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Salute e informazione - Rivista n. 1 Gennaio-Febbraio - 2009
L`ospedale malato
Due terzi dei ricoveri in pediatria potrebbero essere evitati
di Lucio Piermarini

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Mi piace vincere facile? Potrebbe sembrare, visto che, con l’aria di malasanità che tira a colazione pranzo e cena, prendersela genericamente con gli ospedali è diventato uno sport diffuso, economico, e anche salutare, perché sfogarsi  su qualcosa fa sempre bene, soprattutto se non ci si deve ragionare sopra. No, in realtà le cose sono un po’ più complicate di quanto appaiano, e se non si vedono e vivono dall’interno, è difficile tirare conclusioni valide e oggettive. Insomma gli ospedali come sono, buoni o “mali”? Né una cosa né l’altra, ma una miscela delle due, come in tutte le opere umane, dove la perfezione è irraggiungibile per definizione e bisogna accontentarsi, non tanto di arrivarci almeno vicino, ma del tentativo sincero di provarci.
Un ospedale, come è facile comprendere, è una struttura estremamente complessa, come qualunque altro luogo di produzione in cui lavorino centinaia di persone con professionalità diverse, con la non piccola complicazione che il prodotto è la salute e, diciamola tutta, la vita degli esseri umani. E avendone, di vita, una sola, tendiamo ad esserci molto attaccati, a parte i martiri e gli eroi, di cui preferiremmo non aver bisogno. Per di più l’ospedale è l’ultima spiaggia per uscire da una malattia e così, di solito almeno, da chi ci lavora non solo si pretende sempre il massimo, ma non si accettano scuse.
Non è stato sempre così. In passato quando ancora non ci avevano convinto della possibilità di essere pressoché immortali e della immoralità della malattia, il rapporto con l’ospedale era diverso. Non faceva alcun piacere andarci, anche perché quando ci si andava non è che ci fossero piene prospettive guarigione, ma comunque ci si fidava che sarebbe stato fatto tutto il possibile. I rapporti con i medici continuavano ad essere familiari, ci si rendeva conto dell’impegno e della partecipazione alla preoccupazione e, quando andava male, al dolore. Oggi invece, convinti, complici gli sconsiderati mezzi di comunicazione, che la medicina ha praticamente scoperto tutto, la guarigione è un obbligo e il medico che non la ottiene è colpevole a priori.

Ma allora “abbasso gli ospedali!” O no? Certo che sì, perché la critica non è all’ospedale in sé, ovviamente, ma agli ospedali così come sono organizzati e, congiuntamente, al loro numero esagerato. Valgono per essi le stesse considerazioni che abbiamo fatto a suo tempo per gli specialisti, e d’altra parte, l’ospedale è la loro casa madre. Più sono, meno lavorano su patologie complesse, meno imparano a curarle. Forse non sapete che anche quando si avvia un nuovo reparto specialistico paghiamo una tassa in insuccessi, spesso vite umane, nel frattempo che si perfezionano le competenze di medici e infermieri, senza dimenticare la cenerentola “organizzazione”. E sì perché hai voglia ad avere geni della medicina in reparto, se le differenti professionalità non collaborano, se i medici litigano fra di loro, se i vari servizi di supporto (laboratori, radiologia, trasporti interni, pulizia) non ti assistono puntualmente, se chi deve controllare non controlla, gli errori sono inevitabili. La malasanità vera è questa, quella che nessuno vede, e che ha un impatto sulla nostra salute molto più importante che non i casi clamorosi in cui si punta l’indice sul singolo medico o infermiere, colpevoli di aver omesso un esame o scambiato una siringa. Il problema è che la disorganizzazione è difficile da mettere sul banco degli accusati. Con chi ce la prendiamo? La rituale risposta è che non ci sono i soldi per pagare più personale paramedico, più apparecchiature, più manutenzione, più , più, più.

