Cosa serve per fare un figlio? Flessibilità sul lavoro, reti di supporto e bussole educative

È quanto emerge da un sondaggio realizzato da Uppa su un campione di oltre 3 mila mamme e papà italiani: per oltre il 50% degli intervistati crescere oggi un figlio è più difficile di un tempo. Le cause? Disparità nei congedi parentali, mancanza di servizi e solitudine

Valerio Mammone , giornalista e direttore di ScuolaZoo
Famiglia gioca in casa

Negli ultimi 10-15 anni non c’è stato leader di partito o Presidente del Consiglio che non abbia parlato del declino demografico italiano con toni via via più cupi e apocalittici. Eppure, malgrado gli allarmi, i proclami e i miliardi di euro spesi in bonus bebè, bonus nido, premi alla nascita e assegni universali (ogni governo ha la sua ricetta e ogni ricetta un nome diverso), ogni anno l’Istat cancella il record negativo di nascite dell’anno precedente, fissandone uno nuovo.

Invertire un trend negativo che procede inesorabile dal 1993 non è semplice. Pensare di riuscirci continuando a distribuire piccoli bonus monetari, ribattezzati di volta in volta con un nome diverso, è quantomeno illusorio. Se i governi che si sono succeduti avessero consultato genitori e aspiranti tali avrebbero scoperto un universo di esigenze, alcune note da tempo, altre meno, e avrebbero potuto spendere meglio

Abbiamo proposto alla nostra community un sondaggio che ha proprio questo obiettivo: mappare gli ostacoli, i bisogni e le aspirazioni dei genitori, dando pari dignità tanto ai costi della genitorialità quanto alla sua componente affettiva, relazionale e sociale.  La risposta delle lettrici e dei lettori di Uppa è stata ampia e ricca di spunti: oltre 3 mila persone coinvolte, la maggior parte donne (90%) con un figlio (58%) o due (35%) di età compresa fra 1 e 6 anni (66%).

Una questione di soldi?

Per il 53% degli intervistati crescere un figlio oggi è più difficile che un tempo. Il fatto che gran parte dei fondi per sostenere la genitorialità sia stato speso, negli anni, in contributi economici diretti piuttosto che per migliorare i servizi o per affrontare l’ormai annosa questione dei congedi parentali, potrebbe far pensare che questa maggiore difficoltà percepita derivi principalmente dalle spese necessarie per crescere un figlio.

Eppure i dati raccontano altro: solo il 12,6% ritiene indispensabile ricevere più soldi dallo Stato e appena l’8,4% indicherebbe la riduzione dei costi dei figli come il problema prioritario da affrontare. Un risultato ancora più significativo se si considera che l’Italia è l’unico Paese dell’area OCSE in cui, negli ultimi 30 anni, i salari reali sono diminuiti invece di aumentare.

Vita da equilibrista

I cambiamenti invocati dai genitori, e da chi genitore vorrebbe diventarlo, si concentrano soprattutto su tre esigenze:

  • una maggiore flessibilità lavorativa, indicata come prioritaria dal 41% degli intervistati;
  • congedi più equi e più consistenti, richiesti dal 21% del campione;
  • la disponibilità dei servizi per l’infanzia, a partire dai nidi, considerati essenziali dal 19,4%.

L’assenza di queste tre condizioni ha un duplice effetto: da una parte complica la “logistica” familiare, comprimendo – fin quasi ad annullarlo – lo spazio quotidiano per la cura personale e la presenza fisica e affettiva di cui la famiglia ha bisogno. Dall’altra scoraggia le coppie che vorrebbero avere un figlio ma non riescono a immaginarlo dentro una vita fagocitata dal lavoro, spesso lontano dai propri luoghi d’origine.

Le conseguenze degli equilibrismi quotidiani sono varie e condivise: il 54% delle intervistate e degli intervistati avverte un carico mentale e organizzativo difficile da sostenere; il 41% non riesce a ritagliarsi uno spazio da dedicare a se stessa/o; il 39% ha difficoltà a conciliare lavoro e famiglia, il 23% soffre la mancanza di servizi di supporto e di un sostegno familiare. 

Per leggere correttamente questi dati bisogna ricordare che al questionario inviato da Uppa hanno risposto soprattutto donne (9 su 10). La composizione del campione può aver influenzato i risultati, portandoli a rispecchiare le note disparità di genere nella gestione del carico fisico e mentale di cura.

Dallo stesso questionario emergono anche segnali che vale la pena cogliere e approfondire: lo stesso campione ritiene infatti che i papà siano molto (71%) o un po’ (25%) più coinvolti nella cura quotidiana dei figli. Alla persistenza degli squilibri di genere, si affianca quindi una maggiore domanda di partecipazione maschile, che aziende e istituzioni si rifiutano di considerare e sostenere, relegando i papà al mero ruolo di lavoratori e garanti economici della famiglia. Lo dimostrano i 10 giorni di congedo parentale concessi agli uomini, ritenuti assolutamente insufficienti dall’85% degli intervistati e delle intervistate. 

Il bisogno di stare insieme

Dal sondaggio emerge con chiarezza un altro ostacolo alla genitorialità, forse il più difficile da affrontare: il senso di solitudine e disorientamento, acuito dai profondi cambiamenti che negli ultimi decenni hanno attraversato la società. La frammentazione delle reti familiari, la sovraesposizione al digitale di bambini e adolescenti, l’eccesso di informazioni, che confonde e contribuisce ad alimentare la pressione performativa sui genitori.

Nelle risposte aperte date da alcuni genitori si percepisce il bisogno di affrontare queste sfide insieme, di far parte di una società “presente ed educante” che abbia a cuore la crescita dei bambini e che – come ha scritto un genitore – «ci permetta di essere i genitori e le persone che vorremmo essere».

Articolo pubblicato il 21/04/2026 e aggiornato il 21/04/2026
Immagine in apertura Liderina / iStock

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