Rooming in: un diritto di madre e bambino

Molte ricerche sulla medicalizzazione del parto hanno dimostrato che il corpo del neonato non è "programmato" per esperienze di violenza e di separazione dalla madre

Anna Giugliano, ostetrica del Policlinico Umberto I

Forse basterebbe assistere al parto di una gatta e osservare la sua totale dedizione nella cura dei cuccioli per comprendere che l’affidamento dei neonati ai nidi ospedalieri è una pratica del tutto innaturale, conseguenza del moderno processo di medicalizzazione della nascita.

Certamente le gatte, potendo scegliere, non si sognerebbero mai di partorire in ospedale, di allattare a orari prestabiliti, di somministrare succhiotti e latte in polvere; per loro natura possono fidarsi soltanto di un infallibile istinto, così in prossimità del parto si mettono in cerca di un luogo adatto, odorano, ascoltano e infine scelgono: la tana è appartata e raccolta, con poca luce e al riparo dai rumori; dopo la nascita la madre lava accuratamente i suoi piccoli che, ancora ciechi, si attaccano spontaneamente alle sue mammelle.

Le gatte si allontanano dai piccoli soltanto se necessario e sono pronte a difenderli con le unghie da qualunque presenza estranea, si agitano quando li sentono miagolare e non si danno pace finché non sono riuscite a calmarli. Quando li allattano fanno le fusa e a volte si addormentano.

Il parto: un evento semplice e naturale

Vivere questa esperienza sarebbe illuminante per ogni donna che aspetta un bambino e sia in cerca di un luogo per partorire, sarebbe soprattutto utile per comprendere che nella maggioranza dei casi la nascita è un evento fisiologico e che quella pratica denominata modernamente rooming in (che consente alla madre di tenere il bambino accanto a sé dopo il parto), non ha in realtà niente di moderno ed è in uso da millenni in tutte le civiltà; gli animali dal canto loro la praticano da sempre.

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Ma nelle nostre città le donne si trovano a dover partorire senza aver mai assistito a nessun tipo di parto e senza aver mai preso un neonato tra le braccia; digiune di esperienze e spaventate dall’evento che stanno per vivere, si affidano a persone che, nella stragrande maggioranza dei casi, le conducono verso una visione medicalizzata della nascita. Così, può venir vissuto come normale il partorire nella confusione di un grande ospedale, fra estranei in un luogo estraneo, senza il conforto e il calore dei legami affettivi, sdraiate su un lettino, sotto la luce della lampada e con l’ago della flebo infilato in un braccio.

Ma, soprattutto, diventa normale che la madre venga separata dal neonato: dopo la nascita i bambini vengono visitati e lasciati al nido per un tempo variabile di osservazione che va dalle tre alle otto ore, successivamente la madre potrà vedere il bambino durante gli orari di allattamento programmati con intervalli medi di 3-4 ore. Le donne si rassegnano a rispettare regole studiate in funzione dell’organizzazione ospedaliera e negano, o reprimono, la loro naturale tensione verso il bambino, la necessità di un contatto fisico, la gioia di averlo vicino, bisogni e desideri che fanno parte di un percorso fisiologico e che sono necessari all’elaborazione della nuova identità di madre.

Innamoramento reciproco

Dunque, la volontà di tenere il bambino con sé dopo il parto nasce dalla consapevolezza dei propri insopprimibili bisogni di madre e di quelli altrettanto forti del proprio inconsapevole bambino. Oggi le donne hanno la possibilità di acquisire maggiori conoscenze grazie ai corsi di preparazione al parto, strumento indispensabile per affrontare una maternità consapevole. I corsi, diversamente da quel che si crede, non insegnano a partorire ma offrono la possibilità di avvicinarsi con tranquillità e con qualche conoscenza in più a un evento, la nascita del proprio figlio, che non si conclude ma inizia nel momento del parto. Durante gli incontri vengono trattati, in modo teorico e pratico, gli argomenti fondamentali per la futura mamma come l’allattamento e il puerperio; inoltre, è importante che il padre venga coinvolto nelle diverse fasi della gravidanza, e durante i sintomi del travaglio e del parto, attraverso il contatto fisico con il corpo della madre e del bambino.

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Oggi sappiamo quanto siano importanti le cure prestate al neonato subito dopo il parto per creare condizioni favorevoli allo sviluppo fisico e mentale. Nel momento della nascita il neonato è proiettato in uno spazio senza tempo, non conosce le nuove sensazioni che violentemente lo assalgono, non ha mai respirato, non ha mai aperto gli occhi, non conosce nulla della nuova vita. La madre che per nove mesi ha cullato dentro di sé questo figlio immaginario, si trova a vivere una separazione, passaggio di dolore e di gioia necessario per sé e per il figlio.

Quale migliore modo per instaurare il nuovo legame se non quello di lasciare che il neonato si abitui gradualmente alla separazione, cercando liberamente il seno o le braccia delle madre ogni volta che ne avrà bisogno, ricreando esternamente gli stessi legami della vita intrauterina. Il contatto dei corpi e gli infiniti stimoli sensoriali che da esso derivano permettono alla madre a al bambino di mettersi in contatto, di far in modo che i loro ritmi si mettano in comunicazione creando l’emozione del reciproco innamoramento.

