Il pensiero magico del bambino

Nei primi sette anni il pensiero del bambino può essere definito come magico, non basato quindi su criteri logici e molto differente dal pensiero dell'adulto

Giuseppe Sparnacci,
psicoterapeuta
Il pensiero magico del bambino

La modalità di pensiero del bambino nei suoi primi sette anni di vita è in buona misura contrapposta alla modalità logica degli adulti, ed è caratterizzata dall’incapacità di distinguere i propri pensieri, desideri, emozioni da quelli degli altri esseri umani; inoltre, questo tipo di pensiero è permeato di animismo, attribuisce cioè sentimenti, volontà, possibilità di azione a tutti gli altri esseri del mondo, anche a quelli inanimati.

L’incontro col prevalente pensiero logico degli adulti permette al bambino di lasciare poco alla volta il mondo del pensiero magico. Attraverso fasi successive, questo incontro porta il bambino a rendersi conto che gli altri esseri umani sono diversi da lui e che piante e oggetti non hanno desideri e volontà proprie. I bambini fino ai sette anni di età utilizzano categorie di pensiero diverse da quelle delle età successive. Se pure in maniera molto concisa, in questo articolo cercherò di descrivere le differenze tra le modalità di pensiero infantile e adulto.

Alcuni esempi

Una sera, mio figlio di tre anni, indicando la luna, mi disse: «Hai visto come la luna di Firenze è uguale alla luna del mare?». Già, erano proprio identiche.

Circa trent’anni fa, quando le porte apribili con cellula fotoelettrica erano ancora rare, osservai che la figlia di una mia amica, una bambina di tre anni, si fermava davanti a una porta a vetri con fotocellula e diceva piano: «Apriti» e poi muoveva i passi. La porta ovviamente si apriva. Le chiesi come mai le porte di casa non facessero altrettanto. «Non capiscono», fu la risposta.

Un bambino di tre anni gioca con una macchinina alla quale si stacca uno sportello. Il bambino va dal padre e gli chiede di aggiustare la macchinina. «Vai a prendere lo scotch che è sul tavolo», gli dice il padre, «ripariamo lo sportello con quello». Il bambino va, cerca lo scotch ma, non trovandolo, torna dal padre con una matita di cera: «Ecco, ora puoi riparare la macchinina». Il padre: «Eh no! Ti avevo detto lo scotch». Il bambino insiste che il padre utilizzi il pastello di cera, il padre insiste nella risposta che non può utilizzare quello. Il bambino si mette a piangere. Il padre, non sapendo più che pesci prendere, fa finta di riparare la macchinina col pastello. Il bambino smette di piangere. Poi constata che la macchinina è rimasta rotta. Il padre gli dice che ora ha potuto vedere che con il pastello di cera non si può accomodare la macchinina. Il bambino ribatte: «La macchinina era stata aggiustata bene col pastello, ma ora si è rirotta». Il padre allora va a cercare lo scotch e constata che non si trova sul tavolo, ma dentro un cassetto.

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Tre esempi della differenza tra pensiero infantile, che potremmo chiamare di tipo magico, e pensiero adulto che siamo soliti chiamare logico. Due modalità che interpretano i fatti in maniera diversa. Per mio figlio era un dato di fatto che le lune potessero essere due o tante quanti sono i luoghi dai quali si osserva la luna. Di fronte alla porta che si apriva da sola, la bambina attribuiva al suo comando l’apertura e attribuiva alla porta la capacità di intendere e obbedire al comando.

Il bambino con la macchinina rotta attribuisce capacità riparative a un oggetto che si trova sul tavolo dove il padre gli aveva indicato trovarsi lo scotch. Cioè, inferisce che le qualità riparative sono possedute da tutti gli oggetti che si trovano sul tavolo. Per questo si mette a piangere quando il padre gli nega questa sua interpretazione e si calma solo quando il padre, finalmente, fa l’atto di riparazione col pastello.

