Come educare bambini altruisti?

Riflettere sulle emozioni attraverso le storie aiuta bambine e bambini a costruire la propria capacità di comprendere e confortare gli altri

Anna Rita Longo, Science writer
Due bambini piccoli che si abbracciano

Riconoscere i sentimenti degli altri, stare loro vicini, compiere gesti che possano essere di conforto in situazioni di sofferenza: si tratta di capacità importantissime per la vita di relazione, che contribuiscono a rendere i rapporti sociali più sereni e costruttivi, aumentando il benessere di tutte le persone. Sono abilità fondamentali, che gli esseri umani imparano a costruire nel corso di tutta la vita e che fanno parte di un insieme di comportamenti, definiti “prosociali”, oggetto di numerosi studi da parte della psicologia dello sviluppo e dell’apprendimento.

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Il comportamento prosociale

Con questa definizione gli psicologi indicano quei comportamenti che contribuiscono al benessere altrui, senza che ci si aspetti un diretto e immediato beneficio personale. Naturalmente, far stare bene gli altri e promuovere relazioni positive, così come prevenire e stemperare i conflitti, aumenta il senso di benessere dell’intero gruppo sociale e quindi, di riflesso, anche quello delle singole persone. In un precedente articolo, indicavamo le abilità prosociali come competenze da promuovere anche a scuola, all’interno di un progetto che ripensi l’educazione scolastica dalle fondamenta. Uno studio recente dell’Università di Milano-Bicocca offre alcuni spunti interessanti su come favorire queste attitudini fin dalla prima infanzia [1] .

La ricerca

Lo studio è stato condotto da un gruppo di ricerca del Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione “R. Massa”, composto da Elisa Brazzelli, Ilaria Grazzani e Alessandro Pepe, che hanno messo a punto un programma chiamato TEPP – Toddler Empathy and Prosociality Program (Programma per l’empatia e la prosocialità del bambino o bambina). Lo studio ha coinvolto 142 bambine e bambini frequentanti dieci nidi di province lombarde, di età compresa tra i 21 e i 36 mesi, e i loro genitori, che hanno compilato dei questionari sulla base delle loro osservazioni.

In una prima fase, di pre-test, sono stati raccolti i dati relativi alla situazione di partenza, con la somministrazione di prove ai bambini e di questionari ai genitori. La fase di intervento, durata circa due mesi, si è svolta in piccoli gruppi ed è stata condotta dalle educatrici con il coordinamento dei ricercatori. A bambine e bambini sono state lette delle storie in cui comparivano comportamenti prosociali, e alla lettura sono seguite attività differenziate: un primo gruppo è stato coinvolto in conversazioni sulle emozioni e i comportamenti prosociali dei protagonisti delle storie narrate; un secondo gruppo ha parlato degli stati fisici e delle azioni concrete raccontati nelle storie, e, infine, un terzo gruppo si è dedicato al gioco libero. Nella fase finale, di post-test, sono state rivalutate, nei bambini dei tre gruppi, le stesse competenze misurate durante il pre-test.

La conversazione sulle emozioni

Risultati significativi nel miglioramento delle abilità prosociali si sono registrati in bambine e bambini del primo gruppo, che sono stati guidati a parlare delle emozioni e dei comportamenti “altruisti” a partire dalle storie che avevano ascoltato. Sia dai questionari compilati dai genitori sia dai compiti sperimentali in cui sono stati coinvolti i piccoli, emergeva chiaramente un affinamento della competenza in questo tipo di comportamenti. Per esempio, erano diventati più attenti alle emozioni degli altri bambini, assumevano più spesso atteggiamenti di partecipazione emotiva, condividevano più volentieri materiale e giochi o erano più predisposti a consolare o confortare gli altri.

Raccontare e raccontarsi

Sottolinea Elisa Brazzelli: «Le ricerche ci mostrano come la capacità di aiutare gli altri contribuisca al benessere psicologico e, al contempo, alla creazione di relazioni sociali soddisfacenti. Promuovere le competenze empatiche e prosociali fin dalla prima infanzia permette, infatti, ai bambini di acquisire una miglior comprensione del punto di vista dell’altro e di sperimentare modalità efficaci per rispondere ai bisogni altrui, offrendo aiuto, condivisione e consolazione».

Come hanno messo in luce i ricercatori, è quindi possibile promuovere anche nei più piccoli questa tipologia di comportamenti, attraverso due strumenti semplici, economici e antichissimi: la narrazione e la conversazione. Gli esseri umani usano da sempre la narrazione di storie come mezzo per trasmettersi contenuti culturali e come strumento pedagogico. I genitori conoscono bene il valore delle storie per accompagnare bambini e bambine nell’esplorazione del mondo attraverso l’immedesimazione in diversi personaggi. Questa ricerca mette in evidenza quanto sia importante una cosa che tanti educatori e genitori fanno da sempre mentre leggono o raccontano una storia ai bambini: parlare con loro, sollecitare riflessioni e facilitare il racconto di sé, del proprio vissuto e delle relazioni con gli altri attraverso i protagonisti della fiaba. Riflettere sulle proprie emozioni aiuta a comprendere quelle degli altri ed è una delle tante abilità che la narrativa aiuta a consolidare.

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Anna Rita Longo

Divulgatrice scientifica, è socia effettiva e presidente della sezione pugliese del CICAP (Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze) e membro del direttivo dell’associazione professionale di comunicatori della scienza SWIM. Scrive per diverse riviste cartacee e online, tra le quali Le Scienze, Mind, Uppa, Focus Scuola, Wired.it, Wonder Why, Scientificast.

Note
[1] E. Brazzelli, I. Grazzani e A. Pepe, Promoting prosocial behavior in toddlerhood: A conversation-based intervention at nursery, «Journal of Experimental Child Psychology», 204, 2021
Bibliografia
Articolo pubblicato il 03/02/2021 e aggiornato il 08/07/2021
Immagine in apertura FatCamera / iStock

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