Giochi da cortile per crescere sani

Il gioco all'aperto è fondamentale per i bambini: imparano a stare insieme, a darsi delle regole e a essere autonomi, esplorando il mondo che li circonda

Anna Maria Di Maio,
consigliere GSLG
Giochi da cortile per crescere sani

L’importanza del gioco è fondamentale per l’armonico sviluppo fisico e mentale dei bambini fin dai primissimi anni di vita. Attraverso il gioco si conosce il mondo e ci si rapporta con gli altri e l’imitazione delle attività degli adulti è anche un modo di “imparare” a fare. Per il bambino si può dire che il gioco sia quasi un “lavoro” (ricordiamo la bella poesia di Giovanni Pascoli, I due fanciulli “… nel gioco, serio al pari di un lavoro…”).

Come si giocava negli anni ’50?

Si giocava soprattutto all’aperto in giardini e giardinetti, nei cortili e sui larghi marciapiedi non ancora ridotti per far posto a macchine parcheggiate, ed anche in mezzo alla strada non congestionata dal traffico di centinaia di veicoli. Si giocava tutti insieme, per esempio a Girotondo, “Giro, giro tondo casca il mondo, casca la terra,tutti giù per terra!”. Quanti girotondi e quanti bambini e bambine di età variabile dai più piccoli ai più grandicelli che erano pronti ad accelerare il ritmo trascinando i più piccoli in un galoppo finale.

A volte si giocava a Mondo. Si faceva nella ghiaia un cerchio grande contenente altri cerchi più piccoli corrispondenti alle varie nazioni. A turno un giocatore era “il mondo” e gridava: “Dichiaro guerra alla Francia!” (o alla Spagna, all’Inghilterra, all’Olanda, ecc.). Il giocatore che era nel cerchio della Francia doveva correre e non farsi prendere. L’unica zona franca era proprio il cerchio del “mondo” dove potersi riposare. Questo gioco si faceva anche sui marciapiedi o nei cortili interni dei condomini. C’era sempre qualcuno provvisto di gesso bianco con cui fare i cerchi.

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Un altro gioco fatto usando il gesso era Campana: si disegnava una specie di piramide formata da tanti rettangoli numerati da 1 a 7 o a 10 su cui si doveva saltare su un piede solo, (o poggiandoli tutti e due se c’erano due rettangoli affiancati) per raccogliere il sasso precedentemente lanciato e poi tornare indietro, sempre senza perdere l’equilibrio e senza toccare le linee di confine tra un rettangolo e l’altro.

Altri giochi di gruppo erano Ruba bandiera, con due schieramenti opposti e numerati. Equidistante dalle due file c’era il reggi­bandiera, costituita generalmente da un fazzoletto, che chiamava i numeri. I chiamati dovevano correre, fermarsi pronti a prendere la bandiera; il più svelto la strappava di mano al reggi­bandiera e doveva precipitarsi al suo posto senza farsi prendere.

In Uno, due, tre, stella!, tutti erano schierati in fondo a una distanza variabile da chi “stava sotto” dando loro le spalle. Intanto che diceva Uno, due, tre, stella! tutti dovevano avanzare pronti a bloccarsi appena il giocatore si voltava di scatto. Se si era visti in movimento, si tornava al punto di partenza.

Regina, reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello? Recitava un’altra filastrocca. In questo caso i partecipanti rivolgevano a turno la domanda alla “Regina” che assegnava i passi che potevano essere di numero variabile e riferiti a vari animali (da leone, da coniglio, da formica ed anche da gambero tornando indietro). Vinceva chi arrivava alla “Regina” prendendone il posto.

Nelle Belle statuine, le partecipanti, mentre il capo gioco era voltato di schiena, dovevano assumere pose plastiche, secondo la loro fantasia. Ad un certo punto il capogioco chiedeva: “belle statuine, siete pronte?”, “Siiiiiiii!” rispondevano tutte in coro. Il capogioco si girava e sceglieva quella che, a suo insindacabile giudizio, era la più bella. Chi sbagliava doveva fare la penitenza scegliendo tra quelle classiche: “ dire, fare, baciare, lettera, testamento”. I meno timidi sceglievano “baciare” nella speranza di dover baciare proprio la bambina o il bambino che più gli era simpatico. Molti sceglievano “fare” e se la cavavano con dei saltelli su un piede solo o un giro di corsa intorno all’aiuola. Non era sicuro scegliere “dire”perché c’erano sempre gli spiritosi che pretendevano che il malcapitato penitente andasse a dire, magari a una mamma: “Come è grassa, signora!” o altre amenità del genere. La “lettera” veniva scritta, con grandi risate, sulla schiena del malcapitato, corredata di francobollo che, in genere consisteva in un bel calcio nel sedere. Per quello che riguardava “testamento” molto dipendeva dalla fantasia di chi lo redigeva, sempre sulla schiena del malcapitato.

C’erano poi i giochi che adesso definiremmo “di genere”. Le bambine saltavano con la corda: due più grandi reggevano i capi e giravano con lena mentre a turno si saltava nel mezzo a ritmo di “pera, arancia, mela, limone…”. Le più brave esaurivano i nomi di frutta senza mai inciampare.

In due si giocava a Le grazie. Si trattava di un gioco di abilità: ognuna delle bambine reggeva due bastoncini allungati in punta con cui veniva lanciato un cerchietto colorato di medio diametro. L’abilità consisteva nel dare il giusto slancio con i bastoncini incrociati in modo che il cerchio volasse verso l’alto. La compagna doveva prenderlo con la punta dei bastoncini senza farlo cadere a terra.

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I maschietti ingaggiavano interminabili partite di calcetto sollevando, nelle giornate più aride, nuvole di polvere e provocando le rimostranze delle mamme soprattutto quando, per un calcio male assestato, il pallone finiva verso di loro che, sedute con le carrozzine o i passeggini dei figli più piccoli, fingevano di arrabbiarsi per avere un po’ di pace e poter continuare a chiacchierare tranquillamente. Sempre i maschietti amavano giocare alla guerra, a guardie e ladri, a indiani e cowboy, giochi in cui potevano sfogare la loro esuberanza (allora non si parlava di bambini iperattivi ma corse, cadute, sbucciature e bernoccoli erano considerati normali).

Quanti giochi, quante risate, quanti amici! Allora si stava molto all’aria aperta, si giocava in compagnia e si cresceva insieme imparando anche a rispettare le regole ed a saper perdere.

Pubblicato il 29.04.2016 e aggiornato il 22.03.2018