Mutismo selettivo: perché il bambino non parla?

Una piccola percentuale dei bambini comunemente definiti “timidi” o che appaiono caratterialmente inibiti vive in realtà questo disturbo, che si manifesta in età evolutiva ed è caratterizzato dall’assenza di comunicazione verbale, soprattutto in alcune situazioni sociali

Matteo Sclafani , psicologo
bambina con mutismo selettivo non parla

«Il nostro bambino non parla, siamo preoccupati». I bambini che in situazioni sociali non riescono a intrattenere relazioni e conversazioni con il gruppo di pari o di adulti, vengono definiti timidi, caratterialmente inibiti. Una piccola percentuale di questi, però, vive queste esperienze come fortemente ansiogene, al punto da sviluppare un vero e proprio disturbo. Vediamo di seguito cosa si intende quando si parla di mutismo selettivo nei bambini.

Mutismo elettivo o selettivo?

L’inquadramento diagnostico di questo disturbo ha vissuto negli anni un progressivo cambiamento riguardo il nome e la sua classificazione nel DSM (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali). In particolare, si è passati dalla dicitura “mutismo elettivo” a “mutismo selettivo”, per superare l’erronea convinzione che il disturbo fosse di origine intenzionale, ovvero che il bambino non parlasse per sua volontà.

Il mutismo selettivo (MS) è un disturbo d’ansia che si manifesta in età evolutiva ed è caratterizzato dall’assenza di comunicazione verbale, soprattutto in alcune situazioni sociali. Il termine “selettivo” indica che il bambino riesce a esprimersi solo con determinate persone di cui si fida e in alcune circostanze in cui si sente sereno (solitamente l’ambiente familiare), mentre invece mostra difficoltà in ambienti sociali in cui non si sente a proprio agio.

La selezione degli interlocutori può essere più o meno ampia e arrivare anche a un solo genitore. L’incapacità dei bambini con Mutismo selettivo di comunicare è il diretto risultato dell’ansia sociale e non è dovuto a deficit sensoriali o neurologici, come i disturbi afasici. Attraverso questo comportamento il piccolo evita le sensazioni spiacevoli provocate dalla pressione sociale o dall’aspettativa di parlare in alcuni contesti. 

Per porre diagnosi il DSM-5 prevede cinque criteri:

  1. Costante incapacità di parlare in situazioni sociali specifiche in cui ci si aspetta che si parli (ad esempio a scuola), nonostante il bambino sia in grado di farlo in altre situazioni.
  2. La condizione interferisce con i risultati scolastici o con la comunicazione sociale.
  3. La durata della condizione è di almeno un mese (non limitato al primo mese di scuola).
  4. L’incapacità di parlare non è dovuta al fatto che non si conosca l’interlocutore o gli interlocutori o non si è a proprio agio con il tipo di linguaggio richiesto dalla situazione sociale.
  5. La condizione non è meglio spiegata da un disturbo della comunicazione e non si manifesta durante il decorso di disturbi dello spettro dell’autismo o altri disturbi.

I bambini con mutismo selettivo possono, inoltre, manifestare caratteristiche e comportamenti comuni come inespressività del viso, scarso o assente contatto oculare, immobilità o agitazione, comportamenti oppositivi o aggressivi.  

Pertanto, nelle situazioni in cui la loro comunicazione verbale è assente, i bambini con mutismo selettivo possono utilizzare strategie non verbali: compiere gesti, annuire o fare no con la testa, scrivere e, in alcuni casi, anche emettere monosillabi.

Quali sono le cause del Mutismo selettivo?

Tra i fattori che possono spiegare il mutismo selettivo possiamo ritrovare:

  • Fattori genetici e fisiologici. È stato dimostrato che le famiglie di bambini con MS presentano problematiche psicopatologiche legate allo spettro dell’ansia. Questi dati, oltre a evidenziare la componente ereditaria del disturbo, confermano l’adeguatezza dell’inserimento del mutismo selettivo tra i disturbi d’ansia e supportano la comorbilità di questa condizione con il disturbo d’ansia sociale;
  • Fattori temperamentali. L’inibizione comportamentale (tendenza abituale a mostrare paura o a evitare persone, situazioni, oggetti nuovi o non familiari) e i tratti di timidezza e isolamento (incapacità di rispondere in modo adeguato alle situazioni sociali) possono essere importanti fattori di rischio.
  • Fattori ambientali e familiari.  «Il mutismo selettivo è colpa dei genitori?», potrebbe chiedersi qualcuno. Non è così, ma lo stile genitoriale può senz’altro influire, in particolare l’inibizione sociale dei genitori e genitori iperprotettivi o più controllati.

Mutismo selettivo a scuola

A causa della forte paura che le interazioni sociali suscitano, le espressioni facciali dei bambini con mutismo selettivo risultano inespressive, vi è difficoltà a mantenere il contatto visivo con l’interlocutore ed elevata sensibilità per l’ambiente circostante. Inoltre il linguaggio del corpo è impacciato e goffo, e quando viene rivolta loro attenzione durante una conversazione, tipicamente voltano la testa o guardano a terra o si toccano i capelli oppure si nascondono. Questi episodi si verificano in particolar modo nel contesto scolastico, poiché è il luogo principale in cui il bambino è esposto a frequenti domande e richieste di prestazione. Proprio a scuola, molti bambini con Mutismo selettivo hanno ad esempio difficoltà a chiedere di andare al bagno e a mangiare, rifiutano di nutrirsi, nascondono il cibo o attendono che i compagni abbiano terminato il pranzo e se ne siano andati.

