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Allattamento - Rivista n. 3 Maggio-Giugno - 2008
Latte e medicine
di Vincenzo Calia

“Dottore, ho un gran mal di schiena; posso prendere qualcosa?”
Quante volte mi sarò sentito fare una domanda come questa proprio non so, ma certamente quello dei farmaci che si possono (o non si possono) prendere è uno degli argomenti più “gettonati” nelle telefonate delle mamme che allattano.
Quasi tutti i bugiardini sconsigliano infatti l’uso del farmaco in allattamento, e così il dentista non si azzarda a fare l’anestesia locale, lo stesso medico curante si astiene da qualunque prescrizione (non si sa mai), persino gli specialisti sono dubbiosi (“Senta il pediatra…”).
Eppure capita spesso, soprattutto se l’allattamento materno dura a lungo (e i pediatri consigliano di farlo durare a lungo), che la mamma abbia bisogno di prendere qualcosa; e magari si astiene dal farlo per paura e, forse, si sobbarca un disturbo che invece potrebbe evitare.

L’uso dei farmaci in allattamento è un capitolo poco frequentato dalla ricerca scientifica e le informazioni di cui disponiamo non sono moltissime: questo spiega la cautela della case farmaceutiche. I farmaci infatti si diffondono nell’organismo e quindi, penetrando in tutti i tessuti, passano anche nel latte materno; detto questo però, non abbiamo detto quasi nulla. Le vere questioni sono: quanto farmaco passa nel latte? E quanto di questo farmaco presente nel latte passa poi nell’organismo del bambino? Quali potrebbero inoltre essere le conseguenze sul bambino stesso dell’assunzione del farmaco? E, infine, gli svantaggi eventualmente derivanti da questa assunzione sono maggiori o minori dei vantaggi che la mamma avrà da una terapia di cui ha bisogno, e il bambino avrà dal continuare ad essere allattato al seno?
La domanda a cui il pediatra è chiamato a rispondere è dunque questa: se una mamma ha bisogno di curarsi mentre allatta il suo bimbo, deve rinunciare a farlo, deve sospendere l’allattamento durante la terapia, oppure può, senza problemi, allattare e curarsi? Per rispondere abbiamo utilizzato i dati contenuti in un articolo di Antonio Clavenna, Filomena Fortiguerra e Maurizio Bonati (Istituto Mario Negri, Milano) comparso sul numero di dicembre del 2007 della rivista “Il medico pediatra”.

    Diciamo subito la cosa più importante: nonostante le riserve e le cautele dei bugiardini, i farmaci che, passando nel latte, possono veramente danneggiare il bambino sono pochi, anzi pochissimi e tutti di uso non comune; nel box n. 1 sono elencati, insieme agli affetti che possono determinare.
E negli altri casi? Il passaggio dei farmaci nel latte materno è mediato attraverso il sangue: maggiore è la quantità di farmaco presente nel sangue della mamma e maggiore è la quantità che si diffonderà dal sangue stesso nella ghiandola mammaria e poi nel latte che la mammella produce. Perciò i farmaci utilizzati a livello locale (creme, aerosol, anestesie locali), che vengono assorbiti nel sangue in quantità assolutamente trascurabile, praticamente non passano nel latte: e questo sgombra subito il campo dai dubbi del dentista e, detto per inciso, anche da quelli del parrucchiere (le tinture per i capelli, che farmaci poi non sono nemmeno, non si assorbono nel sangue e non passano nel latte): via libera perciò alle acconciature.

    Per quanto riguarda invece le medicine assunte per via generale (per bocca, iniezione o supposte) possiamo stabilire intanto una regola (che può sembrare ovvia, ma non sempre lo è): è bene che le mamme che allattano assumano solo farmaci di provata efficacia, cioè in grado di risolvere effettivamente il problema; se l’efficacia è invece dubbia, l’esposizione al farmaco (del bambino, ma anche della sua mamma) non è giustificata. Inoltre la durata della terapia dovrebbe essere ridotta al minimo indispensabile. Se vogliamo, possiamo anche utilizzare semplici formule per calcolare la concentrazione nel latte di un farmaco; moltiplicando questa concentrazione per la quantità di latte assunta dal bambino durante la giornata, si calcola la quantità totale di farmaco assunta dal bambino. Possiamo infine paragonare questa quantità alla dose terapeutica del farmaco stesso che il bambino potrebbe tranquillamente assumere, se ne avesse bisogno: si scopre così che il farmaco presente nel latte è molto meno della terapeutica. Nel box 2 portiamo l’esempio (tratto dall’articolo citato) di una mamma che, durante l’allattamento, abbia bisogno di curare una malattia da Herpes virus (per esempio il “Fuoco di Sant’Antonio) con l’Aciclovir.

