Marco ha 8 anni e da qualche mese non vuole più andare in piscina. Fino all’anno scorso era uno dei momenti che preferiva: si tuffava, rideva, faceva gare con gli altri bambini. Poi qualcosa è cambiato. Dice che non vuole più mettersi il costume, che si sente a disagio quando gli altri lo guardano e che non si riconosce nel suo corpo.
I genitori all’inizio pensano che sia solo una fase. Poi Marco comincia a dire che avrebbe voluto nascere femmina, che non si sente un maschio e che non sopporta più che lo chiamino con il suo nome. Non è un capriccio e non è nemmeno un gioco: è una sofferenza che non riesce a spiegare bene, ma che si nota ogni giorno di più.
La disforia di genere può cominciare proprio così: con piccoli segnali che all’inizio sembrano poco chiari e che con il tempo diventano sempre più evidenti. Per i genitori è spesso difficile capire cosa sta succedendo e soprattutto come comportarsi.
Con il termine disforia di genere si indica un disagio psicologico significativo che nasce dalla discrepanza tra identità di genere e sesso assegnato alla nascita (sesso biologico).. Non è quindi l’identità di genere in sé a essere considerata un problema, ma la sofferenza che può accompagnarla.
In passato si parlava di “disturbo dell’identità di genere”, una definizione oggi considerata superata perché suggeriva che fosse l’identità a essere patologica. Oggi si parla invece di disforia di genere proprio per sottolineare che il problema è il disagio.
Una persona può percepire in modo molto chiaro di appartenere a un genere diverso da quello assegnato alla nascita. Quando questa sensazione è stabile nel tempo e provoca sofferenza, ansia, vergogna o difficoltà nella vita quotidiana, si parla di disforia di genere.
Nei bambini il disagio non sempre viene espresso a parole. Spesso emerge attraverso comportamenti, rifiuti, tristezza improvvisa o difficoltà a stare con gli altri.
Vediamo ora la differenza tra incongruenza di genere, disforia di genere e varianza di genere. Non tutti i bambini che mostrano comportamenti non stereotipati hanno una disforia di genere. Per questo è importante distinguere tra questi concetti:
Un bambino che preferisce giochi considerati “da femmina” non ha necessariamente una disforia di genere. Quello che fa la differenza è la sofferenza.
Si è assistito a un’evoluzione della nomenclatura nel tempo verso una depatologizzazione.
Nel DSM-IV si parlava, come detto, di disturbo dell’identità di genere. Nel DSM-5 il termine è stato sostituito con disforia di genere, proprio per spostare l’attenzione dal concetto di malattia all’esperienza di disagio.
Nell’ICD-11, il sistema diagnostico dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si parla invece di incongruenza di genere, che non è più classificata tra i disturbi mentali.
Nel 2018, l’OMS ha ufficialmente deciso di non considerare più l’incongruenza di genere una malattia psichiatrica. Questo cambiamento non è solo formale: significa riconoscere che il problema non è l’identità di genere, ma la sofferenza che può accompagnarla.
Quando si parla di disforia di genere è facile fare confusione. In particolare tra questi termini:
Disforia di genere e orientamento sessuale non sono la stessa cosa. Una persona può avere disforia di genere ed essere eterosessuale, omosessuale o bisessuale. Confondere le due cose è uno degli errori più comuni.
Non tutte le persone con disforia di genere intraprendono un percorso medico o chirurgico. In tal caso si fa riferimento al termine transessualismo, oggi meno utilizzato, che evidenzia persone che desiderano modificare il proprio corpo per renderlo coerente con la propria identità.
Non esiste una causa unica. La disforia di genere è probabilmente il risultato dell’interazione tra fattori biologici, psicologici e ambientali. Alcuni studi suggeriscono che l’identità di genere possa essere influenzata da fattori genetici e ormonali (in particolare, si è studiato il ruolo degli ormoni durante la gravidanza, soprattutto degli androgeni), ma a tal proposito è bene sottolineare che, sebbene esistano correlazioni, non c’è ancora un nesso causale deterministico approvato all’unanimità dalla comunità scientifica.
Alcune condizioni endocrine, come la sindrome adrenogenitale o il deficit di 5-alfa-reduttasi, hanno mostrato che lo sviluppo dell’identità di genere può essere influenzato da fattori biologici, anche se questi casi sono relativamente rari.
L’identità di genere si sviluppa nel tempo e si costruisce anche attraverso le relazioni, l’ambiente familiare e il contesto sociale. Tuttavia non esistono prove che l’educazione dei genitori possa “causare” la disforia di genere (questa è una cosa importante da sottolineare, visto che molti genitori si sentono in colpa senza motivo).
In una piccola percentuale di casi la disforia di genere può essere associata a condizioni intersessuali o disordini dello sviluppo sessuale, ma nella maggior parte dei casi non è così.
I segnali della disforia di genere possono essere molto diversi a seconda dell’età.
Nei bambini piccoli il disagio non viene espresso con parole precise, ma attraverso comportamenti molto chiari:
È importante distinguere tra semplice curiosità e disagio reale. Molti bambini attraversano fasi in cui sperimentano ruoli diversi, e questo fa parte dello sviluppo normale. La pubertà è spesso il momento più difficile. I cambiamenti del corpo possono aumentare molto il disagio, soprattutto quando vengono percepiti come “sbagliati”. Molti ragazzi raccontano di sentirsi sempre più lontani dal proprio corpo in questa fase.
Negli adulti la disforia di genere può manifestarsi come sensazione persistente di essere nel corpo sbagliato, accompagnata da ansia, tristezza e difficoltà relazionali.
Non esiste un test che permetta di capire subito se un bambino ha una disforia di genere. La diagnosi si basa su una valutazione clinica approfondita.
