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Salute e informazione - Rivista n. 4 Luglio-Agosto - 2009
Gli antibiotici e il buon senso
di Lucio Piermarini

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18 novembre 2008, Giornata della consapevolezza antibiotica dell’Unione Europea. Figuratevi che suonava strano anche a me, fra tante celebrazioni di gradi di parentela, prodotti gastronomici, e orgogli vari, trovare quella dedicata agli antibiotici. Si vede proprio che siamo arrivati a un rischiosissimo punto di non ritorno, se la stessa UE ha sentito il bisogno di impegnarsi attivamente, e in questo particolare modo.
Tutti sanno che l’antibiotico è un farmaco, che può avere effetti collaterali, anche gravi, e che quindi va usato quando veramente serve, ma, secondo quanto riferisce un rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità (Rapporto Osmed 2007) solo la metà degli italiani sa esattamente che tipo di farmaco è, e a cosa serve. Spesso, inoltre, si assumono senza sapere che si tratta di antibiotici. Forse per tutte queste ragioni il 40% di chi lo usa lo fa senza prescrizione medica e, conseguentemente, ne viene fuori che nel 44% dei casi il farmaco è stato preso in modo scorretto, il che, in pratica, vuol dire che non ce n’era alcuna necessità.
Dato il colpo al cerchio, pensiamo anche alla botte: non è che noi medici siamo poi così innocenti. Sarà anche vero che quasi la metà degli italiani si prende l’antibiotico, complice l’amico farmacista, di sua iniziativa, ma qualcuno dovrà pure averglielo insegnato a farci affidamento in corso di determinate malattie. Se si trattasse di una follia epidemica spuntata dal nulla, qualunque medicina andrebbe bene: dovremmo vedere gente che si cura il raffreddore con i farmaci per la pressione alta o la diarrea con l’insulina. E invece, con grande professionalità di genuino ammalato, il nostro italiano medio si autosomministra esattamente gli stessi antibiotici che il suo medico gli ha ripetutamente prescritto durante quelle stramaledette influenze. Va da sé che con la pratica si diventa sempre più smaliziati, e allora ci si permette di sfarfallare da un antibiotico all’altro, magari dopo un consulto ad alto livello con la vicina di casa o con l’amico del cuore, che a loro volta hanno estratto la preziosa informazione da un mucchio ben più consistente raccolto in anni di paziente e certosina catalogazione delle più disparate chiacchiere.

Alla fine l’errore medico di partenza si ritorce contro il medico stesso sotto forma di una pressante richiesta di terapia antibiotica, e non solo quella. Cosa pensate che possa fare un povero disgraziato di medico, in corsa dalla mattina alla sera, di casa in casa, chiamato a sollevare dagli affanni del male decine di suoi clienti, tutti ugualmente desiderosi di immediata guarigione, che non aspettano altro, per liberarsi dell’angoscia che li attanaglia, che poter fissare gli occhi speranzosi su quel magico lembo di carta rosso rigata che attesta il loro inalienabile diritto di potersi ingozzare di strane molecole, dubitabilmente benefiche? Prescrive, il più delle volte, quanto tacitamente richiesto, e il guasto è fatto. Ecco come ci siamo ridotti, tutti, voi e noi, tutto sommato per mancanza di fiducia reciproca.
Il risultato è che l’Italia è tra le due tre nazioni con il consumo più alto di antibiotici nei bambini. Tanto per dare un ordine di grandezza, da tre a quattro volte più che in Olanda: in pratica, ogni bambino italiano subisce almeno una prescrizione ogni anno. Questi numeri potrebbero anche non dir nulla, tanto siamo abituati a pensare all’inevitabilità dell’uso dei farmaci, ma voglio ricordarvi, come detto sopra, che nei bambini, ancor più che negli adulti, la prescrizione è nella stragrande maggioranza dei casi assolutamente inutile, per l’elevata prevalenza di malattie virali, tipicamente quelle dell’apparato respiratorio (raffreddori, tossi, mal di gola, etc). E poiché i virus sono assolutamente insensibili all’azione degli antibiotici, gli effetti che ricaviamo dalla loro assunzione sono solo quelli dannosi.

