Crescere nella denatalità

In Italia i bambini sono pochi, e diminuiscono quindi le occasioni di socialità tra coetanei mentre si fanno più stretti i rapporti tra generazioni. Vediamo i rischi e le opportunità di questa nuova configurazione sociale

Chiara Saraceno, sociologa
Nonni di spalle con la nipotina guardano dalla finestra

Già negli anni Novanta un sociologo francese, Jean-Claude Chamboredon, osservava che i bambini si erano fatti rari gli uni per gli altri, non solo per gli adulti. Erano pochi i fratelli e le sorelle, i cugini, e anche i figli di amici dei genitori. Era raro quindi, per un bambino, crescere in un contesto familiare e di prossimità condiviso con altri coetanei, o bimbi un po’ più grandi e un po’ più piccoli, con cui interagire da pari e con cui immaginare e sperimentare modi di essere, senza doversi confrontare solo con adulti. 

L’intreccio tra bassa fecondità e bassa natalità

Come è noto, in Italia da diversi anni ci troviamo in una situazione sia di bassa natalità (numero di nati sul totale della popolazione) sia di bassa fecondità (numero di nati per donna). Il primo fenomeno in parte deriva dal secondo, in parte è autonomo. Il tasso di natalità, infatti, dipende anche dalla composizione per età della popolazione, che a sua volta è l’esito sia delle scelte di fecondità delle generazioni attuali e precedenti, sia della speranza di vita. In una società, come quella italiana, caratterizzata fin dagli anni Novanta da un basso tasso di fecondità e da un’alta aspettativa di vita, inevitabilmente è diminuita in maniera progressiva la quota di popolazione in età potenzialmente fertile, con effetti di compressione sul tasso di natalità. Se si aggiunge che anche le persone in età fertile hanno una fecondità ridotta, il fenomeno si accentua.

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Tanti nonni e pochi nipoti

Ciò ha effetti non solo sulla sostenibilità del bilancio pensionistico e sanitario (anche al netto dell’emergenza COVID-19), ma anche sul contesto relazionale in cui crescono i bambini e i ragazzi, divenuti rari gli uni agli altri, mentre attorno a loro – nelle reti parentali e nella società in generale – sono numerosi gli adulti, gli anziani e i cosiddetti grandi anziani. Per un bambino che nasce oggi in Italia è altamente probabile avere più di un nonno, e magari anche uno o due bisnonni (per lo più bisnonne), durante tutto il periodo della crescita e nella prima fase di vita adulta.

Un’esperienza relativamente nuova e potenzialmente ricca dal punto di vista affettivo e cognitivo, che fa toccare con mano l’importanza del tempo e della storia, che mette in relazione passato e presente e fa vedere come si possa cambiare lungo tutto il corso della vita e come ogni generazione possa insegnare qualcosa all’altra, in un rapporto né gerarchico né banalmente paritario, ma di reciprocità. Tra l’altro è un’esperienza che hanno vissuto anche i genitori dei bambini e ragazzi di oggi, la prima generazione a essere cresciuta in compagnia dei nonni ben al di là della prima infanzia; può dunque diventare materiale di condivisione e apprendimento intergenerazionale.

Ciò che invece è del tutto nuovo è che a questo allungamento delle catene intergenerazionali fa da contrappunto un forte restringimento di quelle orizzontali, entro la generazione dei più piccoli. Mai come ora è diventato vero ciò che un demografo storico inglese, Peter Laslett, diceva a proposito della famiglia italiana già negli anni Settanta, quando il tasso di fecondità, ancorché calante, era ben sopra i due figli per donna: la famiglia italiana si è fatta lunga e magra; più generazioni sono compresenti, non sotto lo stesso tetto, ma nello stesso spazio temporale, però ci sono poche persone in ciascuna generazione.

Rischi, ma anche opportunità

Se nelle famiglie numerose di un tempo si rischiava di essere confrontati con il fratello o la sorella – a seconda dei casi più bravo, più intelligente, più simpatico, più obbediente –, o di venire incasellati (o incasellarsi) in ruoli definiti per trovare una propria collocazione nell’assetto familiare, o di desiderare maggiori attenzioni individuali, nelle famiglie di figli unici, o di massimo due figli, i rischi sono opposti. I genitori potrebbero infatti concentrare tutte le loro aspettative di figli “immaginati” sull’unico figlio, o sugli unici due. Questo, unito a una minore esperienza della diversità propria di ogni bambino, può diventare faticoso, se non insostenibile, per chi deve crescere e trovare la strada per diventare sé stesso. 

Non è un caso che già con il secondo figlio i genitori siano di norma più rilassati che con il primo. E questo non solo perché hanno imparato “come è fatto” un bambino e perché hanno capito che le “ricette”, seppur utili, non funzionano sempre e per tutti, e che le emozioni e le paure, legittime, possono essere tenute sotto controllo. Sono più rilassati, credo, anche perché sono diventati più curiosi, pronti ad accogliere l’imprevedibilità e la meraviglia del bambino che cresce. 

Proprio perché sono pochi, questi bambini e ragazzi possono vedersi dedicare più tempo ciascuno dai genitori (e dai nonni). È una grande opportunità, per loro come per gli adulti, se costruisce sicurezza e offre stimoli per lo sviluppo delle capacità. Non va però trasformata in un ostacolo alla conquista dell’autonomia e alla consapevolezza di non essere al centro del mondo.  “Attenzione” non significa né iperprotettività né cancellazione dei ruoli generazionali. Non si è “amici”, “compagni”, “complici” dei propri figli, né si è i loro difensori a prescindere.

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Importanza della socialità extrafamiliare

La scarsità di fratelli, sorelle, cugini nella rete familiare, e più in generale di bambini e ragazzi nei contesti informali di vita quotidiana, rende ancora più importanti di un tempo le occasioni e le situazioni in cui i bambini e ragazzi possоno trovarsi insieme tra coetanei, o quasi coetanei. Nido, scuola dell’infanzia, scuola, ma anche gruppi sportivi, artistici, oratori e così via, non sono solo indispensabili contesti di apprendimento, sono anche occasioni e luoghi fisici in cui bambini e ragazzi possono sviluppare una propria socialità, confrontandosi e scegliendosi tra simili. È sempre stato così, naturalmente. Ma oggi questa dimensione è divenuta più importante, direi essenziale, vista la rarefazione, quando non la totale assenza, delle relazioni orizzontali tra fratelli e sorelle, cugini, abitanti dello stesso palazzo o dello stesso quartiere. È uno dei motivi, per nulla secondario, per cui la chiusura delle scuole e dei luoghi di aggregazione a seguito dell’epidemia di COVID-19 è tanto patita da bambini e ragazzi. 

Le forti amicizie che oggi osserviamo tra bambini fin dalla più tenera età in modo, mi sembra, più frequente e intenso di quanto  avvenisse anche solo nella generazione dei loro genitori, risponde a questo bisogno di riconoscersi e “appartenersi” tra simili, alla necessità di una affettività, appunto, orizzontale e non solo verticale, tra generazioni, oltre che non solo limitata alla cerchia familiare.  Per altro, a ben vedere, si può constatare che anche tra genitori si formano “parentele di elezione”, forti amicizie spesso nate e rinsaldate dalla condivisione dell’esperienza della genitorialità e del mutuo aiuto.

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Articolo pubblicato il 28/04/2020 e aggiornato il 13/10/2020
Immagine in apertura bernardbodo / iStock

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