Dito, ciuccio o nessuno dei due?

La suzione accompagna il bambino fin dalla gestazione e influenza il suo comportamento e il suo sviluppo psicomotorio anche in relazione con chi lo accudisce

Gherardo Rapisardi,
pediatra e neonatologo
Dito, ciuccio o nessuno dei due?

Dopo poche ore dalla nascita di Maria, sua mamma le ha messo dei guantini per evitare che la piccola prenda l’abitudine di mettersi il dito in bocca. La mamma di Marco, un neonato molto irritabile, invece ricorre al ciuccio, mentre la mamma di Susanna preferisce consolare la sua bambina proponendole il seno: «Il ciuccio potrebbe ostacolare l’inizio dell’allattamento» dice.
E dunque: dito o ciuccio? Ma se poi creano dipendenza? Forse meglio nessuno dei due?
Vediamo quali elementi possono essere d’aiuto ai genitori nel prendere la loro decisione.

Sviluppo della suzione nel bambino

Già a partire dalla fine del primo trimestre di gestazione (11-12 settimane) il feto mostra movimenti di suzione e deglutizione. A 13-14 settimane inserisce le dita e il pollice in bocca. A 15 settimane i movimenti di suzione e deglutizione del liquido amniotico sono visibili in quasi tutti i feti. Tra le 18 e le 21 settimane si specializzano i movimenti antero-posteriori e di avvolgimento della lingua. Tra le 24 e le 28 settimane i movimenti di suzione, delle labbra e della lingua si coordinano meglio con la deglutizione e, intorno alle 28-29 settimane, anche con i movimenti respiratori.

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Suzione nutritiva e non nutriva

Esistono due tipi di suzione. Quella non nutritiva, che è accompagnata o meno da deglutizione, è presente anche nel sonno profondo, viene prodotta spontaneamente o stimolata dal dito o altro oggetto inserito in bocca e ha effetti positivi sulla regolazione di battito cardiaco, ossigenazione, respirazione, digestione, stati comportamentali di veglia e di sonno, scarico di tensione, regolazione dello stress e controllo del dolore. La suzione nutritiva, più complessa, è fisiologicamente pronta a 28 settimane, è coordinata con la respirazione ed è associata alla deglutizione e a movimenti della lingua e di tutta la bocca.
Dalla nascita e fino a 6-8 settimane circa il bambino avrà difficoltà a portare le dita in bocca senza l’aiuto di un “confine” (come ad esempio il corpo dell’adulto che lo tiene in braccio o la copertina che lo avvolge) e di un sostegno al capo; solo pochi neonati molto competenti ci riescono fin dai primi giorni. Il fatto che il piccolo, a un certo punto, cominci a ripetere questa azione viene spesso visto come l’inizio di una brutta abitudine che, se persiste, può anche portare alla deformazione del palato e dei denti (una preoccupazione che riguarda anche l’uso del ciuccio).
La deformità del cavo orale, la cui entità è correlata all’intensità, frequenza e durata della suzione del dito o del ciuccio, e alle caratteristiche costituzionali del bambino, è la conseguenza più frequente ed evidente, che fino a una certa età potrà correggersi da sola in seguito alla sospensione di questo tipo di suzione. Mentre tempo fa veniva sostenuto che quest’attività fosse possibile fino all’eruzione della dentizione permanente, oggi le raccomandazioni internazionali, pur variabili tra loro, tendono in prevalenza a indicare i 3 anni come l’età oltre la quale non è consigliato continuare questo tipo di suzione. Un’età in cui, come vedremo, la stragrande maggioranza dei bambini, se capiti e aiutati e non criticati dagli adulti, smettono da soli.
La suzione al seno, invece, fisiologica e molto diversa per dinamica e pressioni esercitate, non solo non comporta alcun rischio di questo tipo, ma è protettiva verso lo sviluppo di deformità del cavo orale e disturbi associati.

