Bambini aggressivi: meglio educare che punire

Imparare a "litigare bene" consente di negoziare e mediare tra quello che si vuole e quello che vogliono gli altri

Daniele Novara, pedagogista

Incontro spesso genitori e insegnanti che mi espongono le loro problematiche legate ai bambini aggressivi a scuola: «Non è possibile gestire la situazione: nei momenti più imprevedibili si alza e fa quello che vuole lui. Provoca i compagni, lancia gomme, disturba, finché qualcuno non ce la fa più e gli risponde male, oppure noi lo mettiamo in punizione. A quel punto si scatena la rissa e qualche volta un calcio arriva anche a noi. Non sappiamo più cosa fare, e la famiglia secondo noi fa finta di niente!».

Oppure: «Continuano a dirci che nostro figlio è manesco, che risponde male e che picchia i compagni. Ma cosa possiamo fare? Non siamo a scuola, non possiamo gestirlo mentre è in classe! Passa i pomeriggi in punizione perché ogni giorno esce con una nota o con la maestra che ci fa chiamare all’uscita e sconsolata ci fa l’elenco di quello che ha combinato. Non possiamo continuare così! A casa non si comporta in quel modo, forse sbagliano qualcosa loro».

La coesione educativa

Per avere successo in un intervento educativo è fondamentale la coesione tra le figure adulte: è necessario che genitori e insegnanti si parlino e cerchino insieme di osservare quello che accade da una prospettiva pedagogica. Quasi sempre non è il bambino ad avere il problema (a meno che, chiaramente, non vi siano riscontri patologici oggettivi) ma è il mondo adulto con cui si relaziona. Di fronte a un bambino aggressivo, la domanda che gli adulti devono porsi è: come aiutarlo a tirar fuori tutte le risorse che gli mancano, come è normale che sia durante l’età evolutiva, per essere in grado di gestire le relazioni con i coetanei in modo adeguato?

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Per fare questo, è importante istituire momenti di discussione e confronto e imparare a gestire il conflitto interpersonale tra genitori e insegnanti: definire un patto educativo (alcune regole chiare, i contenuti delle comunicazioni, un accordo sulle modalità di intervento in situazioni critiche), riconoscere e rispettare i ruoli reciproci, discutere e affrontare le difficoltà. Poi c’è un altro elemento importante che può essere utilizzato per aiutare il bambino a gestire le proprie relazioni: il litigio.

Il diritto dei bambini a litigare bene

Litigare è un’occasione fondamentale per imparare a limitare e a gestire l’aggressività. Da alcuni anni mi occupo di litigio infantile e ho sviluppato un metodo maieutico, Litigare Bene. Il metodo prevede quattro passaggi ed è stato testato nella prima ricerca pedagogica sperimentale a livello internazionale, realizzata in alcune scuole dell’infanzia e primarie di Torino e provincia, su un campione di 466 bambini e 39 insegnanti. I dati ottenuti hanno confermato che imparare dai litigi è possibile e che non solo i bambini giudicati aggressivi ne traggono giovamento, ma che la classe intera modifica in meglio le sue dinamiche interne. In cosa consiste il metodo?

L’educatore deve astenersi dal cercare il colpevole e non deve fornire una soluzione, ma deve indurre i bambini a parlare tra loro del litigio facendo in modo che trovino da soli un accordo. È fondamentale lasciare che i bambini vivano l’esperienza del litigio come qualcosa di normale e positivo e che, diversamente dal solito, l’adulto non intervenga a sgridare, dare torto o ragione, ma incentivi il confronto, lasciando che i bambini parlino tra di loro anche e soprattutto quando sono molto arrabbiati. Non importa che quello che dicono sia più o meno aderente alla realtà, ma che ognuno ascolti il punto di vista dell’altro. Parlarsi aiuta a lasciar emergere e decantare le emozioni e aiuta a trovare un accordo soddisfacente per entrambe le parti. Questo aspetto per un bambino aggressivo è molto importante: solitamente fatica a gestire la propria emotività e reagisce piuttosto su base istintuale, nel tentativo di eliminare l’ostacolo che il coetaneo oppone ai suoi desideri.

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Imparare la negoziazione

Litigare bene consente d’imparare l’arte della negoziazione: mediare tra quello che voglio io e quello che vogliono gli altri. Il bambino che non è abituato a confrontarsi nel rispetto, non sperimenta mai la possibilità di armonizzare i propri bisogni con quelli degli altri, così svilupperà suscettibilità, permalosità e incapacità di interagire in modo costruttivo con la realtà, rischiando di diventare sempre più aggressivo.

Un altro aspetto importante riguarda il decentramento. Non c’è niente di meglio che saper vedere il mondo da diversi punti di vista. I bambini hanno una dotazione enorme di plasticità, sanno adattarsi alle situazioni nuove, riorganizzandole nella propria esperienza, però, allo stesso tempo, hanno un pensiero fortemente dicotomico: o è tutto bianco o è tutto nero. Aiutarli a scoprire che la realtà può assumere numerose sfaccettature, favorisce la capacità di cogliere l’articolazione delle posizioni altrui e le sfumature.

C’è poi l’ultimo aspetto da considerare, la cosiddetta capacità creativo divergente. Spesso gli adulti temono che il litigio infantile sia origine di ingiustizie: che qualcuno fra i bambini subisca la prepotenza degli altri. Questo avviene specialmente nella condivisione degli oggetti, dei giocattoli, degli amici. Ma se è vero che spesso nei litigi in cui ci si contende qualcosa, uno dei due bambini cede, è riduttivo pensare che quello apparentemente più debole stia subendo la situazione. Abbandonare il campo non significa necessariamente cedere: spesso vuol dire che si è capaci di riconoscere un ostacolo e attivare un pensiero che ci porta a qualcosa d’altro, attivando appunto una capacità “creativa divergente”.

Solitamente il bambino aggressivo è considerato quello prepotente, il più forte. Ma non è così. È in realtà quello che ha meno competenze dal punto di vista creativo e fatica a individuare soluzioni alternative alle proprie modalità di interazione con gli altri. Dargli fiducia, permettergli di litigare invece di bloccare e punire il suo comportamento, sostenerlo nel confronto con gli altri significa dargli la possibilità di imparare a sviluppare competenze relazionali e sociali importanti per il suo futuro.

Articolo pubblicato il 05/11/2015 e aggiornato il 29/11/2019
Immagine in apertura marcogarrincha / Shutterstock.com

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