Il rooming in è un diritto di ogni madre

Dopo anni di osservazioni, si è finalmente provato a livello scientifico che il cervello del neonato, e dunque il corpo nella sua interezza, non è programmato per esperienze di violenza e di separazione dalla madre come quelle imposte dalle pratiche ospedaliere. Tali pratiche (taglio affrettato del funicolo, aspirazione delle prime vie aeree con un sondino, separazione dalla madre per il bagno) oltre a interferire pesantemente con la innata capacità di auto-attaccamento che segue la nascita, instaurano meccanismi negativi nella relazione tra la madre e il bambino e influiscono negativamente sulla mente e sul corpo del piccolo.

L’alto livello di stress prodotto dalla separazione induce sonnolenza eccessiva, bassa reattività o, al contrario, sovreccitazione. Inoltre, un neonato affidato alle cure del nido verrà nutrito a orari stabili e imposti dall’esterno, verrà alimentato con soluzione glucosata e calmato con un succhiotto, pratiche queste che interferiscono con la naturale capacità del neonato di attaccarsi al seno materno, riducendo lo stimolo alla suzione e ritardando, di conseguenza, la montata lattea.

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Al contrario, il contatto non interrotto tra madre e bambino crea le migliori condizioni per un allattamento naturale e prolungato e dunque per un giusto aumento del peso ponderale, predispone a una buona acquisizione del ritmo sonno-veglia, del ritmo respiratorio e digestivo, rafforza l’apparato immunitario e riduce la sensibilità allo stress. Inoltre, i neonati che non vengono separati dalle madri dimostrano generalmente una forte motivazione all’apprendimento e all’esplorazione. Il rooming in è dunque un diritto di ogni madre e di ogni nuovo nato e, pertanto, è un obiettivo da conseguire per ogni struttura pubblica o privata.

Cosa dice la scienza

La ricerca sull’abilità del neonato di muoversi sulla pancia della madre verso il seno, di attaccarvisi senza aiuto e di succhiare correttamente è stata pubblicata nel 1990 su The Lancet (Righard e Alade, 1990). I neonati del gruppo di ricerca “non medicalizzati”, messi subito sulla pancia della madre, dopo 50 minuti si erano auto-attaccati al seno e succhiavano correttamente. I bambini di un altro gruppo, non medicalizzati ma lavati, misurati dopo la nascita e rimessi sulla pancia della madre erano anche essi capaci di attaccarsi da soli al seno, ma la metà di loro non succhiava correttamente. I bambini di parti medicalizzati erano troppo addormentati per succhiare. Questa scoperta è stata ulteriormente elaborata da Klaus & Klaus nel libro Your Amazing Newborn (1998).

Rooming in: la nascita in condizioni ideali

a cura di Alessandra Puppo

Se agli occhi dei genitori la destrezza e la rapidità con cui il personale di nursery spoglia e veste i neonati appaiono invidiabili, per il neonato invece sarebbero probabilmente più gratificanti l’incertezza, la poca abilità e le lungaggini dei genitori inesperti che, alle prese con magliette e pannolini, finiscono per toccarlo, carezzarlo e coccolarlo molto più a lungo e teneramente. In ospedale si consegna il bambino alla madre solo perché lo allatti, a orari fissi, non certo basandosi sui suoi ritmi di fame/sazietà, ma piuttosto sui ritmi di lavoro del personale. Il bambino viene portato alla mamma quando magari ha ancora sonno e, ovviamente, non si attacca con sufficiente vigore. Questo frustra la madre e espone il neonato a torture come pizzicotti nei piedi, pressione sugli orecchi, tappate di naso.
Ogni reparto di maternità dovrebbe essere organizzato per avere il neonato in una culla, accanto al letto della madre, ma nella maggior parte delle vecchie strutture manca lo spazio; eppure una culla è piccola, e occupa più o meno il posto di un comodino. I veri problemi da affrontare non sono tanto strutturali, quanto di mentalità: nelle nursery sono i bambini a girare a catena sotto le mani di un pediatra, senza che il genitore sia presente, mentre quando i bambini stanno con le madri sono i pediatri a dover girare da un letto all’altro per effettuare davanti al genitore i controlli necessari. Il genitore quindi può disturbare, porre domande e scaricare ansie: e così i medici devono imparare ad affrontare la fatica di un approccio diverso col bambino e i suoi genitori (e informare e comprendere è realmente faticoso).
C’è inoltre un problema di “identificazione” della Divisione di Neonatologia: senza pareti che la delimitino, può sembrare un potere da gestire troppo vago e diluito. Questo è uno dei motivi per cui i tempi per realizzare una diversa organizzazione del servizio della nursery non saranno brevi. Eppure, in una visione di salute globale dell’individuo, quello che le nursery vecchio tipo apportano è un vero e proprio danno per il neonato.
Nelle strutture ospedaliere più vecchie, che però hanno voluto introdurre questo servizio, nursery e rooming in sono mischiati: il bambino sta a fianco al letto della mamma per quasi tutta la giornata e viene riportato nella nursery la notte; vi sono inoltre spazi comuni a disposizione dei genitori per gli accudimenti quotidiani.
Un grande vantaggio del rooming in è di consentire la dovuta elasticità negli orari delle poppate e perciò un migliore avvio dell’allattamento. Se questa continua vicinanza fra madre e bambino può risultare faticosa, permette però di sperimentare da subito l’accudimento del figlio, dando la possibilità ai genitori di chiedere consigli e chiarimenti, ma abituandoli fin dall’inizio ad assumere in prima persona le cure del proprio bambino, rendendo così più facile e graduale il passaggio dall’ospedale a casa, dove si arriva già forniti di una buona esperienza.

Articolo pubblicato il 24/06/2013 e aggiornato il 03/12/2019
Immagine in apertura x-reflexnaja / iStock

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