Sand play therapy nell’età evolutiva

Cassette di sabbia in cui il bambino disegna quello che prova durante la seduta terapeutica: ecco la Sand play therapy

Anna Maria Cester, pediatra e psicoterapeuta
Mani di bambino che gioca con la sabbia come previsto dalla Sand play theory

Il gioco e la cura, un binomio imprescindibile quando si parla di psicoterapia infantile, ed è proprio sui giochi con la sabbia che si basa la Sand play therapy. Si usano delle cassette riempite di sabbia dentro la quali si può costruire un gioco o un quadro che il bambino sente di rappresentare nel momento della seduta e che il terapeuta considererà allo stesso modo di un sogno da cui ricavare indicazioni utili per capire il disagio psicofisico che attraversa il bambino o l’adolescente, e soprattutto quale strada percorrere per superarlo. In questo senso il gioco offerto in terapia è completamente differente dal gioco con le sabbiere fatto in contesti scolastici o di svago, dove ovviamente prevalgono gli aspetti estetici, ludici e pedagogici e, naturalmente, niente va interpretato.

Il Gioco della sabbia ha una storia lunga ormai: all’inizio degli anni ’30 del secolo scorso, all’interno dell’Istituto di Psicologia Infantile di Londra nacque la Children’s Clinic for the Treatment Study of Nervous and Difficult Children per iniziativa di una pediatra, Margaret Lowenfeld, che era alla ricerca di uno strumento psicologico capace di fornire ai bambini traumatizzati una possibilità di esprimere il proprio mondo interiore. Da questa ricerca nacque un metodo che si è chiamato Tecnica del mondo, illustrato in articoli, libri e conferenze. Dopo più di venti anni, fu proprio nel corso di una conferenza di Margaret Lowenfeld che Dora Kalff, analista junghiana di Zurigo, intuì le notevoli potenzialità di questa metodica, che poi sviluppò ulteriormente.

I bambini, si sa, giocano e nel gioco danno forma, tramite l’immaginazione, alle loro emozioni portandole all’esterno; durante l’infanzia, per misurarsi con l’emozione, i bambini hanno bisogno degli oggetti (giocattoli) e delle azioni (giochi), poiché la capacità di affrontare ciò che li coinvolge richiede l’attività e il contatto percettivo proprio dell’esperienza corporea. Il Gioco della sabbia si presta molto bene ad attivare l’immaginazione.

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La sabbia: materiale dalle caratteristiche uniche

Questa tecnica non è solo una scoperta della psicoterapia infantile, ma anche qualcosa che i bambini stessi scoprono spontaneamente nel loro ambiente quotidiano. Nell’età che va dai due ai quattro anni si dedicano con particolare piacere all’attività del gioco della sabbia perché questo materiale per le sue caratteristiche strutturali è dotato di una spiccata plasticità e morbidezza. Se resa umida si può impastare e modellare, bagnata può diventare liquida come l’acqua, se asciutta può scorrere fra le dita incantando gli occhi e i sensi. Ogni azione, anche minima, ogni segno tracciato anche con mano leggera, trova in questo materiale un’immediata risposta. E anche quando il gesto è distruttivo e violento la sabbia non viene distrutta, ma rimane.

Manipolare la sabbia può rappresentare il modo in cui si è in rapporto con il proprio corpo, può essere la riproposizione del modo in cui si sono svolte le cure materne, la coscienza dell’esperienza avuta con la propria superficie corporea, la pelle. Oppure, laddove ci sia stata qualche difficoltà in questo senso, può rappresentare per il bambino un aiuto per ritrovare confidenza con il proprio modo di sentire e di vivere il proprio corpo.

Come giocare con la sabbia?

Il materiale necessario per lavorare con la sabbia consiste di una sabbiera con dimensioni e caratteristiche definite, come ad esempio il fondo colorato di azzurro. Ci sono poi degli scaffali sui quali sono ordinati numerosi oggetti di varie categorie: esseri umani maschili e femminili che rappresentino personaggi quotidiani o di favole, caratterizzati da età e funzioni diverse; molti animali caratteristici di varie latitudini e ambienti; alberi e vegetazione, case ed elementi paesaggistici, mezzi di trasporto, materiale con varie possibilità rappresentative e plastiche di origine naturale (sassi, muschio, conchiglie, creta), o quotidiana (stoffe, fili, lana, carta).

Il bambino è invitato a costruire un quadro di sabbia utilizzando anche questi oggetti, seguendo lo stato d’animo e le fantasie del momento. L’abbondante quantità di giochi messi a disposizione differenzia questo tipo di psicoterapia infantile da altre di diverso orientamento, in cui si propone l’utilizzo esclusivo di pittura o disegno, strumenti che possono richiedere una certa capacità tecnica nel bambino: l’uso di oggetti definiti, invece, permette una maggiore possibilità e ricchezza rappresentativa, a prescindere dell’età e dallo sviluppo neuro-psicologico e cognitivo del bambino.

Corpo e mente: due dimensioni che dialogano

Si può lavorare così parallelamente su più livelli, perciò questo approccio è utilizzabile per molte situazioni diverse di difficoltà o di disturbi, soprattutto nelle patologie psicosomatiche, situazioni in cui affetti, emozioni e disagi non vengono espressi su un versante psichico, ma agiti tramite sintomi corporei. Fra i bambini queste problematiche, transitorie o più strutturate, sono particolarmente frequenti e a volte necessitano di una valutazione approfondita in prima istanza da parte del pediatra curante.

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Il processo mentale che permette di partire dalle impressioni sensoriali e dalle emozioni per giungere alla formazione del pensiero prima come immagine mentale, poi come funzione cognitiva legata alla parola non è innato, ma si sviluppa nel corso della crescita e, finché il bambino non raggiunge la possibilità di esprimere i propri affetti verbalmente, il linguaggio del corpo è il mezzo privilegiato per comunicare emozioni positive e negative e, quindi, anche la sofferenza psicologica. La modalità psicosomatica di esprimersi è abituale e fisiologica in tenera età, più tardi, dai quattro anni in poi, occorre invece essere molto attenti.

Rifiutare il cibo, i genitori lo sanno bene, può essere fisiologico in momenti di passaggio come lo svezzamento, così come una certa selettività verso gli alimenti a due o tre anni è frequente e non ha nessun significato patologico; ma se questi comportamenti si protraggono troppo oltre, si esasperano o arrivano a interferire con la vita sociale del bambino, allora possono essere un segnale da prendere in considerazione.

Lo stesso vale, per esempio, per la balbuzie: passa in fretta e da sola se compare tra i due e i tre anni, ma a cinque anni deve essere valutata in maniera più seria. È proprio da questa età in poi che si usa la terapia con il Gioco della sabbia, sempre in associazione a un intervento psico-educazionale di sostegno per la coppia genitoriale, anche se giocare con la sabbia è un’esperienza che non ha limiti di età.

Articolo pubblicato il 28/04/2015 e aggiornato il 04/08/2020

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