L’anoressia è una malattia psichiatrica complessa che coinvolge profondamente non solo il corpo, ma anche la mente e il funzionamento emotivo della persona. Rientra tra i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione e può avere conseguenze importanti sulla salute fisica, psicologica e relazionale. Nonostante la sua gravità, con un intervento tempestivo e un trattamento adeguato è possibile intraprendere un percorso di cura e di guarigione.
Riconoscere precocemente i segnali dell’anoressia è fondamentale, soprattutto in adolescenza, fase in cui il disturbo tende più frequentemente a manifestarsi. La consapevolezza non riguarda solo chi ne soffre direttamente, ma anche le persone attorno al soggetto coinvolto: genitori, familiari, insegnanti e amici. Intercettare i primi campanelli d’allarme permette infatti di attivare una richiesta di aiuto quanto prima possibile e di avviare un trattamento specialistico adeguato.
In questo articolo vedremo quindi nel dettaglio cos’è l’anoressia nervosa, quali sono i principali sintomi, le cause e i fattori di rischio, le conseguenze sulla salute e quali sono oggi i percorsi di cura più efficaci.
L’anoressia nervosa è un disturbo alimentare caratterizzato da una restrizione significativa dell’assunzione di cibo, accompagnata da una paura intensa e persistente di ingrassare. Chi soffre di anoressia tende a percepirsi come “troppo grasso” anche quando il peso corporeo è visibilmente al di sotto della norma, a causa di una marcata alterazione dell’immagine corporea.
Nel linguaggio comune si parla spesso di anoressia come sinonimo di mancanza di appetito, ma questa associazione è fuorviante. L’anoressia nervosa non è, infatti, una perdita di appetito: nella maggior parte dei casi la fame è presente, ma viene rigidamente controllata e negata, sottolineando come il nucleo del disturbo sia di tipo psicologico e non legato a un problema organico del senso di fame.
Dal punto di vista clinico, l’anoressia è considerata una vera e propria malattia psichiatrica, che rientra tra i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione. Non si tratta quindi di una “dieta portata all’estremo” o di una scelta volontaria, ma di una condizione complessa che coinvolge pensieri, emozioni, comportamenti e il modo in cui la persona costruisce la propria autostima.
Un elemento centrale dell’anoressia nervosa è infatti il forte legame tra peso corporeo, controllo e valore personale. Il numero sulla bilancia e la forma del corpo diventano criteri principali attraverso cui la persona valuta sé stessa, il proprio valore e il proprio senso di efficacia. Questo meccanismo contribuisce a mantenere il disturbo nel tempo, rendendo difficile riconoscerne la gravità e chiedere aiuto.
L’anoressia nervosa è tra i disturbi della nutrizione e dell’alimentazione più gravi e, nonostante non sia tra i più diffusi in assoluto, rappresenta comunque un problema di salute pubblica significativo, soprattutto tra adolescenti e giovani adulti.
Secondo i dati del Ministero della Salute, si stima che in Italia oltre 3 milioni di persone convivono con un disturbo del comportamento alimentare, tra cui anoressia, bulimia e binge eating disorder (disturbo da alimentazione incontrollata), una cifra che corrisponde a circa il 6% della popolazione complessiva. La maggioranza di queste persone sono donne, sebbene anche i casi maschili siano in aumento, soprattutto nella fascia adolescenziale.
Secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità, per quanto riguarda specificamente l’anoressia nervosa, si stima che colpisca circa l’1% della popolazione italiana, con oltre 540.000 casi, e che circa il 90% dei casi riguardi il sesso femminile.
L’età tipica di insorgenza dell’anoressia nervosa è tra i 15 e i 25 anni, con un picco frequente durante l’adolescenza. Tuttavia, sempre più casi vengono diagnosticati precocemente, anche in età giovanissima
I sintomi dell’anoressia più evidenti sono legati principalmente all’alimentazione e ai comportamenti quotidiani. È importante sottolineare che molti genitori e educatori non si rendono conto subito della gravità di un disturbo alimentare come l’anoressia, perché i segnali sono spesso nascosti o giustificati.
Un’altro campanello d’allarme è l’amenorrea. L’assenza di mestruazioni per almeno tre mesi di fila era, infatti, un criterio diagnostico fondamentale che con il DSM-5 (la quinta edizione del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) è stato rimosso (poiché non applicabile ai maschi e alle femmine che assumono contraccettivi o in menopausa), ma per i genitori rimane un segnale d’allarme fisico fondamentale.
Vediamo di seguito a cosa fare attenzione e quali sono i campanelli di allarme da tenere presenti. Se un adolescente mostra i segnali riportati di seguito, è fondamentale intervenire e attivare una richiesta di aiuto. A tal proposito, va specificato un aspetto importante: ciò che rende difficile il riconoscimento del disturbo è il fatto che spesso chi ne è affetto nega di avere un problema, motivo per cui il supporto e la sensibilità delle persone attorno possono fare la differenza nell’attivare un percorso di trattamento. Tra i segni a cui far attenzione troviamo:
In questi casi, è il momento di chiedere aiuto.
Ad esempio, Martina, una ragazza di 16 anni che si è ammalata di anoressia, ha iniziato a isolarsi gradualmente sempre di più. Prima di ammalarsi mangiava con la famiglia e parlava molto, riferiscono i genitori. Man mano ha iniziato a mangiare sempre meno, a saltare i pasti, e ora evita di andare a tavola con la famiglia (soprattutto la sera) e giustifica il suo comportamento dicendo che “non ha fame”.
È diventata più introversa e, quando la sua famiglia le chiede di mangiare, risponde con irritazione. Anche quando le preparano piatti che le piacciono, Martina rifiuta, dicendo che sono “troppo calorici”.
