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Baby food: facciamo chiarezza

Le preparazioni alimentari industriali destinate all'infanzia sono davvero più sicure e complete dei cibi preparati a casa? E soprattutto, sono realmente necessarie?

Federica Ruffolo,
biologa nutrizionista
Baby food: facciamo chiarezza

Ogni periodo della crescita di un bambino ha delle caratteristiche specifiche su cui la nutrizione può esercitare un effetto molto importante. I genitori sono sempre più attenti a questo aspetto, a volte però, tra messaggi pubblicitari fuorvianti e cattiva informazione si fanno strada numerosi dubbi.

Da dove iniziare?

Le regole sono poche e semplici: seguire un’alimentazione sana ed equilibrata che soddisfi i fabbisogni energetici e di nutrienti, fornire sostanze protettive per l’organismo, minimizzare l’esposizione a contaminanti chimici e microbiologici. L’alimentazione, inoltre, dovrebbe perlopiù essere sostenibile e avere un basso impatto ambientale.
Tutti questi princìpi, in teoria, dovrebbero essere applicati sin dalla nascita: allattamento e alimentazione complementare sono un buon punto di partenza.

Il cibo del “senza”: baby food

«Senza sale aggiunto, senza glutine, senza aggiunta di latticini, senza aromi, senza organismi geneticamente modificati».
Arrivati al momento in cui il bambino mostra interesse verso altri cibi, il mercato ci propone una vasta scelta basata sui cosiddetti “baby food”, cioè alimenti industriali destinati alla prima infanzia: liofilizzati, omogeneizzati, pastine, sughi, passati di verdure, biscotti, creme di cereali, yogurt, tisane.
Spesso sui siti web o nei blog dedicati ai genitori vengono esaltate caratteristiche nutrizionali particolari di questi alimenti, facendo passare il messaggio (errato) che i cibi comuni non sono adeguati ai lattanti: «Ricco di calcio, ricco di proteine dall’alto valore biologico, ricco di ferro»; oppure, nel promuoverli, si vanta l’assenza di elementi come sale e glutine.
Il baby food per eccellenza è l’omogeneizzato. La funzione dell’omogeneizzazione è quella di ridurre gli alimenti in particelle molto fini che ne permettano l’assunzione senza masticazione, aumentando la digeribilità. In realtà intorno al sesto mese di vita, l’intestino del lattante è ormai maturo e in grado di digerire tutti i nutrienti introdotti con l’alimentazione. Inoltre, se l’alimentazione complementare viene proposta in concomitanza con la comparsa delle competenze neuro-motorie nel bambino, il rischio di soffocamento è quasi nullo. Da ultimo, la masticazione non solo è possibile, ma anche desiderabile perché aiuta a sviluppare i muscoli della faccia.
I produttori di baby food consigliano di introdurre gradualmente alimenti differenti per evitare o ritardare l’insorgenza di allergie alimentari. A oggi, però, non ci sono evidenze scientifiche che confermino i benefici riguardanti l’introduzione ritardata di sostanze allergizzanti o del glutine. Sia le allergie alimentari sia la celiachia (l’intolleranza al glutine) non possono essere evitate semplicemente ritardando o, al contrario, introducendo molto presto determinati alimenti.

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Sicurezza e rapporto costi-benefici