Il pensiero magico

La caratteristica del pensiero del bambino, nei suoi primi sette anni, è l’attribuzione a tutti gli altri esseri (animati e non) di quello che lui pensa e prova. Detto in altre parole, c’è nel bambino un’assenza di differenziazione tra la sua realtà e quella al di fuori di lui. Di un sasso che la sera era sul parapetto della terrazza e la mattina dopo è per terra, il bambino può tranquillamente pensare e dire che durante la notte il sasso è sceso dal parapetto per andare in terra, attribuendo al sasso la volontà di spostarsi e la realizzazione di questa azione.

Nel fare queste operazioni mentali il bambino prescinde dai vincoli causali di tempo e di spazio che sono propri del pensiero logico e prescinde anche dalle distinzioni fra esseri capaci di intenzionalità e oggetti incapaci di questa. Investe tutto il reale di animismo: tutto ciò che esiste è anche vivo e dotato delle stesse caratteristiche vissute dal bambino. Ogni cosa è investita di emozioni e ogni cosa può influire sulle altre.

Come nelle fiabe, è il vento che vuole andare da qualche parte, è il sole che vuole scaldarci o bruciarci e sono le nuvole che vogliono toglierci il sole. E così via. Le attribuzioni magiche non sono invenzioni arbitrarie ma spiegazioni degli eventi. In queste attribuzioni non viene negato il principio di causalità, solamente non ne viene affermata l’universalità. L’evento ha una validità singola, la spiegazione animistica dell’evento non è estensibile ad altri eventi.

Le molteplici funzioni del pensiero magico

Il pensiero magico del bambino assolve a funzioni molteplici: prima di tutto difensiva dalla possibile ansia di fronte a ciò che è sconosciuto. Il bambino costruisce spesso rituali che lo tranquillizzano, per esempio può ripetere una parola o un’azione molte volte perché una paura sparisca.

Accanto alla funzione difensiva ne esistono altre che sono propiziatorie e conoscitive. Nel caso di un desiderio che si vuole vedere realizzato, il bambino può cercare il modo per far sì che l’evento si realizzi attraverso azioni che un adulto ritiene assolutamente inefficaci. La funzione conoscitiva viene assolta dal pensiero magico ogni volta che permette al bambino di controllare la sua presenza nel mondo.

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Quando un bambino percorre una stanza o un marciapiede stando ben attento a non calpestare le linee di confine tra mattonelle, delimita un ambiente e ne costruisce la mappa mentale che gli permetterà di muoversi con sicurezza.

Come comportarsi con i bambini?

Intanto il bambino va rispettato per la diversità del suo pensiero da quello adulto. Conoscere che la realtà viene interpretata dal bambino in maniera diversa vuol dire da una parte non insistere troppo con spiegazioni razionali e dall’altra però non rinunciare a presentare un punto di vista diverso da quello del bambino per la spiegazione dei fatti.

È lenta la formazione di un pensiero che utilizza concetti e categorie generali e coordinate spaziali e temporali, e altrettanto lentamente si sviluppa la capacità di tenere conto di punti di vista diversi dal proprio. Nel tempo il bambino si rende conto che il pensiero di tipo magico non riesce ad assolvere funzioni di adattamento alla realtà e che nelle interpretazioni dei fatti e delle emozioni bisogna ricorrere ad altre modalità che sono quelle di tipo logico.

Il pensiero magico sparisce nella vita adulta?

La risposta è ovviamente un no. Moltissimi adulti ricorrono a caratteristiche del pensiero magico nella vita quotidiana. Dalle plateali manifestazioni di rituali calcistici messe in atto da tifoserie desiderose di vincere ai gesti scaramantici individuali, alle convinzioni che seguire un certo percorso reale o immaginario porti a risultati nefasti o benefici.

Le caratteristiche del pensiero magico sono state dominanti nel pensiero e nella vita degli uomini occidentali almeno fino al Rinascimento e persistono e si manifestano ogni volta che il pensiero logico non riesce a essere rassicurante di fronte a eventi paurosi o di fronte al desiderio di veder realizzato un desiderio.

Pubblicato il 29.04.2015 e aggiornato il 11.04.2019
Immagine in apertura gilaxia / iStock