La diagnosi di Mutismo selettivo

La valutazione deve essere compiuta nel modo più completo possibile, ricorrendo a un approccio diagnostico multimodale e considerando i possibili fattori di comorbilità.

Di fondamentale importanza è un’anamnesi dettagliata della storia di vita del bambino, in quanto alcuni segnali di allarme del disturbo possono essere rintracciati durante lo sviluppo, in particolare:

  • fattori biologici-temperamentali, ovvero difficoltà di addormentamento, disturbi del sonno, irrequietezza;
  • fattori cognitivi-affettivi quali vulnerabilità, vergogna;
  • fattori socio-culturali e familiari, come ad esempio uno stile educativo ansioso e scarse competenze sociali della famiglia. 

In seguito, viene effettuato un colloquio approfondito con i genitori a cui seguirà l’incontro con il bambino. In questa fase l’osservazione dei disegni, del gioco libero e del linguaggio corporeo risulta molto utile. Inoltre, lo specialista deve compiere un’analisi funzionale del comportamento per giungere alla formulazione di un percorso di trattamento il più idoneo possibile al bambino e all’ambiente in cui vive.

Terapia e trattamento per il Mutismo selettivo

Cerchiamo di seguito di dare una risposta ai genitori che, di fronte a una diagnosi di mutismo selettivo del proprio bambino, si chiedono cosa fare.

Secondo alcuni studi, l’approccio più efficace è quello della psicoterapia cognitivo-comportamentale, un tipo di intervento che tende a modificare l’attività di pensiero disfunzionale che sottostà all’insorgenza del disturbo. 

Gli obiettivi principali sono orientati alla riduzione dell’ansia sociale, di cui vanno individuati gli indici comportamentali e cognitivi con lo scopo di giungere a una loro effettiva modificazione. Si aiuta, inoltre, il bambino a progredire nella comunicazione, attraverso tappe graduali, aumentandone l’autostima e accrescendone la fiducia in situazioni di carattere sociale.

Infine, trattandosi di un disturbo che si manifesta in età evolutiva, il ruolo e il supporto degli adulti che ruotano intorno al bambino è di fondamentale importanza.

Va aggiunto che, attraverso interventi di Psicoeducazione e di Parent-Training, i genitori possono acquisire un’adeguata conoscenza del disturbo e soprattutto apprendere strategie e modalità adeguate e funzionali di gestione dello stesso. 

Mutismo selettivo: alcuni suggerimenti operativi

Di fronte a un caso di Mutismo selettivo, il primo atteggiamento importante, sia nei contesti sociali sia a casa, è non forzare mai il bambino a parlare. Sarà utile invece:

  • creare un clima rilassato e rassicurante, al fine di ridurre la sua ansia e rendergli più confortevole il passaggio alla parola;
  • non punirlo o minacciarlo in caso di silenzio;
  • non utilizzare premi come forma di ricatto (ad esempio: «Se parli ti compro quel regalo che mi chiedevi»);
  • non farlo sentire in colpa in caso di fallimento («Se non parli la mamma è triste»).

Occorre inoltre evitare di creargli eccessive aspettative o sminuire la sua difficoltà, al contrario mostrare una pacata fiducia in lui può risultare un atteggiamento rinforzante. Altra modalità di interazione importante è non mostrare eccessiva meraviglia o felicità nel caso in cui il bambino iniziasse a parlare in luoghi o con persone differenti.

Un atteggiamento utile al fine di ridurre l’ansia e rassicurare il bambino verso una comunicazione attiva è quello di coinvolgerlo nelle azioni che lo riguardano, informandolo, ad esempio, su cosa può succedere di lì in avanti o quali effetti il suo comportamento produce negli altri o viceversa, oppure chiedendogli se sia pronto ad affrontare una nuova situazione. 

Risultano utili anche le strategie creative, allo scopo di rendere semplici situazioni ansiogene (creare dei giochi, lanciare piccolissime sfide) e anche favorire progressivamente l’autonomia, coinvolgendo il piccolo in azioni quotidiane di cura personale e aiuto domestico, programmare insieme le attività che lo riguardano, incentivare piccole opportunità di socializzazione invitando i suoi compagni a casa (luogo per lui rassicurante).

Matteo Sclafani

Psicologo specializzato in valutazione e intervento dei Disturbi dell’Apprendimento e del Comportamento. Dal 2007 si occupa di età evolutiva, di bambini con Disturbi del Neurosviluppo e delle loro famiglie presso il CEDAP. Si occupa inoltre di formazione e di portare pratiche didattiche e educative inclusive e innovative nelle scuole.

Bibliografia

 

Articolo pubblicato il 08/11/2021 e aggiornato il 12/11/2021
Immagine in apertura fizkes / iStock

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