Non chiamiamoli scarabocchi

Il disegno rappresenta, per il bambino, un vero e proprio ponte tra sé e il mondo: attraverso questa modalità espressiva naturale e spontanea non solo si creano collegamenti tra il “dentro” e il “fuori”, ma si diventa anche capaci di dare forma ai propri vissuti

Anna Oliverio Ferraris, psicologa e psicoterapeuta
Bambino "scarabocchia" sul foglio

«Quando avevo 10 anni dipingevo come Raffaello; mi ci è voluta una vita per dipingere come un bambino» è una frase famosa di Picasso.

«L’artista che per tutta la vita rimane simile al bambino può percepire più facilmente di chiunque altro il suono interiore di tutte le cose» è invece un’affermazione di Kandinskij, che nel suo famoso Cavaliere azzurro cercò di utilizzare i colori allo stesso modo dei bambini: non realisticamente ma in modo che riflettessero gli stati d’animo. Il pittore Jean Dubuffet spiegava invece il suo interesse per i disegni infantili con queste parole: «I bambini sono fuori dal sociale, fuori dalla legge, asociali, alienati; proprio quello che l’artista deve essere. Ecco da dove viene il sapore dei loro disegni, la libertà di invenzione che troviamo in essi».

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Infine Joan Miró: «Quanto più acquisto padronanza del mestiere e vado avanti nella vita, tanto più ritorno alle prime impressioni. Penso che alla fine della mia esistenza avrò ritrovato tutti i valori dell’infanzia».

Ciò che attraeva questi artisti era la spontaneità, un’inclinazione naturale che affonda le radici nella nostra biologia, cioè in quello stretto rapporto che esiste tra corpo, mente ed emozioni: un intreccio che nei bambini è allo stato nascente e ancora privo di sovrastrutture.

I primi scarabocchi

Nel bambino di età prescolare che produce i primi scarabocchi c’è un rapporto molto stretto tra corpo e mente, tra muscoli, occhi e sistema nervoso, ed è proprio da questo rapporto che nasce l’alfabeto dei segni che il piccolo utilizzerà per raccontare la realtà, le emozioni, gli stati d’animo.

Sul finire degli anni ’60 la ricercatrice americana Rhoda Kellogg raccolse ed esaminò più di un milione di scarabocchi di bambini in età prescolare provenienti da paesi molto diversi tra loro. Ciò che scoprì è che tutti i bimbi, a qualsiasi latitudine del mondo, seguono uno schema espressivo identico: iniziano dai “tracciati fondamentali” per poi passare ai “diagrammi” e alle “combinazioni di diagrammi”, per approdare infine agli “aggregati” e alle prime “immagini”. È uno schema comune che evolve secondo i tempi della maturazione muscolare e neurologica di ogni bambino: non è ancora una questione di contenuti ma di segni e di forme che il piccolo scopre divertendosi, per il piacere del movimento e delle tracce impresse su una superficie, e a cui potrà dare nomi e significati successivamente.

L’alfabeto dei segni

Lo studio della Kellogg dimostra anche che, prima di entrare nel terreno della rappresentazione, il bambino si impossessa di un alfabeto di segni senza il quale non potrebbe raffigurare oggetti e persone. Ciò grazie a un’attività spontanea, ludica, che pian piano lo porta ad affinare la sua capacità di coordinare mano, occhi e cervello. E quando il piccolo scopre che dagli scarabocchi possono emergere delle figure che hanno un senso, la sua motivazione a disegnare aumenta.

Veicolare significati

A un certo punto il bambino comprende che quegli aggregati e quelle icone che ha prodotto spontaneamente possono “prendere il posto di” e rappresentare oggetti reali (fiori, case, barche, persone eccetera). Si rende dunque conto che, oltre a lasciare dei segni su una superficie, provare delle sensazioni gradevoli e controllare i movimenti della mano, può anche veicolare dei significati. Il piccolo, che non sa ancora scrivere, scopre di poter comunicare attraverso il disegno, raccontare e persino trasmettere delle emozioni all’osservatore; se riesce in questa impresa è perché l’alfabeto di base individuato dalla Kellogg è universale.

In questa fase è consigliabile lasciargli la libertà di spaziare, anziché indirizzare quei segni verso significati precisi: potrà dare, ad esempio, il “titolo” al suo disegno a prodotto finito, non prima.

Per approfondire

Un ponte tra l’interno e l’esterno

Così come l’alfabeto fondamentale dei segni, a essere universale è anche l’inclinazione dei bambini (soprattutto nei primi sei anni di vita) verso il disegno, definito dallo psicoanalista dell’infanzia Donald Winnicott come uno «spazio di transizione tra l’interiorità e l’esteriorità». Si tratta di un ponte tra sé e il mondo, in un’età in cui il linguaggio verbale non è ancora ben padroneggiato e la scrittura e la lettura sono di là da venire. Questa modalità espressiva naturale e spontanea consente non solo di collegare il “dentro” con il “fuori”, ma anche di trasformare i bambini da soggetti ineducati, dominati dai propri impulsi (spesso distruttivi), a soggetti sempre più capaci di dare forma e “suoni” ai propri vissuti (proprio come diceva Kandinskij), attraverso linee, punti, forme, colori. E consente di farlo entro uno spazio delimitato da margini e confini (il foglio, la tavolozza), che rassicura e rende possibile l’espressione e la comunicazione, e grazie al quale mettere in ordine le proprie emozioni e le proprie conoscenze. Ecco perché è importante, anche nell’epoca degli smartphone, favorire questa attività.

Relazioni costruttive

Con il disegno, che mette in collegamento il corpo e la mente, il bambino ha modo di esercitare un progressivo controllo su di sé, prestare attenzione alle persone e alle cose e sviluppare una sensibilità crescente. Non è un caso che i bambini apprezzino molto questa forma espressiva: si sentono appagati mentre disegnano, sia per il piacere di riuscire a coordinare la mano con la mente, sia per il piacere di produrre qualcosa di visibile e tangibile. È un’attività che accompagna il processo di “umanizzazione” dei bambini – spiega ancora Winnicott –, che imparano ad avere una relazione costruttiva col mondo, con gli altri e con sé stessi, non distruttiva come quella che, invece, alcuni impulsi violenti potrebbero provocare.

Disegnare mamma e papà

Crescendo, i disegni si diversificano e si complicano. Possono esprimere emozioni e sentimenti, ma anche avere delle finalità conoscitive e di approfondimento, per mettere a fuoco e in primo piano aspetti del mondo interessanti in quella determinata fase dello sviluppo o che per qualche motivo colpiscono l’immaginazione del disegnatore.

Di particolare interesse sono i disegni che parlano della vita familiare e delle relazioni al suo interno, tant’è che gli psicologi spesso li utilizzano per intavolare un discorso con i loro piccoli pazienti quando in famiglia non tutto va come dovrebbe.

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Articolo pubblicato il 18/12/2020 e aggiornato il 18/12/2020
Immagine in apertura flyingv43 / iStock

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