Altro aspetto tanto decantato dalla pubblicità è la sicurezza dal punto di vista chimico e microbiologico, tuttavia non sono le singole aziende produttrici a garantire la sicurezza, ma l’esistenza di direttive europee secondo le quali i prodotti per l’infanzia non devono contenere alcuna sostanza in quantità tale da poter nuocere alla salute di lattanti e bambini (CE 1881/2006 e direttiva 2006/125/CE, che disciplina gli alimenti a base di cereali e gli altri alimenti destinati ai lattanti e ai bambini nella prima infanzia).
Nell’alimentazione infantile vige il “principio di precauzione”: se non si è certi che un prodotto non sia pericoloso, è meglio evitarlo. Questo vuol dire che non si attende l’acquisizione di prove riguardo la pericolosità o meno di un componente dei prodotti destinati alla prima infanzia, ma si elimina il problema a monte.
Poi c’è il rapporto costo-beneficio. Il costo dei baby food è spesso elevato, nonostante le differenze nutrizionali tra i vari marchi siano minime. Invece, quello che viene meno con il loro utilizzo è il valore emotivo ed evolutivo delle preparazioni casalinghe e la possibilità del bambino di manipolare i cibi. Nel primo anno di vita, infatti, i bambini imparano a conoscere gli alimenti attraverso vista, tatto, gusto, olfatto, oltre che tramite la loro consistenza. Tuttavia questo è possibile solo se sono i genitori a preparare in casa i pasti. Con i baby food, l’introduzione del cibo diventa un gesto meccanico e guidato da mamma e papà e il bambino non potrà sviluppare l’autoregolazione, l’autocontrollo e quindi la percezione di fame e sazietà. Non potrà nemmeno imparare a usare le mani e ad armonizzare i movimenti di queste con il suo appetito.

Una migliore alimentazione per tutti 

Analizzando dal punto di vista nutrizionale un omogeneizzato acquistato al supermercato si nota facilmente che non è più completo di una preparazione casalinga: contiene dal 20 al 30% di carne o pesce, acqua di cottura, a volte meno del 30% di verdure, amido di mais o farina di riso e olio di semi di girasole.
Con i cibi preparati in casa non ci sono percentuali standard e gli ingredienti possono essere di qualità migliore. Il bambino introduce ciò che gradisce nella quantità desiderata. Sarà cura di ogni genitore portare in tavola un’ampia scelta di cibi: in questo modo non importa quante proteine o carboidrati contiene il singolo pasto, perché un’alimentazione varia accompagnata dal latte materno è sufficiente a soddisfare le esigenze energetiche e nutrizionali.
Molto prima che il bambino inizi l’alimentazione complementare è buona norma che i genitori si interroghino sulla propria alimentazione e correggano eventuali abitudini poco salutari. L’ideale sarebbe seguire un’alimentazione varia, ricca di frutta (fresca e a guscio), verdura, olio extravergine d’oliva, cereali, legumi, uova, carne, pesce (per chi segue un’alimentazione onnivora) e poco sale. Scegliere cibi freschi, selezionarli in base alla stagionalità e variare spesso i metodi di cottura completeranno il quadro. Così le preparazioni casalinghe saranno idonee anche per i più piccoli.

Formule di proseguimento: sono davvero utili?

La formula di proseguimento (di tipo 2) è indicata dalle ditte come appropriata dal sesto mese al compimento dell’anno. In realtà la sua composizione differisce molto poco dalla formula di tipo 1, indicata fino al sesto mese.
Quando ha inizio l’alimentazione complementare non è necessario interrompere l’allattamento e passare alla formula di proseguimento, perché il latte materno contiene tutti i nutrienti necessari al bambino.
Tutti i tipi di formule artificiali sono uguali, sia per quanto riguarda la loro funzione sulla crescita e sulla salute sia dal punto di vista della composizione e della qualità: devono infatti corrispondere a rigorose direttive mondiali, europee e nazionali.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato che le formule di proseguimento non sono necessarie e che il loro marketing può ingannare i genitori. Inoltre ne sconsiglia l’utilizzo anche quando non è disponibile il latte materno, in quanto apportano un maggior quantitativo di proteine rispetto al fabbisogno dei bambini (costringendo i reni a un lavoro maggiore) e sono invece povere, rispetto a quanto raccomandato, di ferro, zinco, vitamine del gruppo B e acidi grassi.

Federica Ruffolo, biologa nutrizionista, si occupa principalmente di allattamento, nutrizione in gravidanza e nella prima infanzia, e cura dell’obesità.

Pubblicato il 28.02.2018 e aggiornato il 09.07.2018
Immagine in apertura Wiktory / iStock / Getty Images Plus