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Rivista n. 3 Maggio-Giugno - 2009
Tecniche subdole per padri indolenti
di Francesco Piccolo

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Avvertenza (e “tecnica di tutte le tecniche”): queste tecniche potrebbero essere usate anche dalle madri, almeno quasi tutte, ma sono dedicate in particolare ai padri, che nei primi mesi di vita possono usare subdolamente – e quasi sempre con successo – il fatto che i neonati siano molto legati alla figura materna. Il che significa che la madre è molto sensibile a una frase che costituisce la tecnica di tutte le tecniche: “Vuole te”. Questa frase risulta poco credibile per noi padri, è inutile provarci. Almeno nei primi mesi di vita.
Invece, cari padri, fino a quando non vi farete scoprire, e cioè fino a quando la madre non capirà che siete subdoli e scorretti, questa tecnica è infallibile: “Vuole te”, pronunciato con intenzione e senso di sconfitta per il povero padre che sa che deve aspettare anni prima di entrare per davvero nel cuore del proprio figlio. “Vuole te”, allungandole il neonato per piantarglielo in braccio. “Vuole te” rende la madre vulnerabilissima, per il semplice fatto che non importa che sia vero o no: lei ci crede. E ci crede perché non desidera altro che questo: che il figlio voglia lei. La madre si commuove, apre le braccia e accoglie il neonato come una divinità salvifica e mentre lo consola e lo vezzeggia, lo cambia o lo fa mangiare o lo fa addormentare. E voi fate quello che vi pare.
È chiaro che per usare queste tecniche non dovete avere scrupoli. In fondo, si tratta di tecniche generali che possono arrivare alla fine di giornate in cui si è dato il proprio contributo in modo serio e appassionato. Ma arriva sempre il momento in cui, anche se il neonato è meraviglioso e voi siete raggianti di essere il suo genitore, non ne potete più. Vi siete rotti le scatole. È legittimo. Non dovete vergognarvi o sentirvi in colpa. Perché chi si vergogna o si sente in colpa, soccombe. Diventa vittima. Quindi tutto ciò che qui è elencato, lo avete già messo in atto o avete avuto voglia di metterlo in atto. Se non lo avete fatto, lasciate perdere, rassegnatevi. Vi occuperete di vostro figlio il triplo o il quadruplo del tempo rispetto all’altro genitore.

Un’altra tecnica subdola consiste nel far finta di non aver visto o sentito che il neonato ha fatto la cacca. Bisogna essere molto distratti e impegnarsi in qualcos’altro, passare alla larga, seguire le mosse della madre, spingerla ad avvicinarsi al neonato. Se la tecnica riesce, la madre dirà: “Mi sa che ha fatto la cacca”. C’è una regola non scritta: chi se ne accorge, lo deve cambiare. Non si sa perché c’è questa regola, ma c’è. Quindi, se ve ne accorgete, dovete far finta di non accorgervene.
Ci sono casi in cui tutti e due i genitori adoperano la stessa tecnica. Sono momenti molto difficili, soprattutto per il neonato. Le strategie di movimento casalingo si fanno complicate. Anche perché succede un altro fatto strano, nei genitori: spesso, si stancano contemporaneamente. Sarebbe semplice se le energie e le capacità fossero distribuite a turno durante il giorno (e la notte); ma non è così. Quando il padre si rompe le scatole del proprio figlio, di solito si rompe le scatole anche la mamma. Chissà perché. In quel momento. E a quel punto la guerra diventa più ostile e con minori probabilità di vittoria.
Altra tecnica – subdola, certo, ma di questo stiamo parlando – è quella di cercare di mostrarsi incapaci di fare qualsiasi cosa bene. Di sentirsi molto in difficoltà nel cucinare il brodino, nel cambiare la tutina, nell’addormentarlo nella culla. Si mostra molta buona volontà, si mostra che non si vorrebbe fare altro, ma poi si dice con senso di sconfitta e impotenza: “non ci riesco, mi aiuti?” “Mi fai vedere come si fa?” Bisogna essere un po’ esasperanti, incalzare, chiedere aiuto di continuo. Ci vuole un po’ di pazienza, ma alla fine la praticità vince: e la madre ti chiede di levarti, che fa lei, anche perché fa prima. E in quel momento bisogna dire: “ma no, mi dispiace, fammi provare, è che non sono ancora bravo…” E andarsene di là a guardare la televisione come alla fine di una sconfitta cocente.
In ogni caso, quando soccombete per qualche motivo, e vi tocca cambiarlo, farlo mangiare o farlo addormentare, non dovete amareggiarvi; la tecnica subdola vi viene in aiuto: state costruendo un investimento per il prossimo futuro. Per la prossima volta. È del tutto legittimo usare questo turno di sconfitta per costringere l’altro a impegnarsi la volta successiva: “e no, prima l’ho cambiato io, adesso tocca a te”; “ieri sera l’ho addormentato io, adesso tocca a te”.
Un’altra tecnica subdola nella quale potete anche apparire virtuosi (che rende la tecnica subdola ancora più subdola) è quando lasciate piangere il neonato per una questione educativa. Dite: “No, non ci vado, perché deve imparare. Piangere un po’ gli farà bene.” Alla fine, se siete tosti, lei crollerà per prima e vi sostituirà nel vostro compito senza essersene nemmeno accorta, e anzi sentendosi pure un po’ in colpa per essere venuta meno all’attività educativa.
Le tecniche subdole non sono affatto finite. Ma ce ne sono alcune che terrò ancora per me, fino a quando non avrò più bisogno di usarle.


Francesco Piccolo (Caserta, 1964) è scrittore e sceneggiatore. Ha scritto romanzi e raccolte di racconti: Allegro occidentale, E se c`ero dormivo, Il tempo imperfetto, Storie di primogeniti e figli unici (tutti pubblicati da Feltrinelli), l`Italia spensierata (Laterza) e La separazione del maschio (Einaudi). Con Storie di primogeniti e figli unici ha vinto il Premio Giuseppe Berto e il Premio Chiara.
Ha lavorato anche per il cinema scrivendo diverse sceneggiature, tra cui ricordiamo My name is Tanino, Paz! (tratto dai fumetti di Andrea Pazienza), Ovunque sei, Il Caimano, Nemmeno in un sogno, Caos calmo e Giorni e nuvole.
Collabora con riviste e quotidiani, fra cui la Repubblica e Diario. Attualmente vive a Roma e cura il laboratorio di sceneggiatura al D.A.M.S. della terza Università di Roma.
 
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