Qualità e sicurezza della sanità pubblica devono migliorare, ha detto il ministro della salute Livia Turco. E per passare subito dalle parole ai fatti, a novembre, il Consiglio dei ministri ha varato un decreto legge che prevede vari interventi tra cui “l’istituzione di specifiche unità per la gestione del rischio clinico e per ottimizzare le attività e gli interventi di prevenzione degli errori...”.
Messaggio tranquillizante e allarmante nello stesso tempo. Perché è vero che ci sarà più vigilanza, ma è vero anche che forse le tante denunce di malasanità non erano solo invenzioni giornalistiche. Oppure no? Il ministro ha agito proprio per reagire all’invadente pressione mediatica?
Qual è il vero “rischio clinico” che corriamo quando andiamo dal dottore? Non è facile rispondere. Ognuno di noi potrebbe raccontare storie di ogni tipo: da quella volta in cui il bambino peggiorò dopo il ricovero in ospedale, a quella in cui il pupo rifiorì da una situazione terribile, proprio perché ben curato. Aldilà dei casi personali anche le statistiche ci descrivono luci e ombre della sanità, perché non sempre c’è un dottor House a risolvere le situazioni più strampalate. E gli errori sono umani.
L’iniziativa del nuovo decreto contro chi sbaglia in medicina è dunque corretta. Ci protegge di più e cerca di mettere a fuoco i problemi di un modo di assistere gli ammalati che, proprio a causa della sua maggiore potenza, richiede nuove attenzioni. Come accade nell’uso di apparecchiature complesse, nell’organizzazione di squadre di persone o nella somministrazione di farmaci “forti” (non dobbiamo dimenticare che più un farmaco è valido e più alti sono i rischi di effetti collaterali indesiderati). Milioni guariscono, ma migliaia, ogni anno, possono morire per questi errori-dimenticanze-sviste-disorganizzazioni e a essere più “pasticcioni” – dicono le statistiche – sono prima gli ortopedici, poi gli oncologi, i ginecologi e i chirurghi.
Pediatri salvi, a quanto sembra. Anche se le preoccupazioni non mancano mai e questo discorso sulla prevenzione del “rischio clinico” non riguarda solo i veri e propri “errori medici”, ma svela anche un altro aspetto del nostro rapporto con i medici: un’attesa di guarigione che non ammette limiti e che provoca, paradossalmente, più paure di quando la medicina era poco più di un groviglio di prove a casaccio. Viziati dai successi delle scienze biomediche degli ultimi cento anni, abbiamo ridotto ai minimi termini la capacità di sopportazione di malanni che purtroppo non hanno rimedio, o che semplicemente richiedono tempi lunghi, pazienza e qualche tentativo alla cieca.
Una sensazione di ansia che si sente nei discorsi della gente, nelle sale d’aspetto dei medici, ma che trova anche sostegno concreto nell’enorme crescita di denunce contro medici registrate nei tribunali italiani. Possibile che siano tutti e tanti i medici incapaci? Una causa su tre finisce con l’assoluzione degli accusati e anche questo dimostra che troppo spesso pensiamo a una “colpa” che non c’è.
Come difendersi da questi equivoci? E, soprattutto, come difendersi dalle illusioni della medicina? Proviamo con una risposta semplice: non confondere le cure con la guarigione.
Essere curati è una giusta pretesa. Essere guariti non sempre lo è.
A essere un po’ cinici e dissacranti diciamo che è un vero miracolo che in giro ci siano così tante persone guarite! Basta sfogliare un libro di medicina per scoprire quanto complicato e delicato sia il nostro organismo e il suo modo di funzionare. Qualche esempio? Pensiamo alla febbre: due gradi di calore in più e tutto si sconquassa. O i virus: nessuno è ancora riuscito a trovare farmaci che li uccidano.
Il successo di tante guarigioni poggia su due grandi colonne: le tante conoscenze mediche e gli insondabili e potenti meccanismi di guarigione spontanea (così inspiegabili, da essere appunto definiti “miracoli”). Ma molto, ai piedi di queste due colonne, resta intricato, insondabile e inafferrabile.
La somministrazione dei farmaci, per esempio, è un punto nevralgico di questi problemi di “rischio clinico”. Legge e regole di scienza vogliono che prima di essere venduti in farmacia (o al supermercato) i farmaci debbano passare una serie di prove e ed esperimenti lunghi anni: primo filtro per evitare sostanze tossiche e inutili. Non basta. L’esperienza insegna che solo dopo anni di libera circolazione si possano comunque tirare le somme della loro validità e che comunque, nella migliore delle ipotesi, esisteranno sempre persone che non rispondono al farmaco, che non ne traggono giovamento, che non lo vogliono usare o che peggiorano con il farmaco. A parte, naturalmente, quelli a cui fa bene e che, a braccio, si stima siano uno su tre.
Non trovare la soluzione, infine, può dipendere da un’altra terribile e semplice ragione: non c’è terapia. Non si capisce come e perchè viene quella malattia e non esistono rimedi. Le cure continuano e devono continuare al massimo (assistenza, informazione, trattamento dei sintomi, supporto psicologico, nei casi più gravi....) a prescindere dalla speranza di guarire. E questo per la semplice ragione per cui le cose che non si sanno sono immensamente più di quelle che riusciamo a controllare.
Ricordarsi di questi limiti potrebbe forse rattristarci e impaurirci di più, ma potrebbe anche vaccinarci da amare delusioni e rabbie profonde e devastanti. Non un appello alla rassegnazione, ma un conforto della ragione, togliendoci dalla mente quell’idea che le malattie siano sia solo le conseguenze di qualche errore: nostro, del medico, della società, di un peccato da scontare.