L’anencefalia è una malformazione congenita rara e molto grave che appartiene al gruppo dei difetti del tubo neurale. Si può sviluppare nelle primissime settimane di gravidanza, spesso quando la donna non sa ancora di essere incinta.
Proprio per questo motivo, parlarne in modo chiaro e accessibile è fondamentale: per informare, ma soprattutto per prevenire e sostenere al meglio la coppia.
Si parla di anencefalo, anencefalia del feto o anencefalia grave quando si indica una condizione in cui non si sviluppano correttamente l’encefalo e le ossa del cranio. Per questo viene talvolta descritta come una situazione di “feto senza cervello”, anche se in realtà una piccola parte del sistema nervoso centrale, il tronco encefalico, può essere presente.
L’anencefalia è causata da un difetto congenito del tubo neurale, dovuto alla mancata chiusura di una struttura, chiamata neuroporo anteriore, tra il 23° e il 26° giorno dal concepimento. Questo evento comporta l’assenza totale o parziale della volta cranica, degli emisferi cerebrali e del cervelletto.
Il termine deriva dal greco e significa letteralmente “senza encefalo”. Si tratta di una condizione relativamente rara, che interessa circa 1 gravidanza su 1.000–2.000, colpisce le femmine più del doppio rispetto ai maschi e ha un’origine multifattoriale, con una combinazione di fattori ambientali, genetici e legati alla salute e allo stile di vita materno. Questa malformazione è particolarmente diffusa in alcune aree della Cina, in Messico, in Turchia e nelle isole britanniche, probabilmente per una combinazione di stili di vita alimentari e caratteristiche genetiche delle popolazioni native.
Per comprendere cosa sia l’anencefalia, bisogna partire dal tubo neurale, una struttura embrionale che si forma molto precocemente, tra il 17° e il 30° giorno dall’ultima ovulazione. Da questa struttura si originano il cervello e il midollo spinale, prima attraverso il processo di “neurulazione” (la placca neurale iniziale si ripiega e poi si chiude) formando un tubo cilindrico cavo. A questo punto il tubo, partendo dal centro, si chiude alle due estremità (neuropori), una anteriore da cui originerà il cervello e quella posteriore che formerà il midollo spinale.
Quando il tubo neurale non si chiude correttamente, si presentano i cosiddetti “difetti”, alcuni incompatibili con la vita, come l’anencefalia; altri, come il meningocele o la spina bifida, possono invece essere compatibili e, in alcuni casi, trattabili.
Nel corso del primo trimestre di gravidanza, ancor prima della diagnosi di anencefalia, si può osservare una progressione di eventi. Si rileva infatti l’acrania (assenza della volta cranica), che evolve in exencefalia (ossia la crescita del tessuto nervoso esternamente al cranio) e infine in anencefalia verso la fine del primo trimestre.
L’anencefalia, come detto, ha un’origine multifattoriale, ovvero non esiste una sola causa, ma una combinazione di fattori genetici, clinici, ambientali e comportamentali, che insieme influenzano la comparsa di mutazioni e lo sviluppo dell’organismo, a partire dal concepimento.
Il fattore di rischio principale e documentato è la carenza di acido folico, vitamina essenziale per la corretta divisione cellulare e lo sviluppo embrionale, essendo coinvolta nel processo di sintesi del DNA e nel corretto funzionamento del sistema nervoso. Un’adeguata assunzione, pari ad almeno 400 mcg (0.4 mg) al giorno, associata a una dieta sana, riduce il rischio di difetti del tubo neurale fino al 70%.
Altri fattori che possono aumentare il rischio di anencefalia includono:
Da un punto di vista clinico, l’anencefalia si presenta con caratteristiche riconoscibili: il volto del feto appare tipicamente schiacciato, con occhi sporgenti (esoftalmo), vi è un’assenza delle ossa croniche con esposizione del tessuto nervoso e, in alcuni casi ancora più gravi, può essere presente una palatoschisi.
Molte malformazioni e difetti congeniti associati all’anencefalia sono stati osservati grazie alle autopsie; nella maggior parte dei casi è stata riscontrata un’assenza delle ghiandole surrenali. Possono inoltre essere presenti difetti cardiaci, anomalie spinali, onfalocele (difetto della parete addominale) e displasie scheletriche (deficit nello sviluppo osseo e cartilagineo).
La diagnosi di anencefalia può avvenire già nel primo trimestre di gravidanza. Attraverso un’ecografia tra l’11^ e la 12^ settimana, infatti, si può osservare l’assenza della volta cranica e l’esposizione delle strutture cerebrali al liquido amniotico.
Nel primo trimestre è visibile il cosiddetto segno “a Mickey Mouse”, che successivamente evolve nel segno “a rana”, quando la struttura della testa è completamente appiattita dietro il volto e gli occhi sono sporgenti. Gli esami possono mostrare un aumento dei valori dell’alfa-fetoproteina (AFP), una glicoproteina prodotta dal fegato e dalla struttura del sacco vitellino, sia nel sangue (con il tri-test si rilevano i valori di AFP, beta-hCG ed estriolo non coniugato, i cui valori, se elevati, indicano un rischio di difetti del tubo neurale) sia nel liquido amniotico (con amniocentesi).
