” di poche anime a pochi chilometri da Trieste. Dopo mesi di attesa ero finalmente arrivata e la sensazione era quella di essere veramente in un altro mondo; e non per gli edifici maestosi che ci si può aspettare pensando ad un college, come il castello di Hogwarts di Harry Potter, quello del film, girato in un vero college di Oxford. Del Collegio del Mondo Unito non c’era traccia evidente tra gli edifici del paese, se non qualche targa qua e là, ma il vero segno, evidentissimo, erano le facce dei ragazzi che camminavano per le strade, troppo diverse da quelle dei riconoscibilissimi abitanti del paese.

I Collegi del Mondo Unito.
I ragazzi erano di tutte le nazionalità, a questo ero preparata, sapevo di aver avuto il privilegio di poter vivere un’esperienza internazionale, ma l’atmosfera che si respirava era davvero sorprendente: mi ritrovavo lontano da casa (ma in fondo poi non troppo, se penso alla mia compagna di camera svedese o alle due ragazze della stanza accanto che venivano da Honk Hong e dall’India), tra ragazzi di 16- 18 anni che avevano organizzato un “party” normalissimo, in cui ci si divertiva come tutti a quella età, ma che mi sembravano lontano anni luce dai compagni che avevo lasciato al mio vecchio liceo. E non era una sensazione legata alla novità, perché ho continuato ad averla per tutto il tempo in cui ho avuto la fortuna di vivere lì, e neppure dipendeva dal fatto che i ragazzi lì erano più intelligenti di quelli lasciati a casa (in realtà erano semplicemente diversi per la particolare esperienza che stavano vivendo). Ci penso oggi, mentre leggo che stanno costruendo un muro a Gerusalemme e leggo dei “kamikaze” sedicenni. Non voglio semplificare problemi molto complessi, ma in quel piccolo mondo di duecento ragazzi provenienti da oltre 70 paesi, alcuni da luoghi difficili, come i paesi dell’Est (c’era ancora il muro di Berlino), paesi in via di sviluppo, paesi in guerra perenne, sembrava che il grande Mondo potesse essere veramente diverso. È lo spirito con cui sono stati fondati i Collegi del Mondo Unito (United World Colleges-UWC) oggi dieci in tutto il modo, era proprio questo: lavorare per l“international understanding”, riunire ragazzi già formati nella loro cultura, ma ancora aperti mentalmente a conoscere e comprendere quella degli altri attraverso la condivisione di un percorso comune.

Come funzionano i Collegi del Mondo Unito.
Ognuno dei dieci collegi attualmente presenti nel mondo ha un suo carattere distintivo che riflette la particolare collocazione geografica e la cultura locale; tutti condividono e perseguono gli ideali del movimento degli UWC. I collegi seguono uno dei tre modelli possibili: la maggior parte offre a ragazzi di 16-18 anni un’esperienza pre-universitaria di due anni basata sul curriculum scolastico del Baccalaureato Internazionale (IB); altri offrono questo tipo di esperienza anche a ragazzi più giovani; infine c’è il “Simón Bolivar UWC of Agricolture” che offre una esperienza triennale di educazione in ambito prevalentemente agrario per ragazzi dai 18 ai 21 anni. Il Baccalaureato Internazionale è un titolo di studio riconosciuto a livello mondiale. Il programma di studi è stato elaborato dalla International Baccalaureate Organization, un’organizzazione non-profit che ha sede in Svizzera (www.ibo.org), nata essenzialmente per permettere ai figli dei diplomatici di studiare con continuità nonostante i frequenti spostamenti dei genitori. Possono accedere al biennio del Baccalaureato Internazionale gli studenti degli ultimi due anni delle superiori. Tutto l’insegnamento, a parte lo studio delle lingue, viene svolto in inglese. Il percorso formativo viene personalizzato in base alle attitudini del ragazzo. I professori vivono all’interno del Collegio con le loro famiglie e ognuno di loro è responsabile di un’attività tutoriale con gli studenti e di un’attività extra rispetto alla materia di insegnamento: ci sarà il professore di biologia che gestisce anche il surf, o la professoressa di chimica che organizza il gruppo di trekking. Insieme all’intensa attività scolastica sono “obbligatorie” anche altre attività: sportiva, di servizio sociale, e un’attività artistica come il canto, la fotografia ecc. La scuola mette a disposizione molti mezzi, almeno così pensavo io che venivo da una scuola italiana dove un microscopio era già un evento di rilievo; non così la pensavano, ad esempio, i ragazzi giapponesi provenienti da scuole molto ben dotate sul piano tecnico, tuttavia nessuno di loro avrebbe rivoluto la sua vecchia scuola con molti microscopi ma molta meno esperienza da vivere.

Un’utopia, o un piccolo contributo per un mondo migliore? È necessario superare una selezione locale (ogni nazione segue procedure diverse, in Italia esistono circa dieci sedi di pre-selezione) superata la quale i candidati passano alla selezione nazionale. Chi supera i test ha accesso alla borsa di studio. Non è necessario disporre di particolari risorse economiche in quanto scuola, vitto, alloggio e anche il materiale scolastico, dalle penne ai libri, vengono coperti dalla borsa di studio. Le selezioni sono basate sul curriculum scolastico, ma anche e soprattutto sui colloqui svolti durante i giorni di selezione, in quanto oltre all’aspetto scolastico, viene valutata anche la capacità del ragazzo a vivere un esperienza di condivisone lontano dalla famiglia. Non tutto è semplice, la vita di comunità ha spesso le sue difficoltà, alle quali si aggiunge la pressione scolastica, l’accettazione di modi di vita diversi, la nostalgia; ma mentre queste difficoltà sono passeggere, molto più complesso è tornare nel “mondo” normale. Quando stavo a Duino pensare di andare in Svezia o in Cina mi sembrava una cosa molto semplice (non dal punto di vista economico), visto che avevo a due metri una persona che lo aveva appena fatto o lo stava per fare durante le vacanze estive. Adesso, sebbene abbia mantenuto vari contatti che mi fanno sentire a casa quando vado in una città nuova, mi sento, almeno all’inizio, un’estranea… una straniera. Ripenso al muro di Gerusalemme ed ho la terribile sensazione di aver vissuto un’utopia, ma poi mi convinco che quella che io ho percorso sia una strada possibile e forse tanti uomini e donne fortunati, che dal 1962 si sono avvicendati in quelle scuole, probabilmente hanno contribuito, nel loro piccolo, a fare un mondo più unito ed in parte migliore.

PEDIATRI PER UN MONDO POSSIBILE

Un gruppo di pediatri italiani ha lanciato l’iniziativa Pediatri per un mondo possibile, per dare alle famiglie un’informazione puntuale sui temi che riguardano l’ambiente e il futuro del mondo, e proporre azioni significative sia per il messaggio educativo che per il contenuto concreto.

    * non sprecare l’acqua, l’energia, il cibo
    * proteggere l’ambiente intorno a noi, in casa e fuori
    * promuovere una alimentazione sana e i prodotti biologici
    * privilegiare la mobilità a piedi, in bicicletta, con i mezzi pubblici
    * privilegiare i beni prodotti nel rispetto dei diritti umani
    * sostenere il diritto all’educazione alla salute e ad ambienti vivibili per i bambini che ne sono esclusi
    * promuovere la conoscenza tra bambini e ragazzi di diverse nazionalità
    * educare a relazioni basate sulla comunicazione e la non violenza.
 
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