Parlare prima delle parole: la comunicazione con gesti e segni

Ci sono evidenze scientifiche dell’efficacia dei programmi di comunicazione attraverso gesti e segni con bambine e bambini molto piccoli? E ci sono controindicazioni al loro utilizzo?

Anna Rita Longo, Science writer
Bambino seduto sul seggiolone fa gesti

I programmi di comunicazione destinati a bambine e bambini, che permetterebbero loro di «parlare prima di aver imparato a parlare», sono ormai piuttosto noti e diffusi anche nel nostro Paese. Sviluppati un trentennio fa negli Stati Uniti con diverse caratteristiche e modalità, si rivolgono essenzialmente a bambine e bambini udenti al di sotto dei 2 anni e vengono presentati come ottimi strumenti per aumentare il benessere del bambino (che si sente più compreso) e dei genitori, rafforzando il loro legame affettivo, per facilitare l’apprendimento del linguaggio verbale e per stimolare lo sviluppo cognitivo. Nella comunicazione con i bambini si adoperano sia gesti simbolici sia veri e propri segni, mutuati, nel caso dell’Italia, dalla LIS (la Lingua dei segni italiana).

Come sottolineano gli enti che offrono servizi di apprendimento di queste forme di comunicazione, i benefici sarebbero provati da rigorosi studi scientifici. Da parte dei critici si sono invece sollevate obiezioni relative a un presunto ritardo nello sviluppo del linguaggio verbale collegato all’uso di questi programmi di comunicazione: si teme che bambine e bambini siano meno motivati a ricorrere alle parole perché si sentono già compresi con l’uso di gesti e segni. Un’altra frequente obiezione riguarda il carico di stress che tali metodi comporterebbero per il genitore coinvolto.

Per cercare di avere le idee più chiare, abbiamo preso in esame la letteratura in materia e consultato un’esperta.

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La letteratura scientifica

Chiediamoci, in primo luogo, se esistano prove scientifiche a sostegno delle affermazioni di chi promuove questi programmi di comunicazione. «Dobbiamo, innanzitutto, tenere presente che gli studi su questi metodi non sono molti. Si tratta di meno di una trentina di ricerche, dagli anni Ottanta del secolo scorso a oggi», ci ha detto Silvia Stefanini, dirigente psicologa presso l’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza nel distretto di Fidenza (AUSL Parma) e ricercatrice nel campo della comunicazione in età infantile, anche tramite segni e gesti. «Inoltre – sottolinea l’esperta – si tratta di studi di varia natura e condotti con metodi anche sostanzialmente differenti, quindi difficili da confrontare. Una valutazione complessiva risulta impossibile, perché i programmi adoperati sono molto diversi, così come le condizioni generali, per esempio la presenza o l’assenza di formazione preventiva riguardo alla modalità adoperata, oppure ci sono differenze relative alla tipologia e durata di questa formazione. In diversi casi le debolezze metodologiche sembrano particolarmente gravi: per esempio, l’assenza del gruppo di controllo, che è quello sul quale, in una ricerca, non viene eseguito un trattamento, in modo tale che il confronto possa far emergere con chiarezza che cosa avviene quando si applica un determinato programma e che cosa accade quando questo non viene impiegato».

In ogni caso, ricordiamo che per poter parlare di robusta evidenza scientifica c’è bisogno di una quantità di dati che, nel caso di questi programmi, non è ancora in nostro possesso. «Il complesso degli studi che abbiamo riguarda un numero limitato di soggetti», sottolinea, infatti, Stefanini.

Quello che sappiamo

Al di là dell’uso di queste forme di comunicazione, ci sono alcuni elementi relativi allo sviluppo tipico del bambino che possiamo ritenere acquisiti. «È noto da lungo tempo che bambine e bambini comunicano prima attraverso i gesti, accompagnati da vocalizzazioni più o meno modulate, e in seguito con le parole», ricorda Stefanini. Continua l’esperta: «Dapprima, a partire dagli 8-9 mesi circa (ma ciascuna bambina o ciascun bambino ha i suoi tempi) compaiono gesti come quello di indicare o richiedere un oggetto, che esprimono solo un’intenzione comunicativa, chiamati “deittici”. Poi, a partire dai 12-13 mesi compaiono anche gesti rappresentativi, con un vero e proprio significato, appreso magari nel corso del gioco o delle routine quotidiane. Un classico esempio può essere il fatto di aprire e chiudere la manina per dire “ciao”. Spesso i gesti derivano anche dalla manipolazione di oggetti eseguita o vista eseguire, come l’uso del cucchiaio o del telefono, ed entrano poi nella comunicazione con educatori e genitori anche in assenza dell’oggetto stesso. Gli studi ci dicono che l’esplosione della comunicazione gestuale si verifica intorno ai 16-20 mesi, anche come supporto a quella verbale; poi viene progressivamente sostituita dalle parole, senza mai scomparire del tutto, come peraltro è evidente nella comunicazione tra adulti». 

Le ricerche condotte si sono soffermate anche sul rapporto che intercorre tra gesto e parola: «Sappiamo, per esempio – continua Stefanini – che bambine e bambini tendono a imparare e usare prima le parole per le quali si è interiorizzata un’“esperienza motoria”. Per esempio, l’interiorizzazione del gesto che rappresenta l’atto di bere da un bicchiere può facilitare l’apprendimento della parola “acqua”, a esso collegata e ripetuta dall’adulto in risposta al gesto stesso». Ma individuare un preciso nesso causale è piuttosto difficile: «Bisogna sempre ricordare che la comunicazione è influenzata da molti fattori, tra cui la maggiore o minore attenzione del destinatario del messaggio. Un genitore che presta più attenzione ai segnali del figlio e ai suoi gesti, o che parla di più con lui, può avere un’influenza positiva sull’apprendimento del linguaggio, senza che si possa facilmente discriminare quale elemento abbia inciso in modo maggiore o minore».

