Famiglie disfunzionali: quando le relazioni familiari generano sofferenza

Piuttosto che parlare di famiglia disfunzionale, come se fosse un’etichetta fissa che descrive tutta la famiglia nel suo complesso in modo immodificabile, è opportuno parlare di processi disfunzionali in seno alle varie famiglie in differenti momenti della loro storia

Tiziana Mannello , psicologa e psicoterapeuta
Bambina assiste a un litigio tra i genitori

Quante volte, al giorno d’oggi, sentiamo pronunciare il termine “disfunzionale”. È un aggettivo che solitamente viene utilizzato per descrivere il malfunzionamento di un sistema, di un comportamento o di una relazione che genera difficoltà, disagio o sofferenza nei soggetti coinvolti.

Altrettanto spesso, infatti, sentiamo parlare di “famiglie disfunzionali”. Ma cosa vuol dire esattamente? Quand’è che le dinamiche familiari “non funzionano”? E, soprattutto, in base a quali criteri possiamo definirle tali?

In questo articolo vedremo in che modo ciò che accade dentro e intorno alla famiglia può generare disagio, malessere e sofferenza nei suoi componenti, quali sono gli effetti di queste disfunzionalità sui figli e come è possibile riconoscerle e occuparsene.

Cosa si intende per “famiglia disfunzionale”

Le famiglie sono sistemi complessi, in cui le persone che ne fanno parte hanno una storia condivisa attraverso le generazioni e sono legate tra loro da vincoli di affetto, reciprocità, mutuo aiuto, appartenenza. Le famiglie possono avere forme molto differenti: monogenitoriali, separate, ricomposte, ricostituite, omogenitoriali, affidatarie, adottive, migranti, miste, e così via. 

Quando sentiamo parlare di famiglia disfunzionale, il significato non si riferisce alla struttura dei nuclei familiari, ma al loro funzionamento: non ci riferiamo, cioè, a come le famiglie sono composte, ma a come funzionano al loro interno e negli scambi con l’esterno.

L’espressione “famiglia disfunzionale” sta dunque a indicare un nucleo familiare in cui i processi comunicativi, relazionali e affettivi non sono in grado di generare benessere psicologico nei suoi membri, né di favorire percorsi di crescita sereni per i figli.

Queste difficoltà possono riguardare tutte le forme familiari e coinvolgere uno o più aspetti del loro funzionamento; inoltre, possono configurarsi come difficoltà momentanee e manifestarsi in determinati momenti della vita familiare, oppure come difficoltà persistenti lungo le varie fasi del ciclo di vita della famiglia. 

Piuttosto che parlare di famiglia disfunzionale, come se fosse un’etichetta fissa che descrive tutta la famiglia nel suo complesso in modo immodificabile, possiamo quindi parlare di processi disfunzionali in seno alle varie famiglie in differenti momenti della loro storia.

Ad esempio, la comunicazione autentica in una famiglia può essere difficoltosa per un determinato periodo e gli scambi comunicativi possono essere confusi e ambivalenti oppure litigiosi e aggressivi oppure distaccati e freddi. Quando la comunicazione familiare assume queste caratteristiche, la famiglia smette di essere un contesto di sicurezza emotiva, vicinanza affettiva, rispetto ed espressione autentica di sé e le persone che ne fanno parte vivono nel disagio, possono avvertire malessere e sofferenza.

La stessa famiglia può però rendersi consapevole delle difficoltà di comunicazione e dei loro effetti negativi sul benessere familiare e attivarsi per modificarli. Ecco, quindi, che un aspetto disfunzionale nella comunicazione può diventare un’opportunità per attivare un processo significativo di crescita e cambiamento familiare. In altri casi, purtroppo, tutto ciò non si verifica, la consapevolezza e l’attivazione verso il cambiamento sono difficoltose e la famiglia può permanere nella sua situazione di sofferenza anche a lungo.