Un altro importante cambiamento riferito dai genitori è il fatto che Martina cammini moltissimo e si alleni intensamente, il che è diventato il suo principale modo di ”controllare” il suo corpo. Tutti questi segni hanno spinto i genitori a chiedere una consulenza, al fine di capire come attivare la richiesta di aiuto, dato che Martina ha sempre negato la presenza del disturbo minimizzando le preoccupazioni della mamma e del papà.
Dal punto di vista clinico, l’anoressia nervosa può presentarsi in forme diverse. Il DSM-5 distingue principalmente tra:
Anoressia e bulimia nervosa rientrano entrambe nei disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, ma presentano differenze importanti.
Nell’anoressia il nucleo centrale è la restrizione, il controllo e la perdita di peso, mentre nella bulimia prevale un ciclo di abbuffate ricorrenti e comportamenti compensatori, con un peso corporeo spesso nella norma.
Nell’adolescenza può accadere che il disturbo evolva nel tempo: alcune persone passano da una forma di anoressia restrittiva a quadri bulimici, soprattutto quando la restrizione diventa difficile da mantenere. Per questo motivo è fondamentale intercettare precocemente il disturbo e intervenire prima che si strutturi e si cronicizzi.
L’anoressia nervosa esordisce più frequentemente tra i 15 e i 19 anni, con un picco in adolescenza, fase particolarmente delicata per lo sviluppo dell’identità, dell’autostima e del rapporto con il corpo.
Negli adolescenti il disturbo può manifestarsi in modo più rapido e meno verbalizzato rispetto agli adulti, con una maggiore negazione del problema e una forte oppositività rispetto alle richieste di aiuto.
In età infantile e nella prima adolescenza si osservano talvolta forme di restrizione alimentare che non sono guidate dalla paura di ingrassare. In questi casi può trattarsi di ARFID (Disturbo Evitante-Restrittivo dell’Assunzione di Cibo), caratterizzato da evitamento del cibo per paura di soffocare, vomitare o per forte sensibilità alle caratteristiche sensoriali degli alimenti. A differenza dell’anoressia nervosa, nell’ARFID non è presente un’alterazione dell’immagine corporea.
È importante sottolineare che l’anoressia non riguarda solo le femmine. I casi di anoressia nei maschi sono in aumento, soprattutto tra gli adolescenti, e spesso risultano sotto-diagnosticati. Nei maschi il disturbo può manifestarsi con una maggiore focalizzazione su controllo, performance sportiva e composizione corporea.
Le cause dell’anoressia nervosa sono complesse e variano da persona a persona. Non c’è una causa unica, bensì diversi fattori di rischio che possono contribuire a creare un terreno fertile per l’insorgenza del disturbo. Tra questi troviamo:
Nel caso di Martina, ad esempio, l’insorgenza dell’anoressia è coincisa con l’inizio delle superiori, periodo in cui le sue compagne di classe avevano iniziato a parlare frequentemente di diete e corpi “perfetti” confrontandosi con modelli sociali proposti dai social media. Tale pressione sociale, unita a un episodio di bullismo subito a danza, hanno predisposto l’insorgere del disturbo.
Quando si riconoscono i sintomi dell’anoressia in un adolescente, il primo passo è parlare direttamente con il ragazzo o la ragazza utilizzando l’empatia. Mai giudicare, piuttosto occorre mostrare comprensione, tenendo sempre a mente che spesso, chi soffre di anoressia, non è consapevole del problema, o se lo è già, è troppo spaventato per affrontarlo da solo.
Consultare un medico è essenziale. Un professionista può valutare la situazione e indirizzare il ragazzo verso un trattamento specifico. L’approccio ideale è multidisciplinare, poiché include psicoterapia, supporto nutrizionale e, se necessario, un ricovero ospedaliero.
Il trattamento dell’anoressia richiede un lavoro complesso che coinvolge diverse figure professionali, tra cui psicoterapeuti, psichiatri, dietisti e/o nutrizionisti. La psicoterapia è spesso il trattamento principale, poiché aiuta la persona a comprendere e cambiare i pensieri distorti sul cibo e il corpo.
Nel caso di Martina, la terapia è stata fondamentale per aiutarla a riconoscere le sue paure e ossessioni legate al peso e alla figura corporea e per lavorare sull’elaborazione dei suoi vissuti traumatici. Insieme alla psicoterapia, Martina ha seguito sia un programma nutrizionale per riprendere peso e ristabilire un’alimentazione equilibrata
Sempre su indicazione della psichiatra, Martina ha inoltre seguito, per un periodo, un trattamento farmacologico che l’ha aiutata a ridurre l’impatto dei sintomi.
La famiglia ha un ruolo cruciale nel trattamento dell’anoressia. Un supporto dei caregivers costante, empatico e consapevole può fare la differenza nel massimizzare l’efficacia dei trattamenti, come indicato dal metodo Maudsley, sviluppato proprio per aiutare i genitori a prendersi cura di chi si è ammalato di un disturbo alimentare.
Il percorso terapeutico, infatti, non riguarda solo l’individuo, ma coinvolge anche chi gli sta vicino. Ecco perché è fondamentale, nel percorso di trattamento, inserire un programma di intervento di supporto ai caregivers stessi, allo scopo di trasmettergli strumenti utili per comprendere al meglio come sostenere e stare vicino all’adolescente con anoressia.
L’anoressia nervosa è una malattia complessa, ma curabile, soprattutto se riconosciuta e trattata precocemente. La guarigione non riguarda solo il recupero del peso, ma un profondo lavoro sul rapporto con il corpo, le emozioni e il valore personale. Chiedere aiuto è quindi il primo passo fondamentale verso la cura e la guarigione.