Nascere

La funzione del dolore nel parto

La funzione del dolore nel travaglio è quella di guidare la donna alla ricerca del percorso di parto più funzionale

di Alessandra Puppo - Ostetrica, Firenze

Da sempre l’avvicinarsi del momento del parto ha spaventato le donne in gravidanza, ma se in tempi ormai lontani si trattava di un timore giustificato dai rischi per l’incolumità della madre e del bambino, oggi appare invece legato solo al dolore. È opportuno riflettere sul significato del dolore nel parto per valutare criticamente i molti significati della proposta del “mercato medico” di ricorrere all’anestesia, riducendo al minimo la propria partecipazione fisica a un evento così importante come partorire un figlio.

L’unico dolore “buono”

Il dolore del parto ha caratteristiche uniche in natura: è un dolore che non è sintomo di una patologia, ma segnale del normale, naturale progredire della fisiologia. Sappiamo che il dolore è in genere un valido strumento protettivo del nostro organismo, utile per avvertirci della presenza di danni, anche piccoli, che potrebbero altrimenti passare inosservati e peggiorare. Il fatto che la natura, in millenni di selezione, abbia deciso di lasciare il dolore all’interno del parto, sembra volercene far ricordare un possibile valore.
Altra caratteristica del dolore del parto è di presentarsi intermittente, con delle pause tra una contrazione e l’altra in cui scompare completamente. È proprio questa intermittenza, quest’alternarsi di picchi e di pause, a garantire l’avvio di una vera e propria forma di analgesia endogena, ottenuta attraverso la produzione di endorfine.

Oggi sappiamo che la funzione del dolore nel travaglio è quella di guidare la donna alla ricerca del percorso di parto più funzionale: la posizione che risulta meno dolorosa per la donna è infatti anche sempre quella più utile al progredire corretto del travaglio, quella che aiuta l’impegno della testa del bambino, quella che favorisce la creazione di spazi idonei.
Già durante la gravidanza la ricerca del benessere materno costituisce anche garanzia di benessere del bambino; a maggior ragione nel momento del parto, momento di grande dinamismo, cambiamenti e tensioni, è fondamentale sentire le indicazioni del corpo per proteggere il proprio organismo e di conseguenza anche quello del bambino.

Si cresce anche soffrendo

Nella vita di ogni donna si presentano eventi particolari definiti dal punto di vista psicologico come situazioni di crisi: momenti cioè in cui una situazione di difficoltà richiede un salto, una crescita psicologica, un passaggio a un nuovo stato maturativo. Sono la pubertà, il primo rapporto sessuale, il parto, la menopausa: tutti momenti accompagnati da esperienze fisiche di disagio o dolore; tutti momenti in cui è comunque richiesta alla donna una pausa, una riflessione, una rielaborazione del proprio stadio precedente per poter chiudere dietro di sé un cancello e procedere così a una nuova fase della vita. Situazioni analoghe sembrano mancare, da un punto di vista biologico, nella vita degli uomini. Ma a ben vedere, fin dall’antichità gli uomini maschi hanno inventato rituali maschili che sottolineano precisi momenti di passaggio: per diventare uomini i ragazzi per secoli si sono sottoposti a prove più o meno difficili e fisicamente stressanti e dolorose, proprio a sottolineare la necessità di estendere i propri limiti per ritrovarsi alla fine più forti e più saggi. Queste prove di iniziazione, inventate per gli uomini, nella vita della donna esistono naturalmente.

Il momento del parto è in fondo una di queste occasioni, in cui ogni donna esplora con attenzione il corpo e la mente, facendo ricorso a tutte le proprie riserve di capacità ed energia per uscire, dopo il parto, più forte di prima, più conscia delle proprie potenzialità; in definitiva quindi più pronta ad affrontare le nuove difficoltà che inevitabilmente incontrerà nella fase della vita che le si è appena aperta, nel nuovo ruolo di madre. Evitare questa prova, rifuggire questa occasione, può significare mancare uno degli appuntamenti più coinvolgenti della propria vita, un’occasione per scandagliare la propria forza per verificare le proprie capacità. La gratificazione, il senso quasi di onnipotenza che ogni donna prova e racconta dopo aver partorito è paragonabile per certi aspetti a quanto accade dopo aver scalato una montagna o vinto una gara sportiva.

Togliere il dolore non è l’unico modo di restituire felicità al parto

Per qualche decennio, e fino a non molti anni fa, partorire era spesso un’esperienza che non è esagerato definire devastante. Le donne erano sole, senza nessuno accanto, in un unico stanzone, separate dalle altre partorienti da un semplice paravento, lasciate per ore senza nessuna forma di sostegno o incoraggiamento, senza la possibilità di muoversi dal letto. In queste condizioni era insostenibile il concetto che il dolore potesse avere una sua positività, perché si trattava di un dolore assoluto, aggiunto e, inoltre, mancava ogni possibilità di modificare la situazione a proprio vantaggio sotto la guida delle indicazioni date dal dolore stesso.

Come risposta a questa forma distorta ed estrema di ospedalizzazione del parto si è offerto alle donne la possibilità di partorire senza dolore, in analgesia epidurale. Ma questo significa procedere ulteriormente sulla strada della medicalizzazione, espropriando ulteriormente la donna della possibilità di vivere e gestire da protagonista il proprio parto e protagonisti del parto diventano il ginecologo, l’anestesista e l’ostetrica, più che la donna o la coppia.
L’epidurale in fondo conferma alla donna che il suo corpo è una macchina che non funziona bene, che deve essere gestita da esperti, anche per fare la cosa più naturale del mondo: mettere al mondo un figlio. Come dire: «meno male che c’era» o «meno male che mi hanno fatto partorire, da sola non ce l’avrei mai fatta».

Dopo il parto, quando inizia la relazione madre-figlio, spesso si avverte una sensazione di inadeguatezza, dubbio, incapacità. Il senso di gratificazione, di pienezza, di sentirsi capace che prova una donna che ha gestito in prima persona il travaglio, ed è quindi pienamente cosciente delle grandi risorse a sua disposizione, sostiene la madre in questi primi momenti. Al contrario la delega al momento del parto può facilmente tradursi in una nuova delega nella gestione del figlio, attivando ulteriori meccanismi di dipendenza: dall’ostetrica, anche solo per il bagnetto, e dal pediatra, per sapere come è fatto il bambino. Meglio allora, piuttosto che cercare di eliminare il dolore, eliminare i disturbi aggiunti da un ambiente e un’assistenza scadenti, senza simpatia.