Caratteristiche e segnali di una famiglia disfunzionale

Chiediamoci quindi insieme quali sono i principali aspetti di funzionamento delle relazioni familiari in grado di generare benessere o malessere tra i suoi componenti.

Come abbiamo anticipato nell’esempio precedente, i processi di comunicazione familiare rivestono un ruolo centrale e sono strettamente connessi agli altri aspetti che descriveremo.

Per comunicazione familiare intendiamo l’insieme delle azioni finalizzate a condividere informazioni, idee, pensieri e sentimenti tra i membri di un nucleo familiare. Quando la comunicazione familiare funziona bene? Quando la comunicazione è chiara, cioè quando: 

  • i vari membri, e in particolare gli adulti della famiglia, si impegnano nel garantire un ascolto attivo, attento, non polemico di ciò che l’altro sta esprimendo, facilitano la possibilità di fare domande per confrontarsi e chiedere supporto per sentirsi sostenuti;
  • è possibile l’espressione di un affetto sano, la comprensione empatica dei sentimenti e degli stati d’animo altrui;
  • ognuno riesce a esprimere ciò che pensa e che sente con parole e comportamenti congruenti;
  • non c’è necessità di simulare o dissimulare pensieri, opinioni, sentimenti per timore di non essere accolti, accettati, compresi o per timore che qualcuno in famiglia possa soffrire molto o reagire in modo ansioso o aggressivo.

Un altro aspetto che influenza la possibilità di una comunicazione chiara è la possibilità di vivere le normali divergenze di opinioni e di istanze tra i membri della famiglia (ad esempio quelle tra genitori e figli) come un valore che arricchisce piuttosto che come un problema che separa.

Quando le differenze sono vissute come un valore, viene dato spazio all’individualità di ciascuno e ogni membro della famiglia può viversi serenamente la propria soggettività, pur continuando a sentirsi appartenente allo stesso nucleo affettivo. 

Quando, invece, queste modalità di comunicare e stare in relazione sono ostacolate dalle fatiche della vita o sono carenti per ragioni più profonde, la comunicazione familiare può diventare distorta. Ovvero: 

  • le persone possono soffrire per la mancanza di empatia in seno alla famiglia;
  • possono sentire di dover censurare alcuni aspetti di sé che non trovano accoglienza e posto nella vita familiare o che sono in contrasto con aspettative genitoriali irrealizzabili o troppo diverse dalle proprie;
  • possono avvertire un affetto condizionato, cioè il sentimento di andare bene ed essere accettati solo a patto di comportarsi come gli altri membri della famiglia dicono o si aspettano;
  • possono rinunciare all’espressione della propria autenticità per il timore di reazioni emotive faticose (delusione, rabbia) o per aggirare le difficoltà nella gestione dei conflitti e dell’aggressività.

Quando la comunicazione familiare non è chiara, anche la gestione dei conflitti e la soluzione dei problemi possono diventare faticose. Ad esempio, può essere difficile dialogare rimanendo focalizzati sul tema specifico di cui si discute o sul problema da affrontare ed esprimere il proprio punto di vista a riguardo, contribuendo in modo proposito al superamento della lite o della questione. Può accadere che il problema da affrontare o il tema di cui si discute diventino il pretesto per mettere in campo meccanismi affettivi e relazionali dannosi e distruttivi: 

  • squalificare o denigrare l’intervento del proprio partner, figlio, fratello, sorella nel dialogo familiare o il suo contributo all’interno della famiglia;
  • mettere in dubbio l’altro e la sua capacità di affrontare le situazioni difficili;
  • accusarlo o indicarlo come soggetto deviante o problematico.

Questa tipologia di atteggiamenti può stimolare nell’altro delle risposte aggressive per reagire agli attacchi ricevuti; oppure può stimolare risposte di ritiro dalla comunicazione per sfuggire alla sofferenza che tali attacchi comportano.

