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5 miti da sfatare su tecnologia e bambini

Smartphone, tablet e social network: molte delle teorie che circolano sono false, e alcune possono essere anche pericolose

Daniele Novara,
pedagogista
5 miti da sfatare su tecnologia e bambini

Ci sono alcune tematiche che influiscono pesantemente sull’approccio dei genitori alla tecnologia digitale: analizzerò le più diffuse, per denunciare quelle prive di fondamento.

#1: la tecnologia serve per imparare meglio

Questa convinzione serpeggia tra quei genitori che si rendono conto di essere ormai stati superati dai figli nelle competenze digitali. Non era mai accaduto prima o comunque si trattava di casi particolari: siamo di fronte alle prime generazioni che sviluppano un sapere senza che gli sia consegnato loro da chi li ha preceduti. Insegnanti ai quali sono gli allievi che insegnano. Questo crea disorientamento nei genitori e la convinzione che tutta questa abilità comporti capacità conoscitive superiori o, se non altro, potenzialità di apprendimento significative.

Ma non è così. Tutta l’enfasi posta, anche a livello universitario, sui nativi digitali, cosa vuol dire? Dobbiamo auspicare che i neonati nascano digitali? Dobbiamo pensare che il nostro futuro possa stare nelle mani di bambini che crescono appiccicati a videoschermi e che sanno programmare su una tastiera? Provate a esplorare le competenze di un nativo digitale bravissimo su tablet, videogiochi e quant’altro: resterete delusi. Quale effettivo vantaggio si avrebbe dal punto di vista dell’apprendimento? Pressoché nessuno. Diverse indagini dimostrano che se provate a chiedere a un ragazzo digitalmente abilissimo se intende dedicarsi professionalmente allo sviluppo della tecnologia informatica vi risponderà di no. Giocare a un videogioco non vuol dire essere più portato a sviluppare capacità logico-deduttive necessarie alla programmazione, anzi il videogioco non è una forma di apprendimento ma è una forma di distrazione.

#2: i social network sono strumenti relazionali

«Non voglio che mio figlio si senta escluso». Questa è una paura ricorrente nei genitori, soprattutto in coloro che, durante la propria infanzia, hanno vissuto sulla propria pelle forme più o meno intense di esclusione da un gruppo o da una dinamica relazionale sociale. Il problema è che questa convinzione ci porta a sdoganare strumenti pericolosi, senza realizzare quanto effettivamente siano poco efficaci dal punto di vista dell’acquisizione di competenze relazionali. In realtà chi passa tanto tempo sui social, chi ha molti amici virtuali, spesso è piuttosto isolato e solo nella realtà. Certo il digitale può essere un’opportunità di conoscenza del lontano, del diverso da noi, in particolare per soggetti timidi o con alcune difficoltà, ma è comunque sul fronte della realtà che si gioca davvero il piano della relazione.

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Fulvio Scaparro, noto psicoterapeuta milanese, afferma: «Non dobbiamo dimenticare che i ragazzi, a 13 anni, sono solo all’inizio della loro vita e benché grandi esperti di tecnologia sono ancora degli sprovveduti quanto a esperienza reale. Il punto è che hanno a disposizione strumenti potentissimi, attraverso i quali entrano in contatto con il mondo, ma con la modesta attrezzatura di vita di un tredicenne. Dietro la vetrina dei social possono far credere di essere ciò che non sono, possono compensare le fragilità con l’aggressività, atteggiarsi, distinguersi: il rapporto con sé stessi può essere falsato perché sono proiettati non sulla vita reale ma su un palcoscenico virtuale costituito da migliaia di sconosciuti». E, soprattutto, quella che poi fatica a svilupparsi è la capacità di affrontare le sfide della vita e il fallimento.

In realtà più tempo passi nelle relazioni virtuali, meno impari a gestire le difficoltà normali e quotidiane delle relazioni reali: il compagno che fa sempre il prepotente, il gruppo che ti esclude, la migliore amica che ti dice una bugia. Si sviluppa una estrema suscettibilità e un’incapacità ad accettare la contrarietà che può, più facilmente di quello che pensiamo, trasformarsi in violenza, nascosta dietro un’apparente intensità di relazione virtuale.

#3: mio figlio deve avere tutto quello che hanno gli altri

E magari anche un po’ di più. Molti genitori sono caduti in questa sorta di ricatto, anche affettivo, che in quest’epoca di crisi economica rivela tutta la sua insensatezza. «Deve avere tutto quello che hanno gli altri» senza eventualmente porsi il problema se tutto quello che hanno gli altri abbia una sua legittimità educativa o sia piuttosto semplicemente il cavalcare un’ondata consumistica di portata colossale. È una questione che molti genitori fanno fatica a gestire, magari ne hanno consapevolezza razionale, ma poi sul piano emotivo non sanno resistere.

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Forse varrebbe la pena focalizzarsi sui numeri: nel 2013 la Apple, solo una delle aziende leader nel settore, ha ricavato circa 38 miliardi di dollari dalle vendite in Europa. È un mercato con bilanci elevatissimi e di conseguenza con un marketing aggressivo: basti pensare che, nonostante appunto la crisi faccia registrare una diminuzione delle spese familiari su svariati fronti (ad esempio anche quello alimentare), il business dei dispositivi connessi alla rete Internet è in aumento, del 26% per gli smartphone e dell’86% per i tablet. E il target principale a cui si rivolgono le grandi aziende sono appunto i giovanissimi. Per ora sono stati colonizzati tutti i preadolescenti – difficile alle medie trovare classi dove ci sia ancora qualcuno senza smartphone –, ma il prossimo passo sono i bambini tra gli 8 e i 10 anni, già bersaglio di strategie di marketing.

