5 domande sulle famiglie omogenitoriali

Samantha Pegoraro,
medico
5 domande sulle famiglie omogenitoriali

Nelle ultime settimane, il mare magnum dei botta e risposta al Senato sulle unioni civili di coppie omosessuali ha scatenato reazioni di ogni sorta. Dai media, alla tv, dalle discussioni al bar a quelle in aula.
Per chiarirci le idee abbiamo deciso di affrontare il tema dell’omogenitorialità con Anna Maria Speranza, docente di psicodinamica e psicopatologia dello sviluppo dell’Università La Sapienza di Roma.

Partiamo da un dato di fatto. Fino ad oggi sono più di 2 milioni negli Stati Uniti e 100.000 in Italia, i bambini cresciuti da coppie omogenitoriali. Per studiarne lo sviluppo e lo stato di benessere, proprio negli ultimi 20 o 30 anni sono state condotte numerose ricerche. Professoressa Speranza, cosa può dirci a riguardo?

Oggi come oggi, le ricerche sono molto numerose, sebbene all’inizio gli studi includessero campioni piccoli perché la realtà di queste famiglie è una realtà che ha fatto fatica a radicarsi, soprattutto dal punto di vista giuridico, oltre che sociale. In trent’anni, però, i campioni sono stati allargati, le metodologie diversificate, così come i molteplici parametri. Non sono mancate nemmeno le osservazioni codificate da esterni, non implicati nello studio, evitando che fossero le madri a valutare i propri figli. In questo modo, si può evitare il condizionamento della desiderabilità sociale, cioè il voler corrispondere a ciò che l’altro desidera. Per citare uno degli studi più esemplificativi, è da menzionare il National Longitudinal Lesbian Family Study, un grande studio americano che ha seguito dal concepimento alla maggiore età i figli cresciuti in nuclei familiari composti da due madri lesbiche.

Venendo ai risultati, emerge in modo abbastanza inequivocabile come non esistano problemi particolari in questi bambini, il cui sviluppo è analogo a quello di soggetti cresciuti all’interno di famiglie con genitori eterosessuali. Entrando nel merito dei parametri osservati, si è visto come le competenze sociali, il rendimento scolastico, l’adattamento e il concetto di sé, ma anche lo sviluppo cognitivo e la relazione affettiva siano assolutamente nella norma. Non solo, dagli studi si evince anche come questi bambini presentino addirittura punteggi più elevati in scale importanti come la capacità di confrontarsi con la questione del genere in senso non pregiudiziale o omofobo, e punteggi più bassi in termini di comportamenti definiti esternalizzanti, come l’aggressività o le trasgressioni.

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Cosa ci dicono invece gli studi “contrari” alla famiglia omogenitoriale?

Dagli anni ’90 – l’inizio degli studi – a oggi, si contano circa settanta ricerche. Due di queste, una condotta da Regnerus e l’altra da Sullins, sono state erette a baluardo dell’evidenza di problematicità in bambini cresciuti da genitori dello stesso sesso. La verità è che questi studi hanno al loro interno una miriade di problemi metodologici, motivo di forti critiche da parte del mondo scientifico. Da non trascurare, il problema dell’errata interpretazione data agli studi stessi. Nella ricerca di Sullins, ad esempio, l’autore sostiene in modo evidente come l’unico fattore protettivo sia il legame biologico con il padre o la madre, a prescindere dall’orientamento sessuale dello stesso o dal fatto di crescere all’interno di una famiglia omogenitoriale. Leggere i dati a nostra disposizione senza preconcetti è importante per capire come i risultati possano non essere sempre riportati in modo corretto.

L’identificazione sessuale del bambino e dell’adolescente all’interno di una coppia omogenitoriale è tra le perplessità più diffuse emerse in relazione agli studi. Quali dati oggettivi si evidenziano?

È bene distinguere le due cose: un conto è l’identità di genere, ovvero il sentirsi maschio o femmina, un altro è l’orientamento sessuale, il desiderio nei confronti di una persona dello stesso sesso o di quello opposto. Gli studi ci dicono come per entrambe queste concettualizzazioni non si riscontrino problemi particolari. I figli di madri o padri in coppie omogenitoriali non presentano varianze di genere e orientamento sessuale rispetto a quelli di famiglie tradizionali. La maggior parte si dichiara, infatti, eterosessuale. Nessuno studio ha mai affermato il contrario.

Quali sono dunque gli svantaggi nel vivere in un nucleo famigliare di questo tipo?

Crescere in un nucleo omogenitoriale mette i genitori e il bambino in una posizione difficile dovuta a una società che non ne accetta la legittimità. Nonostante questo, molte famiglie affrontano il problema in modo positivo, quasi “vantaggioso”. Questi bambini, infatti, sono più abituati a parlare di emozioni, di differenze di genere e di bullismo. Proprio perché hanno dovuto conquistare uno spazio a livello sociale, le famiglie omogenitoriali hanno fatto un lavoro più ricco nell’affrontare problematiche che toccano da vicino lo sviluppo e la crescita di qualunque bambino.

Il pregiudizio e l’omofobia che purtroppo può circondare queste famiglie resta indubbiamente uno svantaggio. Uno svantaggio che, ad ogni modo, non dipende dalla condizione dei bambini, ma da un contesto sociale che non ne riconosce la normalità e la legittimità giuridica.

Proprio ieri, il Senato ha votato il disegno di legge che ha come prima firmataria la senatrice Monica Cirinná. Via libera dunque alle unioni civili per le coppie omosessuali, ma vengono eliminati tutti i riferimenti alla stepchild adoption, ovvero la possibilitá anche per un genitore di una coppia omosessuale di adottare il figlio del partner. Alla luce degli studi scientifici, perché questo tema incontra così tanta resistenza in Italia? Aver eliminato l’opzione della stepchild adoption non è una misura contraria all’interesse di questi bambini?

Secondo me sì, è assolutamente una misura contraria al benessere di questi bambini, penalizzati dal fatto di appartenere a una famiglia in cui il genitore non biologico non possa essere legalmente riconosciuto, nonostante sia la persona che si prende cura di lui. Venendo alla resistenza in Italia, credo sia dovuta a molti fattori. In primis, il problema è comunicativo. La politica e i media hanno fatto molta confusione tra la stepchild adoption e la cosiddetta maternità surrogata. La stepchild adoption prevede il riconoscimento di un diritto per il bambino, quello di avere un genitore adottivo all’interno della famiglia e tale diritto non ha nulla a che vedere con l’autorizzazione alla pratica della maternità surrogata, che come sappiamo è vietata in Italia.

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Molto spesso le persone giudicano senza conoscere direttamente il tipo di realtà di cui si parla; non si sono mai confrontate con due genitori, due padri o due madri, che portano il proprio figlio a scuola o dal pediatra. Non aver avuto l’occasione di vedere come funzionano queste famiglie, immediatamente rende qualcosa che è considerato diverso da sé come non corretto, non adeguato. La stessa cosa succedeva qualche anno fa con i figli di coppie separate o divorziate. Una specie di rarità, in cui sembrava che i problemi sui bambini fossero spaventosi. Oggi, dato l’alto numero di figli di coppie divise, l’aver incluso socialmente questo aspetto ha migliorato moltissimo la possibilità per i bambini di affrontare la realtà in cui vivono.

Pubblicato il 27.02.2016 e aggiornato il 22.03.2018