Tali risposte aggressive o di ritiro dalla conversazione, a loro volta, non fanno che alimentare le squalifiche, accuse o denigrazioni iniziali dell’altro membro della famiglia, alimentando così una escalation nelle relazioni che può toccare punte di esplosività importanti o, al contrario, portare a un allontanamento relazionale difensivo spesso percepito come muro di incomunicabilità e distanza affettiva o come rifiuto dell’appartenenza familiare.

Un altro aspetto importante del funzionamento familiare è la flessibilità, cioè la capacità della famiglia di trovare un proprio equilibrio tra la stabilità e il cambiamento attraverso le differenti fasi della vita familiare o di fronte agli eventi stressanti o traumatici della vita. 

Tutte le famiglie sono impegnate nella ricerca delle proprie modalità per affrontare le sfide delle diverse fasi del ciclo di vita, senza snaturare la propria identità familiare e disgregare i legami. Ad esempio, in una famiglia con figli piccoli diventa importante il modo in cui la coppia genitoriale impara ad affrontare i compiti legati all’accudimento, all’educazione e alla crescita dei bambini ridefinendo i confini con le famiglie di origine, differenziandosi come famiglia a sé stante con confini, identità e regole proprie, continuando a potersi sentire parte di un sistema famigliare più allargato in cui le famiglie dei nonni si rendono disponibili a fornire l’aiuto richiesto (riconoscono cioè il cambiamento di status del proprio figlio o della propria figlia ormai diventato/a genitore).

Quando tutto questo si verifica, ogni componente riveste un ruolo chiaro e definito all’interno del sistema familiare più allargato: i neo-genitori riescono a mettere in campo un proprio equilibrio tra il sentimento di appartenenza ai nuclei familiari di origine, la fiducia di poter contare sul supporto delle generazioni precedenti e l’esigenza di ridefinirsi in una realtà di coppia e familiare nuova, che deve trovare i propri adattamenti rispetto a una nuova fase della vita e introdurre cambiamenti anche significativi rispetto a quanto vissuto nelle proprie rispettive famiglie di origine.

Quando questi processi sono invece disfunzionali, può accadere ad esempio che i neogenitori non si sentano riconosciuti in questo ruolo dai propri genitori o dai genitori del proprio partner, soprattutto quando questi ultimi assumono atteggiamenti o attuano comportamenti ipercritici e svalutanti, invadenti o intrusivi, arrivando a volte a sostituirsi nei compiti di accudimento nei confronti dei nuovi arrivati, finendo con il generare tensioni e litigi in seno alla famiglia e spesso anche all’interno della coppia dei neogenitori.

I neogenitori possono così sviluppare sentimenti di insicurezza e senso di inadeguatezza costante nell’accudire il neonato o la neonata, fino ad avere difficoltà nel riconoscerne i bisogni e rispondere in modo sintonizzato: così, anche la relazione tra i neo-genitori e i nuovi arrivati nella famiglia può risentirne, creando condizioni favorevoli per una relazione disfunzionale che si riproduce nelle generazioni e per lo sviluppo di disagio e malessere anche tra i più piccoli.

Quando la vita familiare è turbata da momenti di crisi, stress economici e sociali, eventi traumatici o comunque imprevedibili (come ad esempio lutti improvvisi, malattie, perdita del lavoro, sfratti, eccetera), la ricerca di questo equilibrio tra stabilità e cambiamento può farsi ancora più complicata. 

Le famiglie in cui l’organizzazione dei ruoli, dei confini, della leadership, delle regole, dei modi di negoziare all’interno del nucleo e con l’ambiente esterno è rigida, insensibile al passare del tempo e al cambiare delle esigenze possono trovare difficoltà a mettere in campo nuove modalità di stare in relazione e affrontare i problemi che gli eventi stressanti o traumatici comportano. Al contrario, le famiglie in cui questa organizzazione è caotica, sempre in discussione, confusa possono sentirsi per lunghi periodi in balia degli eventi e disarmati di fronte a essi, senza avere la possibilità di attivarsi proattivamente per farvi fronte.