Solo in casi dubbi o in presenza di correlazioni con sindromi e altri difetti congeniti si può ricorrere a una diagnostica più avanzata, come la risonanza magnetica. Spesso è possibile osservare anche un accumulo eccessivo di liquido amniotico (polidramnios), dovuto alla ridotta deglutizione fetale.
La consulenza genetica riveste un ruolo molto importante nella prevenzione del rischio di anencefalia, come di altri difetti del tubo neurale, quando ci sono casi precedenti. La ricorrenza in questi casi ha percentuali bassissime (<5%), e viene sempre correlata alla multifattorialità e alla consistenza di più fattori di rischio. Questo è un passaggio importante per aiutare i genitori a comprendere la diagnosi e le implicazioni, a pianificare serenamente una gravidanza, migliorando dove possibile stili di vita, gestione delle patologie croniche materne e complicanze a esse correlate.
L’anencefalia, purtroppo, è una condizione incompatibile con la vita. Circa il 50% dei feti muore prima della nascita e, tra quelli che nascono vivi, la sopravvivenza è limitata a poche ore o giorni. Solo una minoranza dei bambini (circa il 32%) portati a termine nasce viva e con un supporto in terapia intensiva possono sopravvivere da una settimana a un massimo di 2 o 3 mesi. È riportato, tuttavia, in letteratura un caso di un bambino sopravvissuto con anencefalia fino a 28 mesi, nonostante l’assenza di funzioni neurologiche superiori e problemi respiratori.
Non esiste alcuna cura per l’anencefalia, nei casi di sopravvivenza l’assistenza è di tipo palliativo e ha come obiettivo quello di supportare nella forma più umana e indolore possibile il neonato. Le cure includono sempre idratazione, alimentazione e supporto respiratorio di base, oltre a cercare di contenere le frequenti infezioni respiratorie alle quali è particolarmente soggetto un nato anencefalico. Una rianimazione intensiva non è quasi mai un’opzione poiché non modifica la prognosi.
Ricevere una diagnosi di anencefalia è un’esperienza emotivamente molto difficile, perché pone i genitori di fronte a una scelta complessa: proseguire o interrompere la gravidanza, considerando l’elevato rischio di morte prenatale o nelle prime ore dopo la nascita.
Si tratta di una decisione profondamente personale, che richiede informazioni accurate e un adeguato supporto multidisciplinare. In queste situazioni, aspetti clinici, psicologici ed emotivi si intrecciano inevitabilmente, così come possono avere un peso importante le convinzioni religiose e le scelte etiche che la coppia sente più vicine alla propria sensibilità.
Il ruolo dei professionisti è accompagnare i genitori lungo questo percorso, offrendo sostegno clinico, psicologico e pratico, nel rispetto delle decisioni prese dalla coppia e senza atteggiamenti giudicanti.
La prevenzione dell’anencefalia e, in generale, dei difetti del tubo neurale, passa soprattutto attraverso l’assunzione di acido folico prima del concepimento e durante il primo trimestre di gravidanza. È stato infatti dimostrato che questa integrazione riduce in modo significativo il rischio di tali malformazioni.
Le linee guida raccomandano una dose di 0,4 mg al giorno per la popolazione generale e di 4-5 mg al giorno per le donne che hanno già avuto una gravidanza con difetti del tubo neurale. In questi casi, il dosaggio più elevato deve essere assunto sotto controllo medico e iniziato almeno un mese prima della ricerca della gravidanza.
In generale, è consigliabile iniziare la supplementazione almeno 1-3 mesi prima del concepimento e proseguirla fino alla 12ª settimana di gravidanza, associandola a una dieta ricca di folati. Ne sono fonte, ad esempio, le verdure a foglia verde, i legumi, gli agrumi, la frutta secca, il fegato, il pollo e il tuorlo d’uovo, anche se la cottura può ridurre parte del contenuto di folati degli alimenti.
Grazie alle campagne di informazione, al counselling preconcezionale e, in alcuni Paesi, all’arricchimento di acido folico in alcuni elementi (come i cereali), negli ultimi anni si è osservata a livello globale una significativa riduzione dei casi di anencefalia e degli altri difetti del tubo neurale.
Dopo una gravidanza in cui il feto presenta anencefalia, il rischio che la condizione si ripresenti in una successiva gravidanza è di circa il 3%; aumenta inoltre anche il rischio di altri difetti del tubo neurale, come la spina bifida.
Per questo motivo è consigliabile effettuare un consulto genetico prima di una nuova gravidanza, insieme a una corretta supplementazione di acido folico e a controlli precoci.
Si tratta di temi particolarmente delicati, perché legati a esperienze molto dolorose e a eventualità complesse. Per questo è fondamentale che i futuri genitori possano essere accompagnati con competenza, attenzione e sensibilità lungo tutto il percorso.