Quando si parla di nascita fisiologica, di rispetto dei tempi dei neonati e delle neonate e di riduzione degli interventi non necessari, si fa riferimento a diversi momenti e pratiche assistenziali, tra cui anche l’espulsione della placenta e la sua gestione. In questo contesto, il lotus birth è senza dubbio una delle pratiche che suscita le reazioni più contrastanti, che vanno dalla curiosità e dall’entusiasmo alla perplessità e alla preoccupazione.
Da un lato c’è chi lo considera un gesto di grande rispetto verso i neonati e le neonate, dall’altro chi lo giudica inutile o potenzialmente rischioso. Ma cosa sappiamo davvero oggi sulla pratica del lotus birth? E perché alcune famiglie la scelgono?
Con il termine lotus birth si indica la scelta di non tagliare il cordone ombelicale dopo la nascita, lasciando che il neonato resti attaccato alla placenta finché il cordone non si stacca spontaneamente (il che avviene in genere dopo alcuni giorni, più spesso tra il terzo e il decimo giorno di vita).
È importante non confondere il lotus birth con il clampaggio ritardato del cordone, una pratica ben diversa e oggi raccomandata. Nel clampaggio ritardato si attende almeno un minuto, o la cessazione della pulsazione dei vasi cordonali, prima di tagliare il cordone per permettere il passaggio di sangue dalla placenta al neonato e supportarlo nei primi minuti di vita durante la fase di transizione tra l’ambiente intrauterino e quello extrauterino. Nel lotus birth, invece, il cordone non viene tagliato affatto. Si tratta quindi di pratiche differenti, con basi scientifiche e implicazioni molto diverse.
Se per il clampaggio ritardato del cordone vi sono numerose evidenze scientifiche che ne dimostrano i benefici, come migliori riserve di ferro o una transizione più stabile alla nascita, la letteratura scientifica sul lotus birth è limitata. Gli studi disponibili sono quasi tutti case report o serie di casi, ossia descrizioni di poche esperienze osservate in contesti molto selezionati. Alcuni di questi studi riportano esiti senza complicanze, mentre altri riportano casi di infezioni del moncone ombelicale, sepsi, endocardite o epatite neonatale. Si tratta di casi rari, ma potenzialmente gravi.
Dopo il parto, la placenta non è più un organo vitale: il sangue smette di circolare e il tessuto inizia a degenerare. Dal punto di vista biologico, questo la rende un possibile terreno per la crescita di batteri. Il fatto che resti collegata al neonato attraverso il cordone ombelicale spiega perché il rischio infettivo sia la principale preoccupazione citata dagli studi.
Un elemento importante da considerare, quando si leggono gli studi disponibili sul lotus birth, è il tipo di dati su cui si basano. Come anticipato, la letteratura scientifica sul lotus birth è costituita quasi esclusivamente da case report e serie di casi, strumenti utili per descrivere esperienze singole, ma con limiti ben noti.
Questo implica che i case report che non riportano complicanze non permettono di concludere che la pratica sia sicura: campioni piccoli, contesti molto selezionati e follow-up brevi non consentono di escludere rischi, soprattutto quando si parla di eventi rari, ma potenzialmente gravi.
Allo stesso modo, anche i case report che descrivono complicanze devono essere interpretati con cautela poiché non dimostrano un nesso causale diretto tra il lotus birth e l’evento osservato. Le conclusioni vengono talvolta formulate per esclusione, cioè dopo aver escluso altre cause note, senza poter stabilire con certezza che sia stato proprio il lotus birth a causare la complicanza.
Questo non significa che dobbiamo ignorare o minimizzare i casi di complicanze riportate, né, al contrario, massimizzare il peso dei case report che non segnalano esiti avversi. I case report, per loro natura, possono al più suggerire l’ipotesi di una possibile associazione, ma non consentono di stabilire una relazione di causa-effetto.
Per la maggior parte delle famiglie, il lotus birth non nasce da una motivazione medica, né dalla ricerca di benefici clinici, ma da un significato simbolico.
Negli studi che hanno esplorato le esperienze dei genitori emergono come temi ricorrenti il desiderio di non interrompere bruscamente la nascita e il bisogno di continuità e di rispetto. La placenta viene spesso considerata non come un rifiuto biologico, ma come una parte importante della storia dei bambini e delle bambine, un organo che per nove mesi ha svolto un ruolo fondamentale. In alcuni casi, il lotus birth rappresenta anche una risposta alla percezione di una nascita troppo medicalizzata, in cui gli atti clinici, come la recisione del cordone e lo smaltimento della placenta subito dopo il parto, rischiano di prendere il sopravvento sull’esperienza.
Ad oggi, nessuna società scientifica raccomanda la pratica del lotus birth: le linee guida raccomandano il clampaggio ritardato del cordone, ma non il mantenimento della placenta attaccata per giorni. Questa posizione nasce proprio dall’assenza di evidenze scientifiche solide che, al momento, non permette alla comunità medico-scientifica né di affermare la sicurezza del lotus birth, né di escluderne i potenziali rischi.
Quando donne o coppie esprimono il desiderio di praticare il lotus birth, è fondamentale offrire informazioni chiare e trasparenti in merito alle evidenze scientifiche attualmente disponibili. Al tempo stesso, è importante accogliere e riconoscere il valore simbolico che questa scelta può assumere per i genitori, senza tuttavia equipararla, sul piano scientifico, a pratiche supportate da evidenze consolidate.
Il lotus birth richiama il fatto che le scelte legate alla nascita non si collocano mai esclusivamente sul piano clinico-biologico, ma coinvolgono anche dimensioni psicosociali, relazionali e valoriali. Per alcune famiglie, questa pratica risponde a bisogni di significato, continuità e riconoscimento dell’esperienza della nascita, con potenziali ricadute positive sul vissuto emotivo e relazionale.
In presenza di donne e coppie adeguatamente informate, è pertanto fondamentale che i professionisti sanitari sappiano accompagnare questa scelta, fornendo indicazioni su come monitorare il benessere del neonato o della neonata, illustrando i possibili segni di allarme e garantendo un adeguato follow-up assistenziale.
È in questo spazio, fatto di rispetto, chiarezza, responsabilità e presa in carico, che può avvenire un vero dialogo sulla nascita fisiologica in condizioni di sicurezza.