Inoltre, il significato attribuito dai vari membri della famiglia agli eventi stessi influenza molto il modo in cui essi possono reagire alle avversità della vita. Ad esempio, nel dialogo genitori-figli, anche quando questi sono piccoli, è molto importante il modo in cui i genitori condividono una lettura chiara di ciò che sta accadendo e di quello che succederà, normalizzando quello che sta accadendo (quando possibile) e contestualizzando la situazione. Questo dialogo accompagna i bambini a comprendere la realtà anche se difficile e faticosa, li rassicura della presenza accanto a loro di adulti di cui potersi fidare, li aiuta ad attribuire agli eventi dei significati che li rendono affrontabili e permette loro di attivare le loro migliori risorse per poterli superare. 

Quando l’evento stressante è particolarmente gravoso o improvviso, quando i genitori sono molto sconfortati o affranti, quando essi stessi, per primi, sentono che le loro risorse per affrontare l’evento sono limitate o insufficienti, quando altre problematiche pregresse rendono tutto più difficile (psicopatologie, depressione e altri disturbi affettivi, problemi transgenerazionali, dipendenze da alcol e droghe), allora il dialogo con i figli può diventare arduo se non impossibile e i figli stessi possono sentirsi disarmati di fronte alle grandi avversità della vita.

Oltre alla comunicazione e alla flessibilità, un altro aspetto centrale riguarda la coesione familiare, cioè la capacità del sistema familiare di trovare un proprio equilibrio tra la salvaguardia del legame che unisce i vari membri e la spinta all’autonomia individuale di ciascuno. Nelle famiglie in cui il sentimento di legame prende le forme di un coinvolgimento eccessivo, di una vicinanza soffocante, di iperprotezione o ipercontrollo, possono manifestarsi sentimenti di inadeguatezza costante da parte dei componenti oppure un vissuto di tradimento, senso di colpa, senso di abbandono nel caso di scelte che portano a distanziarsi dal nucleo familiare. 

Ciò, ad esempio, ostacola la possibilità per i figli adolescenti e giovani di sentirsi autorizzati a sperimentare esperienze alternative a quelle attese dalla famiglia e compiere le proprie scelte individuali autonome, differenti dalle aspettative implicite ed esplicite dei genitori, e talora anche delle generazioni precedenti, pur continuando a sentirsi appartenenti al nucleo familiare e a sentirsi riconosciuti e amati al suo interno.

Al contrario, nelle famiglie in cui la spinta all’autonomia individuale è forte ed emotivamente distaccata, questa può essere vissuta come un disimpegno affettivo rispetto ai legami familiari, come una fatica nello sviluppare un’appartenenza affettiva al gruppo familiare, come una spinta espulsiva verso una fuoriuscita dal nucleo.

Effetti sulle future relazioni dei figli

Abbiamo già accennato a quali possono essere alcuni degli effetti psicologici sui figli delle dinamiche disfunzionali in seno alla famiglia. Quando tali effetti risultano difficili da sostenere e la famiglia non possiede sufficienti capacità e risorse per contenerli, questi possono continuare a generare sofferenza nelle fasi successive del ciclo di vita familiare, alimentando nei figli problemi nelle relazioni interpersonali al di fuori della famiglia e, successivamente, difficoltà nelle relazioni affettive adulte coi relativi partner.

L’essere cresciuti in famiglie in cui la comunicazione è distorta, in cui le relazioni sono troppo invischiate o troppo disimpegnate, in cui le divergenze e i problemi vengono negati o amplificati piuttosto che affrontati in modo cooperativo, in cui l’organizzazione della famiglia è troppo rigida o, al contrario, è caotica e inaffidabile, crea per i figli un background di esperienze e modelli disfunzionali. Questo background agisce come una sorta di imprinting affettivo patogeno, che – se non riconosciuto e affrontato – può comportare da parte dei figli stessi la ripetizione di schemi relazionali problematici e la replicazione di comportamenti disfunzionali nel futuro.