Di fronte all’aggressività di queste strategie del mercato, diventa difficile per noi pedagogisti far sentire la nostra voce: su alcuni settimanali molto diffusi non è possibile, ad esempio, far pubblicare articoli controcorrente, dato che ormai varia editoria vive di introiti pubblicitari ed è poco disposta a correre rischi di riduzione di investimenti da parte delle aziende coinvolte.

#4: l’esperto ha detto che va bene

C’è sempre qualcuno che, con voce tonante e attraverso i media, può dimostrare ai genitori che va bene così: anche questo è un effetto del marketing e della pubblicità. Peccato che solo il tempo possa effettivamente rendere conto degli effetti e degli esiti di ciò che sta accadendo. Ricordo che negli anni Settanta era estremamente difficile ascoltare voci contro il nucleare civile, pochi “invasati antiprogressisti” si opponevano alle centrali nucleari. Oggi, fatti e dati alla mano, forse è possibile essere più obiettivi, e su molti fronti realizzare che non tutte le informazioni sono fondate e le conseguenze possono essere impensabili. Dovremmo aver imparato a riflettere un po’ di più e ad agire in modo consapevole. Dovremmo.

Sta di fatto che ci ritroviamo oggi con bambini sui 9 anni, quarta classe della scuola primaria, che dispongono di un dispositivo che non possiamo più neanche chiamare telefonico, tutt’altro: possono accedere a Internet, usare la posta elettronica, chattare su WhatsApp e disporre di un profilo Facebook.

Cosa se ne fa un bambino di tutto questo? È davvero utile? A che cosa? Per avere WhatsApp devi avere Internet e quindi in automatico puoi accedere a Internet dallo smartphone, sul quale non è possibile mettere filtri come sul PC. Bisogna accettare che mentre nostro figlio utilizza un social per restare in contatto con i suoi gruppi di amici, abbia anche la possibilità di finire su un sito pornografico, di vedere esseri umani che sgozzano altri esseri umani, o di essere agganciato da qualche soggetto equivoco che fa proposte equivoche a chiunque gli capiti sottomano.

#5: l’illusione del controllo

L’ultima difficoltà dei genitori nel gestire l’universo digitale nasce dalla convinzione che tutto questo universo sia comunque controllabile dagli adulti. Non è così. Anzitutto i ragazzi tendono a non utilizzare il cellulare come dispositivo telefonico ma prevalentemente per tutte le altre funzioni, sulle quali la possibilità di controllo dei genitori è davvero molto, molto scarsa. Spesso i figli non rispondono proprio al telefono!

I dati dimostrano che le applicazioni che consentono l’accesso a Internet (YouTube, Instagram, iTunes o i diversi social) sono le più utilizzate, seguite dai videogiochi e dalla navigazione. La fruizione della rete e delle sue potenzialità aumenta con l’aumentare dell’età e non sempre in modo corretto: un recentissimo dato, proprio su WhatsApp, ha messo in luce che, almeno un gruppo su tre di ragazzini tra la quinta elementare e la seconda media si è formato come gruppo che agisce contro qualcun altro. Da questo punto di vista anche la polizia postale, che pur presidia le scuole diffondendo informazioni in incontri e conferenze, ha scarse possibilità di bloccare o limitare i danni.

L’idea di risolvere i problemi che la fruizione del digitale pone attraverso l’informazione, la vicinanza e il controllo adulto si è rivelata inefficace. Tra le strategie più discutibili poi, decisamente equivoca e ambigua dal punto di vista educativo, annovero la convinzione che gli adulti debbano condividere la tecnologia con i figli. Sembra che, attraverso la loro vicinanza, i figli possano da un lato sentirsi protetti e dall’altro essere tutelati dai contenuti più osceni e più pericolosi. Ritengo che si tratti piuttosto di un’esortazione consolatoria, a uso di chi non vuole affrontare seriamente quello che sta succedendo e assumersi responsabilità educative.

Le controindicazioni sono evidenti: una nasce dall’osservazione banale che è impensabile che un adulto riesca a controllare, anche solo temporalmente, l’accesso alla rete del figlio. Se consideriamo che un adolescente resta connesso mediamente 2-3 ore al giorno, ci rendiamo conto che nessun genitore può avere a disposizione nella sua giornata tutto quel tempo. E poi c’è un’importante questione di merito: qual è il vantaggio di giocare assieme alla PlayStation, di stare assieme su Facebook, di caricare insieme immagini su Instagram? Nessuno, piuttosto c’è uno svantaggio decisamente maggiore, perché così facendo si genera una sorta di equivalenza relazionale e l’adulto rischia di perdere il proprio specifico ruolo educativo. Per educare serve distanza di posizionamento, non una relazione orizzontale né tantomeno amicale.

È veramente imbarazzante quando a volte mi capita di leggere, per motivi professionali, qualche scambio via chat tra una mamma e il figlio preadolescente o addirittura tra genitori e bambini. Certe volte è davvero difficile capire chi sia l’adulto! Il linguaggio tecnologico stempera i ruoli creando una sorta di uniformità, di equivalenza verso il basso, e sottraendo l’autorità necessaria a svolgere il ruolo educativo.

Pubblicato il 09.02.2016 e aggiornato il 12.06.2018