D’altra parte, la continuità tra azione, gesto, segno e parola [1] come sistema unico e integrato emerge con chiarezza sempre maggiore dagli studi (per esempio, dalle ricerche condotte da Virginia Volterra).

Le rassegne di studi

Alcuni limiti di questi programmi sono stati evidenziati dalle revisioni degli studi che si sono susseguite nel tempo. Per esempio, Johnston e altri [2] , nel 2005, segnalavano come gli studi passati in rassegna fino a quel momento non supportassero l’idea di un effetto positivo dell’uso di gesti e segni sullo sviluppo del linguaggio, per via dei problemi nel metodo e per i risultati poco chiari. A conclusioni simili arriva una revisione del 2007, a cura di Paling [3] . Un’altra rassegna del 2012, a cura di Nelson e altri [4] , ha sottoposto a valutazione le affermazioni di alcuni siti sostenitori di questi programmi di comunicazione, relativamente ai loro presunti benefici, concludendo che non vi fossero sufficienti dati di buona qualità per fornire evidenza scientifica di tali risultati.

«Particolari debolezze emergono negli studi che illustrano vantaggi a lungo termine, per esempio quelli che esaminano presunti effetti sul linguaggio e lo sviluppo cognitivo, quoziente intellettivo incluso. Al momento non ci sono evidenze scientifiche a supporto di queste affermazioni: gli studi sono pochi e la rilevazione dei nessi causali diventa difficile in un panorama così complesso», sottolinea Stefanini.

Non ci sono controindicazioni

«D’altra parte, – continua l’esperta – non emergono controindicazioni all’uso di questi programmi. Per esempio, non bisogna temere che l’uso dei segni comporti un rallentamento nell’acquisizione del linguaggio verbale, perché il fatto di adoperare diversi canali comunicativi, ovvero la “concettualizzazione multimodale”, è un processo naturale e spontaneo che si osserva nelle bambine e nei bambini. Allo stesso modo, non vi sono nemmeno robuste evidenze a sostegno di un aumento dello stress nei genitori. Rafforzare la comunicazione gestuale da parte dell’adulto quando si rivolge al bambino, inoltre, è consigliato nelle situazioni di ritardo del linguaggio. Tra gli studi più interessanti ve ne sono alcuni che mostrano un miglioramento della comunicazione tra genitori e figli in momenti di routine che causano disagio [5] o in famiglie in situazione di svantaggio socio-economico [6] . In generale, una maggiore comprensione dei bisogni del bambino contribuisce a un aumento della serenità in ambedue le parti».

Nel 2011 l’American Academy of Pediatrics si è espressa a favore [7] dell’uso di questa forma di comunicazione sulla base delle esperienze di alcuni genitori e nidi, senza però che ciò smentisca la mancanza di un’adeguata evidenza scientifica. Pur con questi limiti, se bambini, genitori ed educatori mostrano di trovarsi a proprio agio con tale modalità di comunicazione, non sembrano esserci ragioni per evitarla, tenendo anche conto del fatto che adoperarla potrebbe comportare una maggiore attenzione ai segnali che provengono dai bambini, aumentando, anche se indirettamente, la reciproca comprensione.

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Anna Rita Longo

Divulgatrice scientifica, è socia effettiva e presidente della sezione pugliese del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) e membro del direttivo dell’associazione professionale di comunicatori della scienza SWIM. Scrive per diverse riviste cartacee e online, tra le quali Le Scienze, Mind, Uppa, Focus Scuola, Wired.it, Wonder Why, Scientificast.

Note
[1] Virginia Volterra, Maria Roccaforte, Alessio Di Renzo, Sabina Fontana, Descrivere la lingua dei segni italiana. Una prospettiva cognitiva e sociosemiotica, Il Mulino, 2019
[2] Cyne Johnston, Andrée Durieux-Smith e Kathleen Bloom, Teaching gestural signs to infants to advance child development: A review of the evidence, First Language, 25(2), 2005
[3] Jennifer Paling, Critical Review: Does Baby Sign Language have a Positive Affect on the Language Development of Typically Developing, Hearing Infants of Hearing Parents?, University of Western Ontario, 2007
[4] Lauri N. Nelson, Karl R. White e Jennifer Grewe, Evidence for Website Claims about the Benefits of Teaching Sign Language to Infants and Toddlers with Normal Hearing, Infant and Child Development, 21(5), 2012
[5] Haruka Konishi, Ashley Karsten e Claire D. Vallotton, Toddlers’ use of gesture and speech in service of emotion regulation during distressing routines, Infant Mental Health Journal, 39(6), 2018
[6] Claire D. Vallotton, Infant signs as intervention? Promoting symbolic gestures for preverbal children in low-income families supports responsive parent–child relationships, Early Childhood Research Quarterly, 27(3), 2012
[7] Laura A. Jana, Heading Home with your Newborn, American Academy of Pediatrics, 2015
Bibliografia
Articolo pubblicato il 24/02/2021 e aggiornato il 08/07/2021
Immagine in apertura gradyreese / iStock

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