Preparare un bambino al ricovero in ospedale

Spesso i bambini associano malattia e cattiveria, formulando “leggi scientifiche” assolute basate sulla loro esperienza diretta

Paolo Roccato,
psicoanalista
Preparare un bambino al ricovero in ospedale

Una mamma va dalla pediatra. Chiede aiuto perché Luca, il suo bambino di quasi tre anni, è diventato  improvvisamente intrattabile: non solo è sempre irrequieto, tanto da svegliarsi la notte urlando, ma fa continui capricci, disubbidisce per partito preso, ha improvvisi scoppi d’ira, rompe i giocattoli, picchia la sorellina, s’infuria per ogni cosa. Non si riesce più a dirgli niente. Si oppone, rabbioso, a ogni tentativo di contatto. Non vuole più neanche le coccole. Sembra molto angosciato, ma in casa non sanno più come fare.
L’ipotesi della pediatra viene immediatamente confermata dalla mamma: tutto è cominciato da un mese circa, da quando il bambino è stato dimesso dall’ospedale, dov’era stato ricoverato per una grave polmonite virale, contratta nella settimana in cui era dalla nonna al mare.

Ammalarsi non significa essere cattivi…

– «Ma perché, la polmonite virale può fare questo effetto?», domanda la mamma, fra lo stupito e il perplesso.
– «No no», rassicura la pediatra: «È probabile che Luca abbia vissuto male il ricovero. Che sia stato per lui traumatico. Gli avete spiegato bene il motivo per cui è stato ricoverato e cosa gli hanno fatto?»
– «Non lo so. Io non c’ero, là, quando è successo»
– «E ne avete poi riparlato, nei giorni seguenti?»
– «Non lo so. Noi no. Ma credo neanche la nonna»
– «Ecco: provi a parlargliene ora, magari con l’aiuto di un libretto ben illustrato, che spieghi come è fatto, a cosa serve e come funziona l’ospedale. Così, tra l’altro, potremo sapere come lui ha vissuto il ricovero, e potrete aiutarlo a riprendersi dall’angoscia, facilitandogli il compito di bonificare il trauma. Bisogna mostrargli la ragionevolezza e la sensatezza, l’utilità e l’inevitabilità di quello che è successo. Sempre che sia questa la causa del suo attuale malessere, mettendo assieme le vostre e le sue risorse, dovreste riuscire a venirne a capo».

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Una decina di giorni dopo, la madre chiede un appuntamento breve. Tutta raggiante, esordisce: «Dottoressa, devo farle un monumento!», e spiega che, arrivata a casa, ha chiesto al bambino se sapeva perché l’avevano ricoverato in ospedale. E lui, rabbuiandosi tutto e chinando la testa, ha risposto: «Sì: perché Luca è cattivo!».

La mamma ha così potuto abbracciarlo, consolarlo, coccolarlo e spiegargli che lui era stato malato, ma non era cattivo; che nella vita capita a tutti di ammalarsi, certe volte di malattie piccole, che si possono curare a casa, ma certe volte di malattie grandi, che devono essere curate in ospedale; che mamma, papà e nonna gli volevano bene; e che l’ospedale, come diceva il libretto che gli aveva comprato, serviva a far guarire i bambini che si erano ammalati, e non a punirli. Come d’incanto, rabbia, angoscia e intrattabilità sono svanite e, rinfrancati entrambi, hanno potuto riprendere il loro rapporto (tornato evolutivo) di reciproco riconoscimento e fiducia.

Il pensiero del bambino

Un’altra signora m’ha raccontato recentemente d’aver sentito la nipotina di due anni e mezzo che, litigando con un coetaneo, gli ha gridato: «Cattivo! Malato!», come fossero sinonimi. Fu semplice per questa zia comprendere il motivo della bizzarra equivalenza che la bambina stava facendo.

La mamma della bambina negli ultimi tempi era stata colpita da una malattia acuta che le aveva procurato una grande spossatezza, così che s’era trovata nell’impossibilità di prestarle le usuali cure serali: coccole “del pigiamino”, storia della buona notte, bacino “del commiato”, altro bacino del “ti penserò anche quando dormi” e carezza finale. Per una settimana, tutto il cerimoniale era stato delegato al papà, che l’aveva svolto con sensibilità e attenzione.

Alla bambina era stato detto che la mamma non poteva, perché era malata: «Mamma la lasciamo tranquilla: adesso è malata. Quando sarà guarita tornerà a metterti lei a nanna». Così la bambina, consapevole del fatto che chi non ti fa le coccole dovute è palesemente cattivo, aveva pensato che “malato” e “cattivo” fossero sinonimi.

La generalizzazione di eventi particolari

I bambini, per imparare a orientarsi nella vita, cercano di capire come il mondo funziona e come essi stessi possono interagire adeguatamente con le cose e le persone che popolano e animano la realtà circostante. Fanno, così, dei collegamenti logici molto rigorosi, basati sulla loro esperienza diretta. La quale, però, è molto limitata, e quindi esposta a errori di valutazione, di solito per generalizzazione di eventi particolari. Man mano che la loro vita si arricchisce di esperienze, arrivano a formulare “leggi scientifiche” più articolate e contestualizzate, meno assolute, come per esempio: «Il gatto di nonna non è cattivo. Certe volte graffia, ma è per giocare. Non lo fa apposta, se non lo disturbi. Anche il nonno, se lo disturbi che dorme, si arrabbia».

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Malattia e cattiveria: spesso i bambini le associano. Ma non solo i bambini. A volte questo collegamento viene fatto anche dagli adulti, per esempio quando pensano la malattia come una specie di punizione per una condotta ritenuta riprovevole. Per i bambini (ma non solo per loro) “cattivo” è tutto ciò che procura dispiacere, dolore o disagio; “buono” è tutto ciò che procura benessere e piacere.
Inoltre, basandosi sulla propria esperienza di soggetti che si attivano nelle proprie azioni non a caso ma con una intenzionalità, essi pensano che tutta la realtà, anche quella inanimata, sia intenzionale (osserviamo, tra parentesi, che su un analogo modo di pensare si fonda la superstizione degli adulti). Allora, se uno fa del male, è perché vuole fare del male. Per di più, dato che i bambini pensano che i grandi siano onniscienti e onnipotenti, per loro è chiaro che, se li fanno soffrire, lo fanno apposta.

Colpe reali e immaginarie

Per finire, è importante sapere che certe volte un bambino (come un adulto) può essere arrabbiato, incattivito e distruttivo perché si sente in colpa, magari per una qualche colpa reale, ma a volte anche per una colpa più o meno immaginaria. Punirlo, sgridarlo o, peggio, umiliarlo senza cogliere e valutare assieme a lui il suo sentimento di colpa (colpa reale o immaginaria? Sentimento di colpa ingigantito, o realistico e adeguato?) può contribuire a fissarlo in un circuito negativo di provocazioni per farsi punire che tenderà a autoriprodursi.

Pubblicato il 24.06.2013 e aggiornato il 27.02.2019