Un altro dato preoccupante che emerge dall’indagine Osmed è che la maggioranza degli italiani non sa cosa sia la resistenza antibiotica e la selezione di ceppi di microbi resistenti. Detta così non ci sarebbe nulla di disdicevole ad ignorarle, ma è comunque importante parlarne per rendersi pienamente conto dell’inganno perpetrato ai danni della nostra salute. Di microbi ce ne sono di tanti, tantissimi tipi, come ci sono tante specie diverse di uccelli o di pesci, ognuno con le sue caratteristiche peculiari, le sue difese e le sue debolezze. E non tutti sono pericolosi, anzi, molti di loro, più bonaccioni, si sono adattati a convivere con noi, sulla nostra pelle e sulle nostre mucose respiratorie e intestinali (la famosa “flora batterica”), accontentandosi del poco che gli possiamo offrire, senza farci alcun danno, o meglio, occupando tutto il posto disponibile (lo spazio vitale), rendono difficile la sopravvivenza dei microbi più cattivi, che loro, diversamente da noi, sono in grado di tener lontani e mantenere in numero trascurabile, procurandoci una insperata ed efficace difesa. In ogni caso, buoni e cattivi, contrariamente ai virus, sono sensibili, chi più chi meno, agli antibiotici. Attenzione però, ogni microbo, o famiglia di microbi, è sensibile ad uno o alcuni antibiotici e non ad altri, per cui, in caso di malattia infettiva, bisogna prima fare una diagnosi precisa e poi scegliere il farmaco giusto. Sparando a casaccio, come in un corteo di “no global”, si rischia di sforacchiare la maggior parte dei buoni, che sono tantissimi, e quasi nessuno dei cattivi, che sono pochissimi. Ora, mentre è assolutamente conveniente rischiare di eliminare un po’ di microbi buoni se ho il grande vantaggio di liberarmi di tutti i cattivi che mi stanno provocando una malattia seria, è semplicemente assurdo somministrare un farmaco che uccide indistintamente buoni e cattivi quando i cattivi sono, in quel momento, assolutamente incolpevoli, cioè quando la mia malattia, per quanto seria, non è causata da alcun microbo. Questo è appunto il caso nella maggior parte delle malattie febbrili dei bambini, tutte le cosiddette “forme influenzali”, numerosissime e indistinguibili l‘una dall’altra, e tutte invariabilmente virali, quasi tutte le diarree, e un buon numero di otiti e faringiti (mal di gola). Inoltre, anche nel caso di malattie in cui sappiamo essere in causa microbi cattivi, soprattutto nelle diarree e nelle otiti, si è dimostrata negli ultimi anni la convenienza, in assenza di complicazioni serie, di non intervenire con antibiotici per la loro incapacità, in questi specifici casi, di aumentare le probabilità e i tempi della guarigione.

Se si trascurano questi dati di fatto, la conseguenza di questa strage degli innocenti, specie se reiterata, è che quei rari microbi cattivi che riescono a sopravvivere alla terapia, si trovano insperatamente a disposizione nel nostro organismo, in seguito alla scomparsa della gran massa dei buoni, un grande spazio vitale dove finalmente crescere e svilupparsi senza troppe difficoltà, a tutto rischio della nostra salute. E tanto più perché si tratta proprio dei sopravvissuti ai precedenti attacchi, cioè di quelli che hanno resistito ripetutamente all’azione degli antibiotici di volta in volta usati, e quindi inattaccabili se non, e neanche sempre, dai prodotti più recenti che non hanno ancora avuto la possibilità di incontrare. Ecco come un uso sconsiderato, paternalistico e per nulla professionale degli antibiotici può portare alla selezione di microbi (ceppi) super resistenti, con grandi difficoltà nel debellarli. Guarda caso, l’Italia è uno dei paesi europei con la maggiore presenza di tali ceppi. Il timore di incontrarli, poi, e di incorrere in qualche insuccesso terapeutico, induce, con molta superficialità, noi medici, ad utilizzare sempre più spesso antibiotici di ultima generazione, “più forti”, e di solito anche molto costosi, senza che a questa supposta maggior forza corrisponda realmente, una più elevata percentuale di successo, anche nel caso che di microbi si tratti e non di virus. E questo perché da un lato, se quel microbo non è sensibile a quello specifico antibiotico non c’è forza che tenga (è inutile sparare con la lupara alla muffa sul muro), dall’altro, i microbi responsabili delle più comuni infezioni dei bambini (faringite, infezioni delle vie urinarie, polmonite, etc.) sono ancora molto sensibili ai vecchi antibiotici, ben tollerati e molto economici. In questo modo anche i nuovi antibiotici diventano presto inefficaci… proprio nelle infezioni più gravi, e si deve riprendere la rincorsa.

