Tatuaggi, gravidanza e allattamento: una scelta che impone la massima cautela. Nonostante gli elevati standard igienici degli studi professionali, si invita alla massima precauzione a tutela di mamma e bambino.
Dai dubbi sulla tossicità dei pigmenti alla cura della pelle che cambia, ecco una guida per orientarsi e decidere con serenità.
In Italia, il fenomeno dei tatuaggi coinvolge circa 6,9 milioni di persone (il 12,8% della popolazione, che sale al 13,2% contando chi li ha rimossi). Sebbene la scelta sia guidata prevalentemente da ragioni estetiche – a cui si affiancano un 3% di trucco permanente e uno 0,5% per fini medici –, emerge un dato critico: ben il 13,4% di chi si tatua si rivolge a strutture non autorizzate, esponendosi a seri rischi sanitari.
Quando si parla di gravidanza, la posizione della comunità medica è tuttavia categorica: la scelta più sicura è rimandare ogni nuovo tatuaggio a dopo il parto e l’allattamento. Questa raccomandazione si fonda sul principio di precauzione e sulla mancanza di studi scientifici dedicati.
Non esiste infatti una fase “sicura” della gestazione per tatuarsi: se il primo trimestre è il più delicato per la formazione degli organi del feto, i mesi successivi comportano una maggiore vulnerabilità immunitaria per la madre, alterazioni cutanee e il rischio di infezioni.
L’unica reale forma di tutela per la salute di mamma e bambino resta quindi la prudenza dell’attesa.
Decidere di farsi un tatuaggio richiede consapevolezza e attenzione, poiché esistono precise situazioni mediche in cui questa pratica è fortemente sconsigliata o controindicata. Non si tratta di un semplice intervento estetico, ma di un’operazione che rompe la barriera cutanea e che può comportare complicazioni.
Un’attenzione speciale va riservata ai periodi della gravidanza e dell’allattamento: in queste fasi il sistema immunitario materno è più vulnerabile e il rischio di infezioni o reazioni avverse rappresenta una minaccia non solo per la donna, ma anche per il nascituro, poiché i batteri o i virus contratti possono attraversare la placenta e causare infezioni congenite.
L’uso di strumenti non sterili espone infatti al pericolo di infezioni locali o di patologie sistemiche molto gravi trasmissibili con il sangue, come l’Epatite B e C, l’HIV, il tetano e la sifilide.
La gravidanza è un momento di “attesa” anche per la pelle. La gestazione modifica profondamente la fisiologia del corpo: gli ormoni rendono la pelle più vascolarizzata, reattiva e sensibile al dolore. Un tatuaggio eseguito in questo periodo non solo farà più male, ma guarirà più lentamente e con un rischio maggiore di infezioni o risposte allergiche imprevedibili. Celebrare la nascita di un figlio con un tatuaggio è un gesto bellissimo.
Il consiglio che do sempre come ostetrica è di trasformarlo in un regalo per sé stesse dopo il primo compleanno del bambino: una volta completato il recupero fisico e terminato l’allattamento, la pelle sarà pronta e il momento sarà ancora più speciale.
In Europa, il regolamento REACH vieta o limita severamente l’uso di centinaia di sostanze pericolose negli inchiostri per tatuaggi: per questo è fondamentale affidarsi unicamente a professionisti certificati che utilizzino prodotti rigorosamente conformi alle norme vigenti.
Gli inchiostri contengono infatti pigmenti, solventi e additivi che possono rilasciare sostanze tossiche o metalli pesanti (come cadmio, cobalto e manganese), capaci di accumularsi nei linfonodi e provocare infiammazioni a lungo termine. Sebbene siano oggi disponibili marche di inchiostro sintetiche e vegane, alcuni coloranti non a norma possono contenere sostanze non ammesse perché potenzialmente tossiche, cancerogene o ricche di nichel, un allergene molto diffuso.
Per evidenti motivi etici, non esistono test sulla sicurezza degli inchiostri in gravidanza: di conseguenza, non vi sono certezze scientifiche sul fatto che sostanze chimiche o metalli pesanti possano attraversare la placenta e danneggiare il feto.
Le evidenze scientifiche sugli effetti a lungo termine dei pigmenti e dei leganti chimici sullo sviluppo fetale sono estremamente limitate, tuttavia l’APA evidenzia come le sostanze chimiche contenute negli inchiostri possano potenzialmente interferire con lo sviluppo del bambino, con un livello di vulnerabilità particolarmente elevato durante le prime 12 settimane di gestazione (primo trimestre).
Infine, l’iniezione dei pigmenti provoca fisiologiche alterazioni cutanee che possono sfociare in complicanze a breve o lungo termine, quali sensibilizzazione, reazioni infiammatorie, rigonfiamenti o ispessimenti del tessuto sottostante. Non rari sono anche gli episodi allergici, che possono manifestarsi con eruzioni cutanee e prurito anche ad anni di distanza dall’esecuzione del tatuaggio.
