Addio al pannolino | UPPA.it

Addio al pannolino

Il passaggio al vasino o al gabinetto è una fase delicata nella crescita del bimbo e comporta nuove consapevolezze e significati educativi

Chiara Borgia,
pedagogista
Addio al pannolino

L’età e i metodi con cui togliere il pannolino sono cambiati più volte nel corso del tempo. In passato il traguardo si raggiungeva in fretta, intorno all’anno di età, ma spesso le modalità utilizzate non erano particolarmente rispettose del bambino: i piccoli venivano costretti a orari fissi sul vasino fino all’evacuazione, talvolta dovendo subire sgridate e punizioni se qualcosa non andava come previsto, con un seguito di effetti collaterali dal punto di vista emotivo, relazionale e fisico.
Negli anni ’60, alla luce di nuove ricerche, gli esperti hanno iniziato a consigliare un approccio diverso, riconoscendo i bisogni del bambino e i suoi tempi di sviluppo. In particolare, il pediatra Thomas Berry Brazelton ha proposto un approccio “centrato sul bambino” all’educazione al vasino: è il bambino a diventare protagonista attivo dell’intero processo e i genitori devono aspettare che egli sia pronto ad abbandonare il pannolino (individuando alcuni segnali della sua volontà e consapevolezza), senza fretta o pressioni.
Oggi l’approccio centrato sul bambino (con diverse varianti) è una delle modalità più utilizzate nel processo di “spannolinamento”, tuttavia l’età in cui iniziare è sempre più spesso prolungata nel tempo.

A che età?

L’Accademia Americana di Pediatria consiglia di cominciare dai 18-24 mesi di età, ma in realtà osserviamo tantissimi bambini che tra i 3 e i 5 anni (a volte anche 6 anni) si portano appresso enormi pannoloni. Su questo aspetto – così come per altri, per esempio imparare a parlare e a camminare – non vi è una regola uguale per tutti, ma bisogna tenere presente che eccessivi ritardi in questa acquisizione fisiologica possono comportare per il nostro bambino una serie di problematiche da non sottovalutare.
Allo stesso tempo, si stanno diffondendo esperienze che fanno riferimento a un’educazione precoce e assistita al vasino (ad esempio l’EC, Elimination Communication): fin dai primi mesi di vita, i genitori, senza costrizioni o punizioni, possono aiutare il bambino nel processo della minzione e della defecazione, e ciò gli permetterà di essere autonomo molto presto.

Obiettivi educativi più ampi

Dal punto di vista pedagogico, parlare solo di spannolinamento è riduttivo. Ciò che ci dovrebbe interessare non è unicamente il risultato finale (togliere il pannolino), ma soprattutto come ci arriviamo, cosa succede nel frattempo e il significato educativo per la crescita del bambino.
Educare alla conoscenza e alla cura del proprio corpo, all’autonomia, scoprire la dimensione dell’intimità, la capacità di ascoltarsi, fare nuove esperienze: sono questi gli obiettivi educativi di largo respiro che dovremmo avere in mente anche quando pensiamo a come far sì che il nostro bambino smetta di utilizzare il pannolino. Avremo bisogno di tempo e gradualità, e sarà molto importante il tipo di relazione che instauriamo con nostro figlio, l’ascolto dei suoi bisogni e la proposta di diverse esperienze.

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La fretta non è buona consigliera

Se la strada dal pannolino al gabinetto fa parte di un processo educativo molto più ampio, allora sarebbe meglio non attendere l’ultimo momento per pensarci. Per tanti genitori, invece, la campanella che ricorda il “problema pannolino” suona solo qualche mese prima dell’entrata nella scuola dell’infanzia, e allora si prova a fare tutto in fretta e furia. Ma ci aspettiamo veramente che un bambino, che per i primi tre anni della sua vita non si è mai occupato di cosa accade “lì sotto”, possa poi di punto in bianco, e senza alcuna difficoltà, fare tutto subito, nel modo e nel posto giusto?

Come fare diversamente?

I metodi di educazione precoce al vasino (come l’EC) si stanno gradualmente diffondendo anche in Italia: si tratta di un percorso impegnativo per i genitori, ma dagli innegabili vantaggi per il bambino. Un’altra strada educativamente valida consiste nel mettere insieme l’approccio centrato sul bambino, che riconosce i bisogni, le caratteristiche e i tempi unici di sviluppo di ogni bambino, con un’educazione precoce maggiormente guidata dai genitori (prima dei 18 mesi). Quando parliamo di educazione precoce non ci riferiamo solo a “cacca e pipì”, ma a tutte quelle attenzioni che i genitori possono mettere in pratica per favorire nel bambino la conoscenza e la cura del proprio corpo e lo sviluppo dell’autonomia. Vediamo come.

La cura del neonato

Come suggeriva la pediatra Emmi Pikler, «con il bambino, non al bambino» dovrebbe essere il nostro motto anche quando ci occupiamo delle prime cure. Il cambio del pannolino, il bagnetto, la vestizione possono divenire occasioni, sin dalla nascita, per aiutare il bambino a entrare in contatto con il proprio corpo, scoprendolo tramite le carezze e i giochi di mamma e papà. Il neonato farà poi esperienza delle sensazioni corporee (caldo/freddo, asciutto/bagnato) e inizierà a muoversi nell’ambiente utilizzando le parti del proprio corpo con sempre maggiore consapevolezza e competenza.
Dedicare tempo e attenzione a questi momenti, senza dare al bambino giocattoli con cui distrarsi, così come descrivere con calma quanto accade («Adesso sei asciutto»; «Ora hai fatto la cacca»; «Facciamo un massaggino alla pancia»), serve a gettare le basi per una relazione profonda con il proprio corpo e quindi con sé stessi, ed è in questo senso anche un’attività propedeutica alla successiva autonomia sfinterica.