Nel DSM-5 sono previsti criteri diversi per bambini e adulti, ma in entrambi i casi è fondamentale che sia presente una sofferenza clinicamente significativa.
Quando il disagio è persistente, è importante che la valutazione coinvolga più figure:
Questo permette di evitare diagnosi affrettate e di capire meglio la situazione.
Le stime sono molto variabili. La varianza di genere in età pediatrica può riguardare una percentuale non piccola di bambini, ma la disforia di genere vera e propria è molto meno frequente.
Negli ultimi anni si è osservato un aumento delle diagnosi, soprattutto tra gli adolescenti. Questo aumento non significa necessariamente che la disforia di genere sia più frequente: è probabile che oggi sia più facile parlarne e chiedere aiuto.
Uno degli aspetti più difficili da affrontare per i genitori riguarda la domanda: «Passerà oppure no?». Non esiste una risposta valida per tutti i bambini, ma la ricerca mostra che la situazione può evolvere in modi diversi.
Non tutti i bambini che mostrano segnali in età prescolare o nella scuola primaria mantengono la disforia di genere nel tempo. In molti casi il disagio si attenua durante la crescita o si trasforma in una semplice varianza di genere, cioè in un modo di essere meno legato agli stereotipi maschili o femminili.
Per questo si parla spesso di:
La pubertà rappresenta una fase decisiva. I cambiamenti del corpo rendono più chiara la percezione di sé e spesso aiutano a capire se si tratta di una difficoltà transitoria oppure di una disforia più stabile.
Esistono anche forme più lievi, in cui il bambino non rifiuta il proprio corpo ma mostra una forte preferenza per comportamenti associati all’altro sesso. In questi casi è ancora più importante evitare interpretazioni affrettate e lasciare spazio alla crescita.
La disforia di genere non riguarda solo il rapporto con il corpo, ma può influenzare in modo significativo il benessere emotivo.
Molti bambini e adolescenti con disforia di genere mostrano:
In alcuni casi possono comparire purtroppo anche comportamenti autolesionistici o pensieri suicidari. Non è l’identità di genere in sé a provocare queste difficoltà, ma spesso il senso di solitudine, la paura del giudizio e il rifiuto sociale.
Si parla di disforia di genere repressa quando il bambino percepisce che non può esprimere ciò che prova, e il disagio può diventare ancora più forte. Alcuni bambini smettono di parlare di ciò che sentono per paura di deludere i genitori o di essere presi in giro. In questi casi la sofferenza non scompare, ma rimane nascosta e può riemergere in adolescenza con maggiore intensità.
Negli ultimi anni si è parlato anche di disforia di genere a esordio rapido, soprattutto negli adolescenti. È un tema ancora molto discusso e non esiste un consenso scientifico chiaro. Quello che è certo è che l’adolescenza è una fase in cui l’identità personale cambia molto velocemente, e per questo è sempre necessaria una valutazione attenta e non affrettata.
In alcuni casi è importante distinguere la disforia di genere da altre condizioni che possono avere sintomi simili, come:
Questo non significa che le due cose non possano coesistere, ma che è importante capire bene cosa sta succedendo prima di prendere decisioni importanti.
Quando un bambino o un adolescente vive una disforia di genere, il primo passo non è quello medico, ma quello psicologico.
Il lavoro dello psicologo non consiste nel “convincere” il bambino di qualcosa, ma nel creare uno spazio sicuro in cui possa esprimere ciò che prova senza paura. Molto spesso i bambini hanno bisogno soprattutto di essere ascoltati.
La psicoterapia può aiutare a:
Il supporto dei genitori è uno dei fattori più importanti. Non è necessario avere subito tutte le risposte. Quello che conta è far sentire il bambino ascoltato e non giudicato.
Anche i genitori, però, possono avere bisogno di supporto: non è facile capire cosa fare quando si ha paura di sbagliare.
Molte famiglie si rivolgono inizialmente al pediatra, soprattutto quando i segnali compaiono nei primi anni di vita. Il pediatra ha un ruolo molto importante perché può aiutare i genitori a non interpretare tutto in modo allarmistico ma, allo stesso tempo, anche a non sottovalutare il disagio.
Quando il disagio è persistente, è utile rivolgersi a un centro specializzato in cui lavorano insieme psicologi, neuropsichiatri infantili, endocrinologi e psicoterapeuti.
Una valutazione multidisciplinare permette di evitare decisioni affrettate e di accompagnare il bambino in modo più sicuro.
Quando la disforia di genere è persistente e provoca sofferenza significativa, può essere avviato un percorso di affermazione di genere. Si tratta sempre di un percorso graduale, che richiede tempo e valutazioni attente.
Nei casi più complessi, e solo dopo una valutazione specialistica, possono essere utilizzati i bloccanti della pubertà. Servono a sospendere temporaneamente lo sviluppo puberale, dando al ragazzo o alla ragazza più tempo per comprendere meglio la propria identità.
Successivamente può essere presa in considerazione la terapia ormonale. Non è una decisione immediata e viene sempre accompagnata da una valutazione psicologica approfondita.
La chirurgia rappresenta una fase che riguarda soprattutto l’età adulta. Non tutte le persone con disforia di genere desiderano arrivare a questo punto.
La disforia di genere è una realtà complessa che riguarda non solo il corpo, ma anche l’identità, le emozioni e le relazioni. Nei bambini e negli adolescenti richiede ancora più attenzione, perché riguarda una fase in cui tutto è in trasformazione.
Per i genitori può essere difficile capire cosa fare e cosa dire. Non esiste una risposta giusta valida per tutti. Quello che conta davvero è non lasciare il bambino solo con la sua sofferenza e cercare un aiuto competente quando il disagio diventa importante.