Nel corso della storia, le madri che non potevano o sceglievano di non allattare al seno i propri figli ricorrevano all’uso di balie. Dai primi anni del XIX secolo iniziò a diffondersi l’uso del latte di animale (mucca, capra o pecora), ma alla fine del secolo scienziati e nutrizionisti notarono un aumento della mortalità infantile legato a questa pratica. Nel tentativo di migliorare la qualità degli alimenti proposti ai neonati, il chimico tedesco Justus von Liebig (lo stesso che inventò l’estratto di carne) sviluppò la prima formula commerciale composta da farina di frumento, latte vaccino, farina di malto e bicarbonato di potassio. Nel corso degli anni le formule per lattanti hanno subito una continua evoluzione: negli anni ’30 del XX secolo sono state aggiunte proteine per la credenza che il latte vaccino ne fosse carente rispetto a quello di donna; negli anni ’60 sono stati aggiunti il ferro e la caseina; alla fine degli anni ’90 i nucleotidi; fino ad arrivare, nel 2000, all’aggiunta di acidi grassi polinsaturi (omega 3). Queste modifiche rappresentano il tentativo di riprodurre la composizione del latte materno. Il tentativo non è mai del tutto riuscito, come dimostrano i continui miglioramenti, né mai riuscirà perché da un lato questa composizione è ancora in larga parte sconosciuta e dall’altro il latte di mamma si modifica continuamente a seconda dell’età del bambino, delle sue necessità e persino nel corso di una stessa poppata. Ciononostante c’è stato un tempo (soprattutto a metà del XX secolo) in cui una certa presunzione degli “scienziati”, dell’industria e (ahimé) anche dei pediatri ha fatto sì che il latte artificiale fosse propagandato come addirittura “migliore” di quello materno. Fu così che le donne più “emancipate” o più benestanti presero l’abitudine di preferire l’allattamento artificiale a quello naturale. Peccato che poi, ogni volta che si sono comparati lo stato di salute e di nutrizione dei bambini allattati al seno rispetto a quelli alimentati con formula, il risultato è sempre stato a sfavore di questi ultimi. Proprio questa (probabilmente prevedibile) constatazione ha dato una forte spinta alla rivincita dell’allattamento e al rovesciamento della situazione precedente: le donne più emancipate, colte e benestanti sono quelle che oggi allattano di più al seno.
Esistono tuttavia ancora mamme che non possono o non vogliono allattare: queste mamme possono oggi contare su numerosi “latti” artificiali per soddisfare il fabbisogno nutrizionale dei bambini nei primi mesi di vita. La composizione di questi alimenti per lattanti, come li definisce la legge, deve rigorosamente attenersi a degli standard definiti da una normativa internazionale (Codex Alimentarius, FAO/OMS) ripresa dalle direttive europee e dai regolamenti nazionali. Queste rigorose indicazioni, alle quali i produttori devono attenersi, fanno sì che i prodotti in commercio abbiano più o meno la stessa composizione. Dovrebbero avere all’incirca anche lo stesso prezzo. Ma la realtà è più complessa, grazie alle leggi del mercato!
Benché le formule debbano essere tra loro equivalenti rispetto ai bisogni nutritivi del bambino, i produttori competono tra loro mettendo l’accento su piccole differenze, attualmente quasi tutte relative ai cosiddetti “nutrienti funzionali”, quali ad esempio i GOS (galatto-oligosaccaridi), FOS (frutto-oligosaccaridi) e LC-PUFA (acidi grassi polinsaturi a lunga catena), ovvero molecole naturalmente presenti nel latte di donna e ritenute importanti per lo sviluppo del bambino. Non sono dimostrati i supposti vantaggi sulla nutrizione e la salute del bambino di queste aggiunte. La dimostrazione che queste molecole non sono essenziali è il fatto che, per la normativa internazionale e nazionale, non sono obbligatorie, anche se ne è permessa la presenza. In conclusione, tutti i “latti” di formula sono equivalenti sotto il profilo nutrizionale e di salute; l’unica vera differenza sono i prezzi, determinati solo ed esclusivamente dal mercato e dalla spesa per il marketing.
Sul mercato si trovano formule per lattanti (Latte 1) proposte dalla nascita ai 6 mesi di vita, sia liquide che in polvere. È importante che queste ultime siano ricostituite e conservate seguendo delle precise modalità, per limitare il rischio di contaminazione e di prolificazione di batteri anche molto pericolosi (vedi a pag. 21). Dagli anni ’80 è stato introdotto sul mercato il cosiddetto Latte 2, o latte di proseguimento, e più recentemente il Latte 3, o latte di crescita. Anche i “Latti” 2 devono attenersi agli standard del Codex Alimentarius e del regolamento nazionale, che li indicano come adatti all’alimentazione dei bambini dopo i 6 mesi. Non esiste ancora, invece, uno standard per i “latti” di crescita. Non esistono nemmeno prove che le formule di proseguimento e i latti di crescita siano necessari all’alimentazione del bambino dai 6 ai 36 mesi. I “latti” di crescita, inoltre, non trovano nessuna giustificazione neanche dal punto di vista nutrizionale poiché, rispetto al latte di mucca, che un bambino dopo l’anno di età può bere senza problemi, hanno troppi zuccheri, additivi e aromi.