Ma come non ci sono soldi? Possiamo permetterci il più alto numero di medici al mondo e non abbiamo soldi? Abbiamo una miriade di piccoli ospedali zeppi di specialisti che non sanno che fare e non abbiamo soldi? Forse val la pena ricordare che un ospedale spende più o meno la stessa cifra sia che sia pieno o che sia vuoto perché i costi maggiori sono il personale e la manutenzione di strutture e macchinari. Quindi l’unica soluzione è proprio quella che noi cittadini di solito avversiamo con tanto di dimostrazioni di piazza: chiudere o riconvertire in poliambulatori i piccoli ospedali. Le risorse liberate serviranno a far funzionare meglio e a potenziare quelli più specialistici, e a migliorare l’assistenza extraospedaliera (vedi prevenzione e riabilitazione). Ma farlo significa scontentare gli elettori, i responsabili dei reparti (i vecchi primari tanto per capirci), i sindacati un po’ miopi, e quindi, come è già stato autorevolmente detto, ci vogliono politici con le p…, capaci di anteporre gli interessi dei cittadini ai propri e a quelli degli amici. Utopia? Può essere. Ma proprio perché i politici sono sensibili ai voti, se gli elettori diventano cittadini informati, qualcosa può cambiare anche in Italia. Per decenni vi è stato raccontato che il piccolo ospedale sotto casa, con il suo piccolo reparto di pediatria era intoccabile perché presidio fondamentale per il diritto alla salute. Balle! Qualcuno vi ha mai informato che i due terzi dei ricoveri di bambini fatti in Italia sono inutili? Perché si fanno ugualmente? Ma bella! Perché altrimenti tutti si accorgerebbero che quel reparto di pediatria in realtà non serve e rappresenta solo un costo. Qual è il trucco? Be’ forse, per carità dico forse, si aggravano un po’ le diagnosi, da bronchite a broncopolmonite che ci vuole, si ricoverano tutte le febbri alte, contando sulle paure dei genitori, si pesca abbondantemente tra i neonati dei nidi, che nessun altro vede e giudica, un itterino innocente, un vomito in più, un calo di peso al limite. Poi chi rifiuterebbe il ricovero ad un bambino che abbia battuto il capo, anche se al momento è in perfetta salute. E le convulsioni febbrili, anche se al secondo o terzo episodio? E il mal di pancia, che c’è sempre un’appendicite in agguato? E se anche questo fosse vero, dico se, come si fa a non chiudere un occhio? Dopo tutto, con un po’ di collaborazione involontaria da parte dei bambini, si farebbe per salvare dei posti di lavoro, la sopravvivenza del nostro storico nosocomio, la dignità della città nei confronti della città vicina. I bambini, una volta raggiunta l’età della ragione, sarebbero orgogliosi di aver contribuito al successo della santa causa! Sempre che lo vengano a sapere.

Un guaio grosso è che i piccoli ospedali, proprio perché non sempre ci si rende conto dei loro intrinseci limiti e, per il solo fatto di essere ospedali, ci si aspetta che possano dare pressoché qualsiasi risposta, possono diventare trappole mortali. Non è raro che si verifichi un decesso durante un trasferimento da un piccolo a un grande ospedale, perché il primo si era rivelato non in grado di soddisfare un’emergenza. Una situazione molto frequente è il trasporto ai centri di terapia intensiva neonatale di bambini da gravidanze a rischio, fatti nascere in una piccola maternità solo per non perdere la possibilità di incrementare la casistica dei parti. Ed è dimostrato che questi bambini rischiano di morire più di quelli nati direttamente nell’ospedale con la terapia intensiva. Attuare questa politica significherebbe chiudere tanti reparti di maternità, o trasformarli, meglio ancora, in “Case della maternità” per gravidanze e parti normali, ovviamente senza ginecologi. Quanti saranno i politici con il coraggio di confessare le passate bugie, e di spiegare ai propri amministrati la necessità e l’utilità di questo e altri cambiamenti? Se questo non è già avvenuto è perché o vi considerano stupidi o troppo grossi sono gli interessi in gioco. O ambedue le cose: tanto stupidi da non vedere che qualcuno ci guadagna. O forse tanto stupidi da non poter capire i vostri veri interessi, e tanto stupidi, se mai li capiste, da non capire che cambiare per tutelarli, diamine!, lasciate fare a noi politici che sappiamo quando è o non è il caso, e buoni a cuccia.



ITALIA: TROPPI BAMBINI IN OSPEDALE
I dati 2001 sui ricoveri in età pediatrica confermano il trend decrescente degli anni precedenti: il tasso di ospedalizzazione è sceso da 116 per 1000 bambini del 1998 a 103,6 del 2001 per i ricoveri in degenza ordinaria. Rilevanti sono le differenze nei tassi di ospedalizzazione nelle varie fasce di età nel nostro Paese: il tasso nel primo anno di vita è pari al 547 per 1.000, tra il primo e il quinto compleanno è 111 per 1.000, dal quinto fino al 18° compleanno si attesta sul 70 per 1.000. Malgrado il trend decrescente degli ultimi anni, i valori italiani sono molto più elevati rispetto a quanto avviene nel resto del mondo; il Regno Unito e la Spagna si attestano su valori del 50-60 per 1.000 nella fascia di età 0-14 anni; negli Stati Uniti il tasso di ospedalizzazione, per l’età 0-15 anni e con l’esclusione dei neonati, è inferiore al 40 per 1.000.
Fonte: Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali
 
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