Oltre ai rischi infettivi e tossicologici di cui abbiamo già parlato, l’esecuzione di un tatuaggio durante la gestazione comporta importanti cambiamenti che sconsigliano la procedura. Gli sbalzi ormonali alterano la risposta cutanea, causando una maggiore sensibilità alla pelle e al dolore durante la gravidanza.
Inoltre, la guarigione della pelle risulta alterata dai cambiamenti ormonali, aumentando il rischio di infezioni secondarie, ritardi nella cicatrizzazione o esiti ipertrofici. Le sessioni prolungate possono comportare difficoltà a mantenere la posizione e il rischio di svenimento e di caduta legato alla sindrome ipotensiva da decubito supino, causata dalla compressione della vena cava inferiore da parte dell’utero gravido quando la donna rimane a lungo sdraiata sulla schiena.
Secondo le raccomandazioni della Società Italiana di Anestesia Analgesia (SIAARTI), un tatuaggio lombare non vieta l’epidurale, ma richiede cautela. Il rischio riguarda il cosiddetto “carotaggio” (coring), ossia la possibilità che l’ago trascini micro-frammenti di inchiostro nello spazio epidurale o subaracnoideo.
Poiché i pigmenti contengono metalli e sostanze chimiche, il loro contatto con le strutture nervose potrebbe teoricamente causare infiammazioni (come l’aracnoidite), granulomi o complicanze neurologiche.
Sebbene sia un pericolo per lo più teorico e poco documentato, i medici applicano il principio di massima precauzione evitando di pungere la cute colorata. Durante la visita con l’anestesista comunica la presenza del tatuaggio così potrà valutarlo. Ricorda che se il disegno è fresco, infiammato o non ancora perfettamente guarito, l’epidurale è controindicata in quella sede per il grave rischio di infezioni nel canale vertebrale.
Una raccomandazione: se si programma di fare un tatuaggio lombare prima di una gravidanza, è bene evitare la fascia mediana della schiena (tra L2 e L5) per lasciare libera la zona d’iniezione.
Il tatuaggio è una pratica invasiva che prevede l’iniezione di inchiostri nel derma: attrezzature non sterili o inchiostri non a norma espongono al rischio di gravi infezioni ematiche, reazioni allergiche e tossicità. Per questo la sicurezza richiede precise garanzie sanitarie e scelte consapevoli, a partire dal rifiuto assoluto di contesti abusivi o del fai-da-te.
La pelle scelta deve essere sana, integra e priva di nei o lesioni, e nel centro autorizzato è fondamentale verificare rigidi protocolli. L’operatore deve essere un professionista registrato, attivo all’interno di uno studio conforme a leggi e normative vigenti, in grado di fornire il consenso informato sui rischi (con obbligo di presenza dei genitori per i minori).
Verificare l’utilizzo di aghi e materiali monouso sigillati, sterilizzazione in autoclave per gli strumenti riutilizzabili, guaine protettive per le macchinette e inchiostri atossici versati in capsule usa e getta. Fondamentale l’uso costante di guanti, maschera e camice monouso, un accurato lavaggio delle mani prima e dopo la procedura e la perfetta igiene del locale.
Il professionista deve rilasciare delle istruzioni scritte per la cura della ferita e disponibilità del tatuatore ad assistere la cliente nelle ore e nei giorni successivi alla seduta. In caso di complicazioni mediche o infezioni, resta comunque fondamentale consultare subito il medico o il dermatologo.
Va infine sottolineato il rifiuto diffuso da parte dei tatuatori professionisti verso le clienti incinte. Questa scelta nasce sia dalla volontà di tutelare la salute della donna e del feto, sia da vincoli legali e questioni assicurative: le polizze di responsabilità civile dei centri professionali spesso non coprono eventuali complicanze legate a prestazioni eseguite su donne in gravidanza.
Avere un tatuaggio prima della gestazione non comporta nessun rischio per il feto se il tatuaggio è precedente e già guarito: i pigmenti ormai stabilizzati nel derma non interferiscono infatti con la gravidanza. L’attenzione si concentra quindi unicamente sulla resa estetica della cute.
L’aumento di peso e le naturali tensioni addominali possono provocare una temporanea deformazione del disegno nelle zone del corpo che si espandono (come pancia, seno e fianchi). Nella maggior parte dei casi, si assiste a un spontaneo ritorno alla normalità del tatuaggio dopo il parto, man mano che i tessuti recuperano il fisiologico tono cutaneo.
Tuttavia forti aumenti di peso agiscono come fattori di modifica permanente, rendendo lo stiramento dei tessuti e del disegno irreversibile. Per minimizzare questi effetti è fondamentale un’attenta cura della pelle: oli, creme elasticizzanti, idratazione e protezione solare aiutano a prevenire le smagliature e proteggono i colori dal deterioramento. Qualora rimangano inestetismi evidenti, a svezzamento completato e a cicatrici stabilizzate, molte donne valutano un tatuaggio per coprire le smagliature dopo il parto.
Realizzati iniettando l’inchiostro nel derma tramite aghi che penetrano la pelle centinaia di volte al minuto, i tatuaggi impiegano pigmenti che possono contenere metalli pesanti (come cadmio, cobalto e manganese) o formule sintetiche e vegane.
