Le parole e il senso della vita

Franco Panizon, pediatra e docente

Non c’è vita senza comunicazione: il linguaggio è uno strumento vitale per tutti gli esseri, a cominciare dai più semplici, che si riproducono per divisione, come i batteri o le amebe, le idre, i coralli, si mandano messaggi, molecole che indicano agli altri la presenza di un pericolo, o di una fonte di nutrimento, o di un modo per stare assieme, per costruire colonie.
Quando poi si tratta di esseri che devono accoppiarsi per riprodursi, il segnale diventa prepotente: il colore, il profumo, la forma dei fiori, la lanterna della lucciola che si accende e si spegne, il canto degli uccelli, il sapore del frutto: possiamo quasi dire che il messaggio contiene la natura stessa dell’essere, e che l’essere quasi si identifica col suo messaggio. L’effetto del messaggio (il profumo del fiore, il canto dell’uccello, il sapore del frutto ne sono lo strumento) va molto al di là della ricerca di un compagno: diventa il linguaggio stesso della terra, la bellezza della terra, la vita della terra. Sono stati i batteri a fare l’atmosfera, a regalarci l’ossigeno, sono le piante a regalarci bellezza, sapore e nutrimento: il loro linguaggio è il tessuto del mondo.

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Più su, nella scala dell’evoluzione

Ma via via che si sale nella scala dell’evoluzione, il messaggio per ricercare un compagno diventa sempre più complesso, perché il compagno va anche scelto, e anche le strategie di corteggiamento si fanno più complesse, fino a dimostrare di saper fare un nido, come per l’uccello tessitore, oppure a danzare, o a mostrare il segnale della bellezza, come gli occhi della coda del pavone. Veri linguaggi articolati in cui ogni mossa è seguita da un’altra mossa, e ogni danza diventa una danza a due e ogni ostentazione si fa reciproca. Linguaggi istintivi, scolpiti chissà come nel DNA delle specie e risvegliati dall’incontro, o dalla stagione, o dall’età, o da tutte le cose assieme.
E dove li mettiamo i segnali tra genitori e figli? Quei segnali che costringono i coccodrilli a trattenere in bocca per proteggerli i coccodrillini usciti dall’uovo, e che impediscono loro di mangiarseli; che costringono i passeri a rimpinzare di insetti il becco aperto dei loro nidiacei, i mammiferi ad allattare, l’aquila a insegnare agli aquilotti a sbranare le prede, e più tardi a inseguirle, che fanno sì che il pulcino appena nato segua la chioccia e la riconosca per sempre, che la gabbianella riconosca i genitori in mezzo a una colonia affollata e urlante. Quei segnali senza parole che i cuccioli dell’uomo appena nati lanciano alle loro mamme, iniziando un discorso più intenso di quello che sarà poi il loro discorrere a parole.

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La parola: principio e fine

E poi ci sono i segnali che tengono insieme i gruppi: la danza delle api per indicare il luogo del polline, la traccia delle formiche per segnare la via più breve per il cibo, i segni delle orecchie, della coda, degli occhi, dei denti o delle corna dei mammiferi per indicare o per richiedere sottomissione oppure potere, per guidare le mosse del branco.
Al di sopra di tutto questo c’è la parola, che arriva per ultima e che dà senso a tutto ciò che sta sulla terra, viene per ultima nella scala della evoluzione, ma per prima nella storia della creazione, perché in principium erat Verbum, perché è dalla parola, appunto, che nasce la vita, ma anche è la parola che dà un senso alla vita.

Articolo pubblicato il 24/06/2013 e aggiornato il 30/10/2019
Immagine in apertura Kenishirotie / iStock / Getty Images Plus

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