Smontare gli stereotipi: come guardare i classici per l’infanzia, oggi

Come fare quando i classici per l’infanzia contengono stereotipi o rappresentazioni problematiche della realtà? Una soluzione è educare i bambini a uno sguardo critico

Cosimo Di Bari, pedagogista
Una bambina gioca con il suo papà e sono entrambi travesti da re protagonisti dei classici per l'infanzia

Dopo i provvedimenti annunciati nell’ottobre 2020, nel gennaio scorso Disney ha stabilito di escludere dalla sezione kids della propria piattaforma online alcuni suoi film, sconsigliandone la visione ai bambini minori di 7 anni. I maggiori di 7 anni potranno guardarli, ma dopo aver letto una chiara avvertenza: «Questo programma include rappresentazioni negative e/o denigra popolazioni o culture. Questi stereotipi erano sbagliati allora e lo sono adesso. Piuttosto che rimuovere il contenuto, vogliamo riconoscerne l’impatto dannoso, imparare da esso e stimolare il dibattito per creare insieme un futuro più inclusivo».

Il messaggio, dal punto di vista pedagogico, rappresenta una svolta epocale: un produttore televisivo e cinematografico – e un produttore pienamente immerso nelle logiche del “mercato”, al punto da avere un ruolo dominante – prende posizione sugli effetti potenzialmente negativi dei propri contenuti e, nel fare apertamente autocritica, lancia un monito sulla necessità di promuovere una riflessione, soprattutto a partire dai 7 anni, che sia guidata dagli adulti, in particolare da insegnanti e genitori.

Questa decisione si inserisce pienamente nella missione di comprendere e valorizzare le differenze, una missione che Disney porta avanti ormai da più di un decennio, anche grazie alla collaborazione con Pixar. Risulta infatti evidente la sensibilità con cui la differenza viene trattata nei cortometraggi (le differenze generazionali di La Luna o quelle “esistenziali” di Day and Night o, ancora, quelle di aspetto fisico di For the Birds), nei film di animazione (su tutti Alla ricerca di Nemo, con la pinna atrofica del protagonista) e perfino nelle serie prodotte per la TV (Vampirina è piena di messaggi interculturali).

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Alla ricerca degli stereotipi

Agli occhi del genitore, spesso cresciuto guardando Dumbo, Gli Aristogatti o Peter Pan (per citare i tre film di animazione “segnalati” dalla stessa Disney), il provvedimento può sembrare paradossale. Quei racconti, infatti, possono essere considerati di qualità, soprattutto rispetto ai contenuti che offrono molti canali televisivi generalisti: la scelta di selezionare film di animazione “tradizionali”, privi di pubblicità e di contenuti violenti, è frequente tra i genitori che vogliono favorire la fruizione dello schermo mettendo però i figli al riparo da scene inadeguate e offrendo loro storie conosciute e rassicuranti. 

Le analisi pedagogiche, tuttavia, hanno sottolineato come proprio questi film, spesso, siano intrisi di stereotipi che, oltre a rappresentare la realtà, la caratterizzano. Peraltro, per quanto sia rilevante l’autocritica sul mancato rispetto nei confronti della comunità afroamericana e di altre minoranze, è singolare che sul sito ufficiale Disney nel quale è stato annunciato il provvedimento non si faccia alcun riferimento agli stereotipi di genere. Sono stati questi ultimi, infatti, a finire di frequente sotto accusa nella ricerca pedagogica: l’immagine della donna (e in particolare delle principesse) veicolata da molte narrazioni Disney è l’esito di un’epoca in cui le battaglie sui temi del genere ancora non erano state combattute, o ancora non erano state recepite. Una ricerca condotta da Sarah Coyne nel 2016 testimonia come l’alta esposizione alle narrazioni Disney possa essere messa in correlazione con lo sviluppo di stereotipi di genere, tanto nelle bambine quanto nei bambini [1] . In quelle pellicole si tende spesso a identificare la bellezza (e uno specifico canone di bellezza) come il valore più alto per una ragazza e, così, quell’immagine di principessa ha finito spesso per rappresentare un modello cui aspirare. 

In linea con la scelta annunciata nel gennaio scorso, anche i film di animazione usciti negli ultimi anni in collaborazione con Pixar hanno comunque evidenziato una netta inversione di tendenza sui modelli di ragazza: si pensi a narrazioni come Ribelle – The Brave o Frozen, che mostrano ragazze più intraprendenti e divergenti rispetto ai modelli stereotipati del passato.

