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Rivista n. 2 Marzo-Aprile - 2008
Houston, abbiamo un problema.
di Elvira Rizzuto

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    Sto notando sempre più frequentemente che i bambini hanno sempre... un problema. Quando vado a riprendere i miei bambini, assisto spesso a scene nelle quali la maestra chiama con un gesto della mano una sfortunata mamma di turno e la invita a "verificare le dinamiche che si svolgono in famiglia", perché il figlio (che deve ancora compiere 6 anni) ha dei problemi: è "turbolento" in classe, si distrae e (ahilui) gioca ancora, che diamine, siamo alla scuola dell`obbligo!
La sfortunata mamma, appena redarguita dalla maestra, adesso è in crisi, sgrida il figlio, promette punizioni divine, fulmini e saette, ha gli occhi pieni di rabbia e poco dopo, lontano dagli sguardi bambineschi, li ha pieni di lacrime, e si sfoga con me “non sa come affrontare e risolvere il problema”. Come lei, molte mamme, all’uscita di scuola vivono con l’ansia del “cenno di mano”, latore di gravi disgrazie.

    Ma alla scuola dell’infanzia non tira un’aria molto diversa. Il giovedì c’è la lezione di psicomotricità (chiamarla ginnastica vuol dire forse privarla del portante contenuto “psicologico”), una bimba di 3 anni e mezzo si impunta: “Io ginnastica non la voglio fare!”. La mamma le chiede il perché, come mai, visto che è sempre stata contenta di mettere tuta e scarpette; decide (ignara, la tapina) di chiedere consiglio all’insegnante di psicomotricità, ottenendo una risposta tutt’altro che confortante: “Sua figlia, già lo scorso anno, aveva dei problemi.” Aveva anche 2 anni e mezzo. E, con espressione severa e seria, le fa un escursus di 20 minuti sui problemi della piccola, le paure, eccetera. E già. A volte la piccola, di lasciare i suoi giochi, infilare il cappotto e spostarsi in palestra, proprio non ne voleva sapere: è un vero problema.

    Ma i problemi sono tanti e diversi. Conosco un altro bambino con dei seri problemi (a detta della maestra): ogni mattina (ha quasi 4 anni), al momento del distacco dalla mamma, piange (per poi smettere appena la mamma va via). All’uscita di scuola la maestra invita la mamma a prendere in considerazione la possibilità che sia lei (per carità, non per cattiveria!) a mettere l’ansia del distacco al figlio: forse ci sono dei problemi in famiglia? Tra le tante scappa anche la parola “psicoterapeuta”. Mi vengono i brividi, un bimbo di appena 4 anni in terapia perché piange quando la mamma lo lascia a scuola!
E poi… ci sono i pidocchi… il problema, qui è più “grave”. Lo ammetto, anche a me la sola idea fa venire il “prurito” in testa e fanno un po’ “senso”; ma quando l’altra volta ne ho visto uno, nel lavandino del mio bagno, prima del “trattamento” a mia figlia (non era nemmeno il primo trattamento, e non sarà neppure l’ultimo, temo), beh, mi ha fatto un po’ di tenerezza, mentre agitava le zampette, indifeso, ma l’ho dovuto “sterminare” egualmente, la maestra mi aveva avvertito che la piccola aveva un problema (ma almeno questo gliel’ho potuto togliere dalla testa!), “magari un tipo di capello…particolare”!

    Di problemi di cui raccontare ce ne sarebbero tanti, alcuni anche molto divertenti, pur essendo raccapriccianti, si pensi solo a quanti ciucci, quante pipì e popò “fatte sotto” sono diventati problemi (non solo per denti, palati e culetti).
La domanda è semplicemente questa: non staremo esagerando? Ogni piccolo ostacolo o capriccio è giusto che venga segnalato come un problema? La parola problema non è forse un po’ inflazionata? Così come le parole psicologia e psicoterapia?
E queste maestre non si staranno trasformando sempre più in psicologhe allo sbaraglio?

 
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