Durante la seduta, si ritiene che le molecole di inchiostro siano troppo grandi per passare nel circolo mammario e non si registra nessun effetto sul rapporto di allattamento o sulla produzione del latte. Tuttavia, le tossine e le reazioni avverse comportano rischi indiretti significativi.
Oltre ai pericoli di infezioni sistemiche (epatite, tetano, HIV) dovute ad aghi non sterili, le complicanze più comuni sono reazioni allergiche e infezioni locali da scorretta cura della ferita. Tali complicazioni diventano critiche nella fase di allattamento esclusivo e limiti nell’assunzione di farmaci, poiché la scelta di antibiotici o cortisonici idonei risulta fortemente ristretta per non danneggiare il lattante.
Per questo motivo, nonostante la presenza di rigidi protocolli sanitari (autoclave, monouso e norme ASL), si registra il rifiuto di alcuni tatuatori anche durante l’allattamento. Per tutelarsi a livello assicurativo e proteggere la salute della cliente, gli studi professionali richiedono liberatorie scritte per escludere gravidanze e lattazione in corso.
Si consiglia alle madri di attendere 9-12 mesi dopo il parto, quando il bambino non dipende più esclusivamente dal latte materno, prima di farsi un tatuaggio: rappresenta la scelta più sicura per consentire alla madre di completare il recupero fisiologico e ridurre a zero i rischi per il piccolo.
Nonostante l’alta percentuale di soddisfazione tra chi si tatua (92,2%), il 17,2% delle persone valuta la rimozione e il 3,3% riferisce complicanze. Tuttavia, quasi la metà degli intervistati non conosce le reali controindicazioni legate a questa pratica e oltre il 51% di chi riscontra problemi non si rivolge a un medico.
La rimozione del tatuaggio non può essere effettuata dal tatuatore, ma presso strutture sanitarie da personale medico. Il parere condiviso dalla comunità medico-scientifica (inclusi i dermatologi e le linee guida generali sulla sicurezza dei trattamenti estetici e medicali come quelli riportati dall’Istituto Superiore di Sanità) è di rimandare qualsiasi trattamento in gravidanza e allattamento.
La rimozione dei tatuaggi mediante l’uso del laser fa sì che il pigmento del tatuaggio si frantumi e si frammenta in particelle più piccole che vengono captate dal sistema immunitario e filtrate attraverso il fegato.
Il processo di rimozione è lungo e spesso richiede 8-10 sedute a distanza di 4-8 settimane l’una dall’altra. Può essere doloroso e tra gli effetti indesiderati di rilevanza sanitaria vi sono: alterazioni della pigmentazione (ipopigmentazione o iperpigmentazione), la formazione di croste e vescicole, l’eritema transitorio o il sanguinamento dei piccoli vasi sanguigni e dei capillari causati dai picchi energetici del laser.
Molti degli stessi rischi dei tatuaggi si applicano alla rimozione laser, tra cui infezioni dovute a cure postoperatorie non adeguate e la possibilità di una reazione allergica alle particelle di inchiostro “libere”.
In allattamento, non sono stati condotti studi sull’aumento della quantità di inchiostro rilasciata nel corpo della madre durante la rimozione laser, e non è noto se le particelle di inchiostro siano abbastanza piccole da entrare nel latte materno. Si consiglia alle madri di attendere il completamento dello svezzamento prima di sottoporsi alla rimozione laser dei tatuaggi.
Nel caso in cui il tatuaggio sia stato eseguito poco prima di scoprire la gravidanza o durante le prime settimane, è fondamentale accertarsi che la struttura abbia rispettato i più elevati standard igienico-sanitari
Qualora sussistano dubbi sul rispetto dei protocolli di igiene o sulle condizioni dello studio in cui è stata effettuata la procedura, è indispensabile informare tempestivamente il proprio ginecologo o medico curante per programmare gli esami ematici di screening per Epatite B, Epatite C, HIV e Sifilide.
L’American Pregnancy Association (APA) esprime precise linee guida per quanto riguarda l’esecuzione di tatuaggi temporanei e l’utilizzo dell’hennè durante il periodo della gestazione, al fine di tutelare la salute della madre e del nascituro. La valutazione dell’APA varia drasticamente in base alla tipologia di hennè utilizzato.
Gli hennè puri e naturali che colorano la pelle e i capelli di tonalità arancioni, rosse o marroni sono considerati sicuri per l’uso in gravidanza L’hennè naturale puro viene considerato sicuro. L’hennè nero (Black Henna) è assolutamente vietato in quanto contiene la para-fenilendiammina (PPD), una sostanza chimica che può causare gravi reazioni allergiche, dermatiti da contatto e complicanze.

Lavora come ostetrica negli ospedali bolognesi dal 2018 e conduce corsi di accompagnamento alla nascita. Dal 2020 è professoressa a contratto presso l’Università di Bologna, per il corso di Laurea in Ostetricia. Ha elaborato e coordinato un progetto, in collaborazione con l’Università di Bologna, di protezione e promozione dell’allattamento al seno, sostenendo a domicilio le mamme con difficoltà nell’avvio dell’allattamento.