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Rivista n. 3 Maggio-Giugno - 2009
Incanto a Venezia
di Armine Arzumanyan

 “È stato come vivere in un sogno!”. Queste sono state le parole con cui mio figlio Daniel, di otto anni, ha definito il nostro recente viaggio a Venezia, dove ogni palazzo, ogni chiesa, ogni ponte racconta la storia di una città straordinaria costruita tra la terra e il mare!
Tra tutte le storie quella che più ci ha incantati è stata quella di San Lazzaro degli Armeni. Isoletta appartata, deve il suo nome al santo mendicante, protettore dei Lebbrosi. Cominciò ad essere chiamata così quanto, nel XII secolo, l’ospedale dove venivano curati gli ammalati di lebbra venne trasferito qui.
Ma la posizione appartata rispetto alle altre isole ha reso l’sola di S. Lazzaro un luogo deputato all’accoglienza non solo dei malati, ma anche dei poveri e dei perseguitati. Quando il lebbrosario fu abbandonato, l’isola venne destinata ad ospitare prima i poveri della città, poi, nuovamente abbandonata, accolse un piccolissima comunità di monaci domenicani fuggiti da Creta. Infine, ceduta ad un gruppo di monaci armeni fuggiti anche loro alla persecuzione turca.
Mekhitar, così si chiamava il monaco a capo della congregazione, insieme ai suoi 17 discepoli, fece ingresso a San Lazzaro 8 settembre 1717 e da allora si dedicò al risanamento degli edifici esistenti, trasformando il monastero e l’isola in un centro vivo di cultura armena. Oggi il monastero di S. Lazzaro custodisce una pinacoteca e una vasta biblioteca che contiene più di 200.000 volumi e manoscritti in lingua armena, manufatti arabi ed indiani, e persino una mummia egiziana.
Si racconta che il poeta inglese Lord Byron, scelse proprio quest’isoletta per imparare l’armeno e per gustare la vertanush, la speciale marmellata di petali di rosa che i monaci ottengono dai loro rarissimi roseti.


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