In altre parole, quando i figli crescono immersi in determinate dinamiche affettive e relazionali all’interno della propria famiglia, faticano a distinguerle, le interiorizzano, le apprendono e tendono a replicarle per analogia o differenza nei loro rapporti interpersonali attuali e futuri, inclusi i rapporti di coppia.

Fortunatamente, la riproduzione delle dinamiche familiari disfunzionali attraverso le generazioni non avviene sempre, né avviene sempre allo stesso modo. Ogni famiglia, in ogni momento della propria storia, può attivare percorsi di consapevolezza, riflessione e cambiamento per modificare il proprio stato di malessere e interrompere le dinamiche disfunzionali che lo hanno generato e alimentato. Quello che fa la differenza nel superare le problematiche familiari, infatti, non sono tanto le condizioni di partenza o, entro certi limiti, la gravità delle problematiche stesse, ma il fatto che le famiglie possano utilizzare risorse interne ed esterne, già attive o attivabili, per mettersi alla ricerca di possibilità di cambiamento attraverso la consapevolezza.

Strategie utili

Dunque, per poter attivare un cambiamento nelle dinamiche familiari disfunzionali il primo passo è quello della consapevolezza: è, infatti, molto importante non negare i problemi, ma riconoscere e accettare le disfunzionalità nella comunicazione, nei legami affettivi, nell’organizzazione della famiglia, nei significati attribuiti agli eventi della vita. Solo questa consapevolezza e questo riconoscimento possono aprire le porte a una richiesta di aiuto, che può essere rivolta sia a familiari e amici da cui potersi aspettare un supporto autentico e fattivo, sia a figure esterne e competenti.

Accanto a questa consapevolezza è importante che se ne affianchi un’altra, cioè quella che ogni famiglia – anche la più in difficoltà o che vive situazioni multiproblematiche – possiede delle risorse utili per riprendersi dalla crisi o dagli eventi stressanti o traumatici che ha dovuto affrontare suo malgrado. Riconoscere e dare valore a tali risorse, riattivandole a supporto della famiglia, è un altro passo cruciale per la resilienza familiare, cioè per la capacità di riprendersi dalle avversità, uscirne più rafforzati, ritornando a vivere pienamente, ritornando a stare bene sul piano affettivo, relazionale e sociale.

La coesione familiare, il sentimento di appartenenza, la comunicazione chiara, la collaborazione rispettosa dei differenti ruoli familiari, la possibilità di contare su aiuti esterni aumentano le possibilità che le famiglie hanno a disposizione per fare fronte alle difficoltà grandi e piccole che possono incontrare lungo la vita e che altrimenti potrebbero risultare insostenibili.

In altre parole, per poter far fronte alle disfunzionalità all’interno delle relazioni familiari è necessario: 

  • mettere in crisi il mito di un unico modello di famiglia sana, esente da problemi;
  • potersi fermare per guardare con accettazione i problemi all’interno del proprio nucleo;
  • dare un nome alle dinamiche che creano più sofferenza;
  • guardare alle capacità interne della famiglia e alle risorse intorno a essa come punti di forza da cui partire per attivare cambiamenti utili;
  • riporre fiducia nei processi di cambiamento e nella resilienza dell’intero sistema familiare e dei suoi membri.

