Crescere senza pannolino: si piò con l'EC... | UPPA.it

Crescere senza pannolino… si può!

Esistono dei sistemi alternativi all'uso del pannolino che prevedano un maggiore ascolto dei bisogni del bambino? La risposta è sì

16.02.2016
- Francesca Gasparini,
pediatra, Monzuno (BO)
Crescere senza pannolino… si può!

Quando all’inizio del 2002 nacque Arturo, il mio primo bimbo, non sapevo nulla della pratica denominata Elimination Communication (abbreviato in EC), però fin da allora istintivamente sentivo un profondo disagio al pensiero che i miei figli dovessero rimanere immersi nella propria cacca e nella propria pipì fintanto che qualcuno non si decidesse a cambiarli e a pulirli.
Ecco perché, non sfiorandomi neppure l’idea che si potesse tenere un bimbo di pochi giorni senza pannolino, cercavo più o meno consapevolmente una qualche soluzione che mi permettesse di evitare che si facessero la cacca addosso. Così quando Arturo cominciò a stare seduto da solo provai a metterlo sul vasino; e lui, incredibilmente, ci fece subito pipì e cacca! Cominciai semplicemente a cambiare il bimbo molto spesso durante la giornata e, ogni volta che lo cambiavo, lo mettevo sul vasino. Ogni volta c’era la pipì e talvolta anche la cacca.

Un libro importante…

Il medesimo percorso l’ho ripetuto con Giuliano. Proprio in quel periodo sono venuta a conoscenza dell’EC, e sono rimasta folgorata. Ho letto innanzitutto il libro di Laurie Boucke, Senza pannolino, l’unico pubblicato in Italia sull’argomento: l’autrice ha elaborato una versione adatta al mondo occidentale dei sistemi comunemente praticati dalle mamme indiane, cinesi e africane.

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Quando ho scoperto l’EC mi sono chiesta se mi sarei risparmiata i patimenti della stitichezza di Arturo (che forse stitichezza non era, ma solo rifiuto o incapacità di fare la cacca nel pannolino: provate voi a farla stando dritti in piedi o stesi nel letto!), se dovevo cominciare subito a fargliela fare in una ciotolina, tenendolo appoggiato al mio avambraccio con le gambine rannicchiate al petto, come ho fatto poi con Anita, la terzogenita. Sì, perché con Anita ho cominciato a fare EC fin dal secondo giorno di vita e ora, a 5 anni e mezzo, mi sembra che l’EC sia stato un mezzo di comunicazione straordinario con lei, una scoperta continua e un apprendimento.

Non un metodo ma un modo di comunicare

Quando vado agli incontri sui pannolini di stoffa con i genitori in attesa di un figlio, la prima riflessione che condivido è che i bambini non hanno bisogno del pannolino, altrimenti nascerebbero pannolino-dotati. Di solito vedo tanti occhi sgranarsi. Ma poi, man mano che proseguo a spiegare, i volti si distendono e le espressioni diventano incuriosite. Alla fine dei lunghi incontri (in cui descrivo dettagliatamente tutte le tipologie di pannolini lavabili), la maggior parte delle domande riguarda proprio il “senza pannolino”. Così ora, se mi volete seguire, proverò a togliere anche dai vostri volti quell’espressione di incredulità.
Molto spesso l’EC viene associato in modo diretto all’uso del vasino: un altro modo di chiamare l’EC infatti è Infant potty training (allenamento infantile al vasino): insomma l’EC può sembrare un metodo per insegnare ai neonati a fare la cacca e la pipì nel vasino, che ricorda certi tentativi coercitivi che si facevano negli anni ’50 per costringere i bimbi dopo l’anno a non farsi più la cacca addosso, tenendoli ore seduti sul vasino e causando spesso problemi.
L’EC, nella sua declinazione più pura e autentica, non è un metodo e non è un allenamento. L’EC è qualcosa di più profondo e al tempo stesso più semplice: è il modo con cui la mamma (o chi accudisce il neonato) risponde alle sue necessità fisiologiche. È, appunto, comunicazione.
Quando si comincia a fare EC si scopre che i neonati sembrano avere consapevolezza delle proprie necessità fisiologiche: sentono quando la loro vescica è piena e, proprio perché è piena, la svuotano; non ci sarebbe infatti alcun motivo per sforzarsi di trattenere la pipì. Come sanno quando hanno fame o quando hanno sonno o quando hanno freddo, così sanno quando devono fare la pipì e la cacca.
Qualche anno fa in televisione mandavano una pubblicità che fotografava bene l’idea ingannevole che abbiamo dell’espletamento dei bisogni fisiologici di un neonato: si vedeva un papà che cercava di cambiare il pannolino al proprio bimbo, ma ogni qualvolta sollevava appena appena il lembo frontale del pannolino, dal pisellino del bimbo usciva un getto forte e continuo di pipì. Forse perché ormai abbiamo perso il contatto e l’abitudine a curare questi aspetti dell’accudimento, crediamo che i neonati producano getti continui e incontenibili di pipì e cacche e che queste possano essere gestite solo tenendo costantemente sigillate le loro parti basse.

Non sottovalutiamo i bambini!