Fare amicizia con il gabinetto

Il bambino può familiarizzare con il vasino e/o con il gabinetto (utilizzando un riduttore) sin dai primi mesi di vita, da quando è in grado di stare seduto da solo. I genitori, osservando il bambino, impareranno a riconoscere da alcuni segnali che si sta preparando per fare cacca o pipì, anche prima che cominci a parlare (ad esempio, in base al tipo di pianto, all’orario, a espressioni o comportamenti particolari, alla relazione con i pasti).
Se possibile, i genitori dovrebbero dunque portare il bambino in bagno quando compaiono i “segnali premonitori”, rendendo l’utilizzo del vasino o del gabinetto un gesto normale e quotidiano che fa parte delle abitudini familiari. Ciò non significa abolire completamente l’uso del pannolino, ma preparare la strada al momento in cui il bambino sarà pronto per farlo.
In alcune occasioni il tutto si risolverà in un tempo giocoso trascorso con papà e mamma sul gabinetto, magari con qualche libro a disposizione; in altre, il bambino farà cacca e pipì direttamente nel water.
Il protagonismo e l’autonomia del bambino cresceranno con il tempo; anche in questo caso sarà compito dei genitori parlare sempre tranquillamente di cacca e pipì e aiutare il bambino a concentrarsi sulla percezione di quanto accade dentro il suo corpo («Hai il faccino rosso, forse devi fare la cacca?»; «La tua pancia sta dicendo che la cacca vuole uscire?»).
I bambini imitano il comportamento dei genitori, quindi se occasionalmente diamo loro la possibilità di osservarci anche in queste funzioni, non ci sarà bisogno di tante spiegazioni su “come si fa”, perché semplicemente vorranno fare come noi.

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Un bagno a misura di bambino

Per un bambino, sentirsi a proprio agio in bagno significa avere a disposizione un luogo che sia alla sua portata, una stanza conosciuta e non ostile, dove poter agire in maniera autonoma. Con alcuni piccoli espedienti è facile organizzare qualsiasi bagno in questo senso, mettendo alla portata dei bambini un asciugamano, della carta igienica, del sapone, uno spazzolino e le altre cose necessarie alle attività di igiene personale. Per aiutare il bambino ad assumere una posizione che facilita l’evacuazione, servirà un solido appoggio per sostenere i piedi, che non vanno lasciati penzoloni. Non c’è una regola per stabilire se sia meglio il gabinetto o il vasino. Dipende dalle preferenze del bambino. Per alcuni il vasino può risultare un inutile passaggio in più, per altri invece serve ad acquisire sicurezza prima di abituarsi al gabinetto.

L’addio definitivo

Se nei mesi precedenti abbiamo preparato la strada all’autonomia dal pannolino, non sarà difficile accorgersi del momento in cui il bambino è pronto per l’addio definitivo. Talvolta sarà il bambino stesso a chiedere di toglierlo. Sono da considerare segnali positivi in questo senso:

  • Il fatto che il bambino cominci a fare pipì e ad andare di corpo con maggiore regolarità, rimanendo asciutto per diverse ore;
  • Il fatto che comprenda il significato delle parole e del compito che gli viene chiesto di eseguire;
  • Il fatto che sia in grado di dire “no” se non vuole fare qualcosa;
  • Il fatto che inizi a essere consapevole del proprio corpo, ad esempio indicando il pannolino quando è bagnato, o che produca suoni particolari mentre cerca di andare di corpo;
  • L’imitazione del comportamento dei genitori.

No allo stress da pannolino!

  1. Evitate che tutta l’attenzione della famiglia sia puntata verso la liberazione dal pannolino. Le aspettative e la pressione sul bambino potrebbero farlo sentire a disagio, rischiando che si rifiuti di andare avanti
  2. Ricordatevi che l’addio al pannolino è un momento delicato per il bambino: non va proposto in concomitanza con altri cambiamenti o eventi particolarmente impegnativi (ad esempio l’ingresso a scuola, la nascita di un fratellino, un trasferimento, un lutto in famiglia)
  3. Evitate rimproveri, punizioni e ricatti, che hanno solo effetti controproducenti. Armatevi di pazienza e di un kit di ricambi per i naturali “incidenti di percorso”. Attenzione ai premi: è bello festeggiare un traguardo di crescita importante, ma la felicità più grande per un bambino dovrebbe essere quella di riuscire a fare da solo, come i più grandi che vede intorno a sé
  4. Se il bambino frequenta il nido, confrontatevi con il personale della struttura per agire coerentemente senza provocare in lui confusione
  5. Siate sereni e abbiate sempre fiducia nel vostro bambino: se sentirà che ce la può fare, crescerà libero e felice
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Immagine per l'autore: Chiara Borgia

Chiara Borgia, pedagogista, svolge attività privata di consulenza pedagogica nel sostegno alla genitorialità e al percorso di crescita di bambini e adolescenti. Coordina progetti di educazione e accompagnamento alla morte e all’esperienza della perdita, si occupa di famiglie adottive e lavora come formatrice per gli operatori di nidi e scuole dell’infanzia nella provincia di Messina. Dal 2018 è vicedirettrice di UPPA.

Pubblicato il 07.11.2018
Immagine in apertura Reptile8488 / iStock