Il ruolo del supporto professionale

Per attivare questi cambiamenti nelle dinamiche disfunzionali della famiglia è utile e talvolta necessario rivolgersi a figure professionali esterne, come gli psicologi e psicoterapeuti della famiglia, i pedagogisti e gli educatori socio pedagogici

In linea generale, fatte salve le specificità dei diversi approcci professionali, il ruolo delle figure professionali di supporto è quello di accompagnare i membri della famiglia a:

  • prendere consapevolezza di quanto accade all’interno del proprio sistema familiare;
  • sostenere il carico emotivo che spesso si associa a tale consapevolezza;
  • riconoscere i processi disfunzionali specifici della propria famiglia, attraverso un’analisi delle dinamiche interpersonali tra i suoi membri e tra i suoi membri e il contesto più allargato;
  • elaborare una narrazione congruente della propria storia familiare attraverso le difficoltà;
  • attivare cambiamenti negli atteggiamenti e nei comportamenti, in modo da interrompere le dinamiche disfunzionali;
  • fornire un supporto qualificato quando si tratta di dover operare scelte difficili, ad esempio, quando s’impone l’esigenza di prendere le distanze emotive o fisiche dal proprio nucleo perché si vivono situazioni di minaccia psicologica o fisica o perché il funzionamento familiare ostacola lo svincolo dei figli diventati oramai giovani adulti;
  • a seguito di conflitti distruttivi, fratture e allontanamenti, supportare le persone nel valutare la possibilità di una ricucitura successiva quando potranno esserci maggiori garanzie di un sufficiente equilibrio tra l’espressione dell’affetto familiare, la sincerità dei rapporti e il rispetto dei confini.

I percorsi di supporto psicologico possono essere realizzati con un singolo membro della famiglia e prendere la forma di psicoterapia individuale, oppure possono essere portati avanti con la coppia di genitori e prendere le forme della consulenza e del sostegno alle competenze genitoriali, oppure con l’intero nucleo e prendere la forma di terapia familiare.

I percorsi di consulenza pedagogica alla famiglia e di sostegno alle competenze genitoriali  possono rivolgersi a coppie genitoriali, singoli genitori, nuclei familiari. 

La scelta della forma più adatta alla singola situazione dipende da una serie di fattori, tra cui il primo è la disponibilità alla riflessione e al cambiamento da parte di chi chiede supporto e intende impegnarsi volontariamente nel percorso.

Conclusioni

Le famiglie, in tutte le loro forme e complessità, rappresentano il primo contesto di vita e di crescita per ogni individuo. Quando le dinamiche interne diventano disfunzionali, il rischio è che il nucleo familiare perda la sua funzione di protezione e sostegno, generando una sofferenza che può estendersi nel tempo e nelle relazioni future. Tuttavia, riconoscere le difficoltà non significa decretare una condanna: al contrario, è il primo passo verso il cambiamento.

Ogni famiglia possiede risorse che, se attivate, possono favorire resilienza e benessere. La consapevolezza, il dialogo autentico, la flessibilità e la capacità di chiedere aiuto sono strumenti fondamentali per interrompere i circoli viziosi e costruire nuove modalità di relazione. In questo percorso, il supporto professionale può rappresentare un alleato prezioso, capace di accompagnare i membri della famiglia nella comprensione delle proprie dinamiche e nell’attivazione di strategie di cambiamento.In definitiva, non esistono famiglie perfette, ma famiglie che imparano a crescere attraverso le sfide. Coltivare la fiducia nella possibilità di trasformazione è il punto di partenza per restituire alla famiglia il suo ruolo più autentico: essere uno spazio di sicurezza, affetto e sviluppo per tutti i suoi componenti.

Bibliografia
  • Enrico Visani, Santo Di Nuovo, Camillo Loriedo, Il FACES IV. Il modello circonflesso di Olson nella clinica e nella ricerca, Milano, Franco Angeli, 2014.
  • Froma Walsh, La resilienza familiare, Milano, Raffaello Cortina, 2008.
  • Laura Fruggeri, Famiglie di oggi, Roma, Carocci, 2018.
  • Roberto Baiocco, Livia Barone, Relazioni e tipologie familiari nel ciclo di vita. Processi e legami, Bologna, Il Mulino, 2025.
Articolo pubblicato il 27/01/2026 e aggiornato il 27/01/2026
Immagine in apertura skynesher / iStock

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