    Via libera allora alle terapie? Diciamo di sì, anche se il medico può ridurre ulteriormente i (minimi) rischi seguendo alcune precauzioni: scegliere fra i farmaci disponibili quelli che si diffondono meno nel latte; consigliarne l’assunzione subito dopo ciascuna poppata, in maniera che la poppata successiva sia lontana il più possibile nel tempo (questo vale soprattutto per quei farmaci che restano attivi nell’organismo per un tempo breve e vengono rapidamente eliminati).
Qualche esempio concreto. In caso di febbre o dolore, si può usare il Paracetamolo (usato con grande frequenza anche nei bambini piccolissimi); ma anche altri antinfiammatori come l’Ibuprofene, il Flurbiprofene e il Ketorolac il passaggio nel latte è praticamente uguale a zero. Nelle infezioni si possono usare gli antibiotici, soprattutto i derivati della Penicillina, le Cefalosporine e i Macrolidi; sconsigliato invece il Cloramfenicolo (farmaco “storico” quasi in disuso). In caso di allergie gli antistaminici sono farmaci sicuri; per l’asma l’uso di spray o aerosol non comporta praticamente assorbimento di farmaci nel sangue, meno che mai perciò passaggio nel latte. In caso di ipertensione, il medico curante ha un’ampia scelta di farmaci assolutamente innocui; per quanto riguarda invece le forme epilettiche, i farmaci di uso più comune sono compatibili con l’allattamento, ma occorre fare attenzione ai barbiturici (vedi box). Anche l’ansia e la depressione, disturbi che a volte accompagnano le mamme nei primi mesi dopo il parto, possono essere curati, se necessario, con psicofarmaci, anche se è preferibile non fare trattamenti molto lunghi.

    Messaggio finale: se la mamma sta male e allatta, si affidi serenamente alle cure intelligenti e meditate di un buon medico. E soprattutto non smetta di allattare.


DIVIETO ASSOLUTO
Atenololo (Atenol, Atermin, Tenomax, Tenomin) e Acebutololo (Prent, Sectral), usati nell’ipertensione arteriosa, nell’angina pectoris e nei disturbi del ritmo cardiaco: possono provocare nel lattante disturbi respiratori o del ritmo cardiaco.
Antitumorali: possono diminuire le difese immunitarie e forse interferiscono con la crescita e stimolano la produzione di cellule tumorali.
Mesalazina (Asacol, Asalex, Pentacol e molti altri nomi commerciali) e Sulfasalazina (Salazopyrin), si usano nelle gravi malattie infiammatorie dell’intestino: possono dare diarrea.
Aspirina: può causare, seppure con estrema rarità, una grave malattia (Sindrome di Reye).
Bromocriptina (Parlodel), usata nella cura del Morbo di Parkinson: sopprime la produzione del latte.
Ergotamina (Ergotan, Cafergot, Virdex), farmaco contro l’emicrania: può dare vomito, diarrea o convulsioni.
Fenobarbital (Gardenale, Luminale) e Primidone (Mysoline), antiepilettici: possono dare sonnolenza, crisi di astinenza e alterazioni dei globuli rossi.
Litio (Carbolithium), antidepressivo: può dare calo di pressione e disturbi del ritmo cardiaco.
Sostanze radioattive.
Droghe.

LA PAROLA AI NUMERI
Una mamma che abbia bisogno di assumere l’Aciclovir (farmaco antivirale attivo contro i virus Erpetici) nella dose terapeutica di una compressa da 200 milligrammi 5 volte al giorno trasferirà in 100 grammi del suo latte poco meno di 0,15 milligrammi di farmaco. Un lattante che pesa 5 Kg succhia ogni giorno circa 750 grammi di latte; insieme a questo latte assume perciò circa 1,125 milligrammi di Aciclovir al giorno. La dose terapeutica del farmaco che quel lattante potrebbe assumere senza problemi, in caso di necessità, è di 400 milligrammi al giorno; 1,125 milligrammi è solo lo 0,3


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