Secondo la mia esperienza, invece, i neonati sembrano sapere cosa stanno per fare e sceglierebbero anche, se dessimo loro la possibilità di farlo, il luogo dove liberarsi. Se si impara ad ascoltarli e se non si impedisce loro di mandare dei segnali, anche i neonati comunicano. È incredibile, lo so; se me lo avessero detto prima dell’esperienza con Anita non ci avrei mai creduto. Se il bimbo ha fame, la mamma risponde prontamente tirando fuori il seno e sfamandolo; se ha freddo, la mamma risponde coprendolo; se ha sonno o è agitato, la mamma risponde cullandolo e abbracciandolo. Perché, invece, se il bimbo ha bisogno di fare la pipì e la cacca, la mamma non risponde permettendogli di liberarsi come ogni mamma-mammifero?

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Il pannolino è un tappo, un tappo comodissimo che ci permette di non doverci occupare, se non minimamente, dei bisogni di evacuazione del bambino. Certo è una grande comodità, perché possiamo dimenticarci di questi bisogni per ore, tanto sappiamo che “quella roba” sarà raccolta lì. Ecco, appunto, il pannolino è una comodità per la mamma, ma non una necessità per il bambino: il bambino non ha bisogno del pannolino. Per le mamme africane, cinesi o indiane è normale occuparsi dei bisogni dei loro bimbi, permettendo loro di espletarli senza sporcarsi, riconoscendo i loro segnali e i loro tempi; e quando sentono dire che le mamme occidentali lasciano i loro figli a mollo nei loro escrementi rimangono scandalizzate (anche se l’arrivo della modernizzazione sta modificando anche la loro percezione e mentalità).
Mi è capitato di vedere neonati o bimbi piccoli fermarsi immobili e diventare rossi in viso, evidentemente intenti a fare la cacca, e sentire le loro mamme dire: «Bello tatone, micio, fai la caccona? Bravo! Dai che dopo ci cambiamo!». Ecco, le mamme spesso sanno quando i loro bambini stanno per fare la cacca: il bimbo lo sa, la mamma lo sa, perché allora non cogliere l’occasione per togliere il pannolino e liberarsi altrove? Così facendo si permetterebbe al bimbo di associare alla cacca un luogo diverso dal pannolino, di scoprire che la mamma se ne occupa e che la cacca non è una cosa da fare di nascosto e da tenere per sé.

Il controllo sfinterico

Vorrei tornare un attimo su questo tema del “controllo degli sfinteri”, tanto caro ai pediatri e agli psicologi infantili. Guardandolo dal punto di vista dell’EC, esso appare mal posto. Si dice che l’età per il raggiungimento del controllo degli sfinteri corrisponda a circa 24 mesi; si dice che forzare i bambini a fare a meno del pannolino prima di quell’età sia una violenza inutile; si dice che da quel momento in poi con delicatezza si può cominciare a togliere il pannolino. Eppure molti bambini fanno resistenza a questo passaggio; ce ne sono tanti che lo vivono come un trauma e lo rifiutano per anni, continuando a farsi cacca e pipì addosso.
Riflettiamo un attimo. Quando il bambino nasce gli mettiamo il pannolino e lo teniamo a farvi i suoi bisogni 24 ore al giorno tutti i giorni, per anni. Facendo ciò, noi chiudiamo qualsiasi comunicazione riguardo all’espletamento dei bisogni fisiologici, prima ancora che questa comunicazione si apra. Vi è in questo comportamento un duplice messaggio implicito. Il primo è che cacca e pipì non sono fatti di cui curarsi: basta il pannolino e tutto ciò che si deve fare è prenderlo e buttarlo nel bidone. Il secondo messaggio è che il luogo giusto in cui fare cacca e pipì è il pannolino.
Cosa succede quando il genitore toglie il pannolino al bambino? Lui non sa più cosa deve fare e perché, e se vogliamo fargli riacquisire consapevolezza dobbiamo, a questo punto sì, insegnargliela da capo attraverso un allenamento. In secondo luogo, il genitore, dopo aver detto e confermato implicitamente per anni che cacca e pipì si devono fare nel pannolino, improvvisamente gli dice che no, il luogo giusto non è più il pannolino, ma il vasino. Potrebbe essere questo il vero “trauma”: improvvisamente ciò che era giusto e buono diventa sbagliato e cattivo. Il pannolino poi abitua il bambino a tenere i propri bisogni con sé, è come collegato al suo corpo: un bambino che tiene il pannolino 24 ore al giorno per anni, non ha mai occasione di vedere i suoi escrementi, di vederli uscire da sé e scorrere lontano. Per tanti bambini vedere i propri escrementi, qualcosa che appartiene loro, cadere in un buco nero potrebbe essere spaventoso.

Nessuno è perfetto

Naturalmente mi è capitato spesso di perdere delle pipì con Anita, soprattutto nelle giornate frenetiche in cui eravamo nervosi perché gli altri bimbi ci facevano impazzire, o quando Anita era agitata o ammalata. Ma è davvero tanto importante qualche pipì persa? Avevo tante ghettine e pantaloncini corti che alternavo a seconda della temperatura, se si bagnavano li cambiavo come avrei cambiato il pannolino. Nessuna fatica in più. Dunque, provate a fare EC nei modi che vi saranno più consoni, perché fare EC non è qualcosa da extraterrestri ma è semplicemente questo: essere consapevoli.


Immagine in apertura romrodinka / iStock / Getty Images Plus