“Ma noi, che ci possiamo fare. I medici siete voi. Di chi ci dobbiamo fidare?” Bella domanda! Che, ma per fortuna non è la prima volta, mi costringe a sbilanciarmi. Dei vostri pediatri vi dovete fidare. E di chi altro? Almeno la prima volta. Il vostro pediatra di famiglia è, fino a prova contraria, un professionista preparato. Parlateci, fatevi spiegare, chiedete sempre perché vi prescrive un antibiotico, cosa si aspetta in termini di tempi di guarigione, se ne vale la pena, se vi sono effetti collaterali. Fategli capire che vi fidate, che volete collaborare con lui, che non vi aspettate necessariamente farmaci ma, per quanto è possibile chiarezza e supporto. Lui sa perfettamente quel che dovrebbe fare. Lo studia e ristudia tutti i giorni. Gli serve solo una spintarella. Se è veramente quel professionista che supponevamo, ve ne sarà grato e vi darà sempre il massimo. Insieme scoprirete che non solo gli antibiotici sono quasi sempre inutili, ma che il più delle volte, inutile, lo è anche il pediatra. Se si rivela invece un praticone a tirar via, e vi garantisco che ve ne accorgerete subito, tanti saluti e di corsa a sceglierne un altro.


BOX
PEDIATRI ITALIANI IN VIGILE ATTESA
Il mal d’orecchio è un sintomo molto frequente nei bambini. Molto spesso è causato da una infiammazione improvvisa della membrana del timpano e viene chiamato otite media acuta. Una volta si era soliti iniziare subito la cura antibiotica per tutti; qualche anno fa alcuni pediatri olandesi hanno cominciato a sperimentare un approccio meno “invasivo” e hanno dimostrato su migliaia di bambini con otite media acuta che un atteggiamento di vigile attesa di 2-3 giorni poteva consentire di risparmiare molte terapie antibiotiche che alla fine sarebbero risultate inutili (e quindi anche dannose).
Una volta fatta la diagnosi, al bambino viene dato un analgesico per alleviare il dolore: in genere si usa il paracetamolo, lo stesso farmaco della febbre; il pediatra resta, poi, disponibile per verificare l’andamento della malattia, rivedendo il bambino in caso di peggioramento. Se entro 2-3 giorni dall’inizio dei sintomi il bambino non migliora, allora è buona norma iniziare un antibiotico. Non molto tempo fa oltre 160 pediatri di tutta Italia dell’Associazione Culturale Pediatri hanno voluto verificare l’applicabilità di questo modo di procedere nel loro ambulatorio; i risultati del loro lavoro sono stati pubblicati in una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali e sono stati anche presi in considerazione nell’ultima edizione del più importante testo di Pediatria (il Nelson). I pediatri italiani hanno dimostrato che “prescrivere” la vigile attesa è possibile, è una pratica affidabile e sicura e permette di risparmiare l`antibiotico a 6-7 bambini ogni 10 che avrebbero ricevuto un antibiotico senza applicare la vigile attesa: non male!
Sergio Conti Nibali
 
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