Dito, ciuccio, comportamento e sviluppo psicomotorio

Le suzioni non nutritive di dito, ciuccio e seno hanno la funzione, fin quando non cessano, di regolare il comportamento del bambino, con diversi effetti possibili per il suo sviluppo psicomotorio, anche in relazione con chi lo accudisce.
La suzione del dito (l’unica a essere gestita autonomamente) sviluppa le competenze del piccolo nella regolazione di veglia e sonno e può affiancare le competenze dell’adulto (l’abbraccio, il contatto fisico, l’uso del seno, il cullamento, il suono della voce); come tutte le azioni compiute dai bambini, anche questa viene influenzata dal modo in cui viene sentita e giudicata dagli altri.
L’utilizzo o meno del ciuccio invece dipende dal modo in cui il genitore interpreta i bisogni del bambino. Una gestione autonoma di questo oggetto sarà eventualmente possibile solo dal secondo semestre e, dopo che si è stabilizzato l’allattamento al seno, ne viene raccomandato l’uso per i primi sei mesi durante la fase di addormentamento per ridurre il rischio di SIDS (Sindrome della morte improvvisa), anche se non vi sono a tal proposito riscontri scientifici evidenti. Anche il suo effetto di disturbo sull’allattamento al seno non è chiaramente dimostrato, mentre dai 6 mesi si suppone un suo ruolo nell’aumentare il rischio di otiti medie.
La suzione non nutritiva al seno è utile quando bisogna mantenere un’elevata frequenza di stimolazione della mammella, come ad esempio nelle fasi iniziali dell’allattamento o quando c’è una bassa produzione di latte. Dato che non è separabile dalla suzione nutritiva, questa pratica può influenzare l’organizzazione ritmica di veglia-sonno, pasti e attività sociali.

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Soddisfare i bisogni del bambino

Seno e ciuccio vengono offerti al bambino in base all’interpretazione del suo comportamento e dei suoi bisogni, assumendo quindi diversi significati all’interno delle relazioni di accudimento, fatte di richieste e risposte reciproche. In base alla sensibilità materna e degli altri caregiver (ovvero i familiari e amici che si prendono cura del bambino) verso il suo comportamento, il piccolo potrà essere più o meno sostenuto nel partecipare attivamente alla soddisfazione dei propri bisogni, un’esperienza di grosso aiuto per lo sviluppo della regolazione del comportamento e della fiducia reciproca tra bambino e genitori.

Fiducia in lui

La capacità di regolare il comportamento, tollerare frustrazioni e affrontare situazioni stressanti, matura significativamente tra i 24 e i 36 mesi.
Potendo disporre del tempo necessario per provare a risolvere le difficoltà, senza essere anticipati o sostituiti, i bambini sviluppano nuove capacità, seguendo l’esempio degli adulti e dei bambini più grandi (abbandonando ad esempio l’uso del dito perché aspirano a comportarsi come loro).
Abbiate quindi fiducia in lui, non esprimetegli emozioni o commenti negativi quando usa il dito o il ciuccio e non chiedetegli direttamente di smettere. Possono invece essere utili storie o giochi di finzione dove il bambino può immedesimarsi in altre figure e decidere di imitarle, sentendo di essere lui e non l’adulto a prendere una decisione.
Come d’incanto, smetterà da un giorno all’altro, di solito entro i 3 anni, e, se dopo tale età non siete riusciti a farlo smettere in altro modo, comunque entro i 4-5 anni.
Lo stesso principio vale anche per la suzione non nutritiva al seno, tenendo però conto che, in questo caso, parliamo di un comportamente di co-regolazione con la madre e che dunque la determinazione e la guida di quest’ultima sarà fondamentale.

E se non smette di usare il dito o il ciuccio?

I bambini che a 4-5 anni hanno difficoltà a smettere di usare il dito o il ciuccio possono essere fragili a livello emotivo e probabilmente non hanno avuto il sostegno per smettere da soli, sperimentando da parte degli adulti atteggiamenti ambivalenti, incoerenti o giudizi svalutanti.
La stimolazione della suzione non nutritiva, fisiologicamente non più necessaria a quell’età per la regolazione del comportamento, è diventata un’abitudine fino a sviluppare gli aspetti psicologici di una dipendenza. In questo caso il processo che aiuta a smettere sarà più complesso e, pur basandosi sempre sull’aiuto per il bambino, a prendere la decisione di farlo e riuscire a mantenerlo nel tempo, potranno essere utili maggiori sostegni, compreso il supporto di un professionista esterno.

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Immagine per l'autore: Gherardo Rapisardi

Gherardo Rapisardi, pediatra e neonatologo, ha lavorato per 25 anni in terapia intensiva neonatale al Meyer Di Firenze e poi come direttore di Pediatria e Neonatologia all’ospedale S.M. Annunziata. Esperto di valutazione e promozione dello sviluppo psicomotorio e di salute nel percorso nascita, è trainer nell'approccio Brazelton a livello nazionale.

Pubblicato il 18.01.2019 e aggiornato il 17.05.2019
Immagine in apertura ljubaphoto / iStock