Il parlatore tardivo: quali sono i campanelli d’allarme?

Per alcuni bambini lo sviluppo del linguaggio è un processo più lento e complicato, ma un intervento precoce e mediato dai genitori può aiutare a contenere il ritardo

Serena Bonifacio, logopedista
Genitore insegna al figlio a parlare

I primi tre anni di vita sono caratterizzati da uno sviluppo fisico, motorio, cognitivo, linguistico e relazionale estremamente rapido. La maggior parte dei bambini acquisisce il linguaggio senza alcuno sforzo, ma una consistente minoranza manifesta delle difficoltà, poiché le traiettorie di sviluppo linguistico si collocano sotto le aspettative dell’età. Questa condizione viene definita “linguaggio a lenta emergenza” e può derivare da una varietà di problemi complessi che includono anche il ritardo nella comprensione e nella produzione linguistica.

La maggioranza dei bambini che a 2 anni presenta un ritardo nello sviluppo del linguaggio tende a raggiungere i coetanei tra i 3 e i 4 anni, ma ci sono casi in cui le difficoltà si mantengono a lungo ed è quindi opportuno avviare un’indagine clinica.

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Il parlatore tardivo

Il termine “parlatore tardivo”, o late talker, si riferisce a bambini che manifestano un ritardo nella produzione di parole in assenza di una diagnosi di disabilità o di ritardo dello sviluppo in ambito cognitivo e motorio. Si possono distinguere due tipologie di bambini parlatori tardivi:

  • quelli definiti “espressivi”, che presentano un ritardo lessicale e un lento sviluppo della frase, ma non hanno problemi a comprendere i discorsi;
  • quelli definiti “misti”, in cui il ritardo è di ordine sia espressivo sia ricettivo, in quanto hanno difficoltà anche nel comprendere il significato di parole e frasi. In questo caso, se il ritardo è severo assume un carattere persistente e può diventare espressione di un disordine di linguaggio.

“Parlatore tardivo” non definisce quindi una patologia del linguaggio o dell’apprendimento, ma indica una situazione che può essere la manifestazione di un disordine emergente.

Quando si manifesta il ritardo

Gli antecedenti di un lento sviluppo nel linguaggio espressivo si possono cogliere già nella fase della lallazione, a partire dai 10 mesi, età in cui l’aumento della varietà dei suoni vocalici e consonantici emessi dal bambino prepara l’acquisizione delle prime cinquanta parole verso i 18 mesi. Il ritardo o l’assenza di questa fase è un indicatore di difficoltà, per le evidenti restrizioni che imporrà al successivo sviluppo del vocabolario.

I clinici, però, ritengono opportuno aspettare i 24 mesi per individuare in modo sufficientemente certo un parlatore tardivo sulla base di un vocabolario espressivo limitato (meno di cinquanta parole differenti) e della mancanza di combinazione di due o più parole per formare una frase (cosa che può far prevedere la futura comparsa di difficoltà grammaticali). Per misurare l’ampiezza del lessico in produzione e in comprensione dei bambini dagli 8 ai 36 mesi si utilizzano specifici questionari per genitori, chiamati parent report.

Bambini che “sbocciano in ritardo”

Gli studi sui bambini con lento sviluppo del linguaggio hanno permesso di stimare che circa il 10-20% all’età di 24 mesi presenta un ritardo nel linguaggio, percentuale che sale a 38 nei gemelli. Tra i 24 e i 36 mesi, però, la gran parte dei parlatori tardivi incrementa in modo significativo il linguaggio espressivo: questo gruppo viene definito late bloomer, cioè bambini “che sbocciano in ritardo”.

Per approfondire

Ci si accorge con relativa sicurezza se un bambino è “sbocciato in ritardo” intorno ai 30 mesi, ma già dai 24 è possibile individuare alcune caratteristiche tipiche che differenziano i due gruppi: i late bloomer usano in genere un maggior numero di gesti comunicativi per compensare il vocabolario espressivo limitato; sono più capaci e più veloci nel riconoscere parole familiari associandole a immagini o a oggetti, e parole non familiari dopo averle sentite solo qualche volta; presentano una comprensione verbale in linea con l’età o lievemente immatura. I parlatori tardivi, invece, hanno un vocabolario molto più ridotto, generalmente inferiore alle trenta parole, simile a quello di bambini più piccoli; le abilità nel produrre parole con consonanti diverse sono piuttosto scarse e questo li penalizza nell’apprendimento di parole nuove, perché non sono in grado di produrre molti dei suoni linguistici in esse contenute. Inoltre risulta più frequente l’associazione di vocabolario ridotto e ritardo nella comprensione.

Quando il ritardo diventa persistente

Verso i 3 anni, i bambini late bloomer incrementano il vocabolario più velocemente, con una media di dieci parole nuove alla settimana; risolvono in tempi più rapidi il loro ritardo perché meno grave, e la velocità è dovuta anche al processo di maturazione delle fibre nervose delle regioni cerebrali deputate al linguaggio, che nei bambini con sviluppo di linguaggio tipico avviene dopo i 18 mesi, in corrispondenza della fase di accelerazione del vocabolario. Nei parlatori tardivi l’incremento delle parole è scarso, con una soglia inferiore alle trenta parole nuove al mese, la comprensione rimane immatura, così come le abilità socioconversazionali (ad esempio proporre un argomento d’interesse, commentare eventi o iniziare un dialogo). L’inventario di consonanti ridotto e i molti errori di pronuncia che compromettono la comprensione delle frasi sono indicatori di un ritardo persistente.

Intervenire prima possibile

Studi recenti hanno documentato che verso i 5 anni di età sia i late bloomer che i parlatori tardivi mostrano ancora fragilità nel vocabolario, nella morfologia verbale, nella sintassi e nella narrazione di storie. È importante identificare precocemente un bambino con lento sviluppo del linguaggio, perché ciò permette di comprendere se il ritardo iniziale è soltanto transitorio o è dovuto invece a condizioni che possono compromettere o rallentare il recupero.

Poter intervenire nel periodo critico dei primi mille giorni di vita, con lo scopo di mitigare o contenere il ritardo, è fondamentale. L’intervento precoce centrato sullo scambio comunicativo e linguistico tra bambino e genitore agisce sull’interazione tra sviluppo del bambino e sviluppo nel suo contesto, in modo da preservare il benessere del piccolo. Coinvolgere i genitori e promuovere nel bambino una gamma di abilità socio-comunicative e linguistiche “tipiche” potrebbe modificare la storia naturale del disturbo migliorandone l’esito intorno ai 3 anni.

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Articolo pubblicato il 04/11/2020 e aggiornato il 04/11/2020
Immagine in apertura dusanpetkovic / iStock

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