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Rivista n. 2 Marzo-Aprile - 2009
Il rene stanco e il rene innocente
di Leopoldo Peratoner

I nefroni malati invecchiano precocemente, vanno in sclerosi secondo la terminologia medica; e come tutte le cose vive che invecchiano, prima o poi muoiono. E, come abbiamo già visto, i nefroni non sono in grado di riprodursi, di riformarsi. Hanno però una grossa risorsa: sono dei grandi lavoratori e, quando uno di loro muore, quelli che gli stanno attorno prendono il suo posto e lavorano anche per lui. Questo meccanismo si chiama ipertrofia dei nefroni residui: non solo diventano più grossi, ma proprio lavorano per 2 o per 3 loro “colleghi”, ma anche per molti di più. Si può arrivare a 100 o 200.000 nefroni, dai circa 2 milioni con cui nasciamo, senza che il nostro organismo perda il suo equilibrio, e quindi senza che compaiano importanti sintomi, senza cioè che noi possiamo accorgercene. Come però è prevedibile, perché in tutte le cose che succedono c’è un po’ di bene e un po’ di male, lavorando di più tendono ad invecchiare e a diventare sclerotici più presto, e quindi…
Ci sono alcune cose che possiamo fare per fermare, o per lo meno rallentare questa progressiva perdita nefronica: prima di tutto curare l’ipertensione arteriosa, che spesso accompagna molte malattie renali; poi tener bassa la pressione all’interno dei glomeruli stessi, utilizzando dei farmaci cosiddetti ACE-inibitori, anche quando la pressione arteriosa sistemica (quella che si misura con lo sfigmomanometro) è normale. Molto meno importante è il ruolo della dieta, se non nelle fasi molto avanzate di insufficienza renale. Anche tenendo conto che per un bambino il ridurre drasticamente l’apporto di proteine incide sul suo benessere e sulla sua crescita, ed è di per sé difficile da attuare.
Ma anche nei casi in cui si arriva alla cosiddetta insufficienza renale terminale, quando cioè non si riesce a mantenere una sufficiente omeostasi (vedi sopra), non tutto è perduto. Soprattutto per un bambino l’obiettivo è quello di arrivare ad un trapianto di rene quanto prima, senza passare possibilmente per la dialisi.
 

PIPÌ A LETTO: QUASI MAI UNA PATOLOGIA RENALE
Il controllo dell’emissione di urina durante il giorno si può raggiungere facilmente fra il compimento del primo e il compimento del secondo anno, anche se oggi si tende a rimandare il raggiungimento di questo obiettivo educativo anche al terzo anno. Di notte le cose vanno però diversamente: molti bambini, più frequentemente i maschietti, continuano a fare la pipì a letto anche fino a sei anni e oltre: si chiama enuresi notturna e non è quasi mai legata ad una malattia dei reni o delle vie urinarie. Per molti anni l’enuresi è stata associata a disturbi psicologici; oggi si pensa invece che l’ enuresi, soprattutto se “mal-trattata” (colpevolizzando i bambini per esempio) possa essere alla base di piccoli disturbi psicologici, piuttosto che la conseguenza. Talvolta può dipendere da un’eccessiva assunzione di liquidi, soprattutto nel pomeriggio e la sera. Molti sono i rimedi proposti: incoraggiamento con sistemi “a punti” (da accumulare per ogni notte asciutta, fino al raggiungimento di un “premio”), allarmi sonori, farmaci che diminuiscono la produzione notturna di urina, ma anche semplici pannolini, l’equivalente delle “incerate” e delle traverse che molti di quelli che oggi sono genitori avevano nel letto quando erano a loro volta bambini. Perché l’enuresi, fra l’altro, ha una familiarità: cioè è facile che un bambino enuretico abbia avuto un papà o un mamma con lo stesso disturbo. Che, ovviamente, ne sono guariti; perciò molti pediatri pensano che la cura migliore dell’enuresi sia semplicemente aspettare; e intanto organizzarsi per non dover fare troppe lavatrici.
Quando l’enuresi sia mal tollerata dal bambino (non dalla famiglia) per il suo vissuto, per l’età avanzata, per le conseguenze “sociali” del problema, il modo più naturale per affrontarlo è quello di far capire al bambino perché questo gli capita, spiegandogli proprio l’anatomia ed il funzionamento della vescica e dell’uretra e insegnandogli a “non far arrabbiare” la sua vescica durante il giorno, non opponendosi alla sua voglia di svuotarsi, non trattenendo ma “dando ascolto” alle sue richieste più che legittime, in poche parole correndo subito a fare la pipì. Se siamo capaci di far capire queste cose, succede spesso che il problema si risolve.



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