Il ruolo dei genitori 

Se, forse, l’intento principale di Disney è quello di tutelare la propria immagine (e dunque di consolidare la propria posizione sul mercato: un po’ come le aziende che producono alcolici e invitano nei loro spot a «bere responsabilmente»), il messaggio può essere un “assist” prezioso per l’educazione alla genitorialità. Uno dei messaggi più significativi di questa scelta, infatti, sta nell’invito che – implicitamente, ma non troppo – Disney rivolge ai genitori: i film di animazione (e qualsiasi altro medium) non sono pensati per essere fruiti in autonomia da parte dei bambini di età inferiore ai 7 anni. Piuttosto, dovrebbero rappresentare uno stimolo per cercare di capire, favorendo riflessioni via via sempre più critiche con l’aumento dell’età. 

Senza colpevolizzare eccessivamente la televisione, il cinema o le nuove tecnologie, va detto che tutti i testi per l’infanzia possono essere messi sotto la lente di ingrandimento. Perfino libri che sono riconosciuti ancora oggi come capolavori, e che sono insigniti di prestigiosi premi, contengono spesso messaggi impliciti poco rispettosi delle differenze o risultano densi di stereotipi sessisti: si pensi a quanto è comune vedere la madre rappresentata con il grembiule a occuparsi delle faccende domestiche, mentre il padre è seduto sul divano a leggere il giornale.

Spunti pratici: dalla selezione alla visione critica

Se certamente è importante selezionare contenuti che rispettino e tutelino le differenze, è bene però ricordare come, specialmente per alcuni classici della narrazione, sia possibile pensare anche a forme di fruizione critica

La Media Education (che aspira a promuovere in bambini e ragazzi un uso consapevole e creativo dei media) e la “pedagogia della differenza[2] suggeriscono alcune strategie che possono guidare il lettore o lo spettatore a padroneggiare meglio i contenuti e le forme mediatiche e, al contempo, aiutarlo a rivolgersi con rispetto e responsabilità alle tante differenze che ci circondano.  

Se, almeno fino ai 5 anni, è auspicabile che l’adulto proponga contenuti di qualità e privi di stereotipi, successivamente, se non si vuole rinunciare ai classici, i genitori potrebbero impostare un percorso un percorso di riflessione critica coi figli. 

Ecco alcuni spunti di attività, che andranno ovviamente calibrate in base all’età del giovane spettatore:

1) La visione di un film o la lettura di un libro non vanno considerate come obiettivi finali, ma possono essere il “pre-testo” per favorire ulteriori attività che le colleghino a esperienze concrete vissute dal bambino: si può pensare insieme a lui ai personaggi più significativi (o più simpatici) del film appena visto, e costruire un “identikit” dei protagonisti che non si riferisca solo all’aspetto fisico, ma anche ai tratti caratteriali e comportamentali; è possibile inoltre riflettere sui luoghi e sulle azioni, provando a riconoscere la presenza di stereotipi.

2) Si possono favorire riflessioni su come l’Altro viene rappresentato nella narrazione: a partire dall’aspetto fisico (si pensi ai “Pellerossa” di Peter Pan, oppure al gatto siamese degli Aristogatti), o da quello psicologico o, ancora, dalle abitudini culturali. Se la rappresentazione è fortemente connotata da stereotipi, il genitore può stimolare il bambino a esprimere il proprio punto di vista, e insieme si possono provare a identificare le generalizzazioni e banalizzazioni delle differenze, smontando eventuali pregiudizi.

3) È utile incoraggiare i bambini a riflettere sui valori espressi nel cartone animato, sulle aspirazioni manifestate dai personaggi e sulle strategie che adottano per raggiungere i loro obiettivi: si può, ad esempio, parlare di quanto la bellezza sia soggettiva e di come l’obiettivo di “trovare l’amore della propria vita”, tipico delle principesse Disney, possa accompagnarsi ad altre forme di realizzazione di sé.

4) Si possono immaginare attività che, a partire da ciò che si è visto sullo schermo, portino a identificare i pregiudizi e gli stereotipi distorti che riguardano categorie precise di soggetti: dai bambini stessi («Secondo te, come ti vediamo noi genitori? Come ti vedono i tuoi compagni?») ad altre persone e gruppi di persone. 

5) Infine, è auspicabile accompagnare i bambini e i ragazzi nella costruzione di “controstereotipi”. Facendo un po’ di attenzione: un controstereotipo efficace non è, ad esempio, la rappresentazione del padre di Peppa Pig, che svolge le faccende domestiche in modo goffo finendo così per confermare lo stereotipo che l’uomo è inadatto a queste attività; piuttosto, significa pensare i personaggi fuori dal loro contesto abituale, oppure spogliarli di quelle caratterizzazioni basate sul pregiudizio, scardinando le abitudini e promuovendo una visione aperta, tollerante e rispettosa dell’Altro.

Un compito di cittadinanza

È evidente, leggendo questi spunti di attività (che sono solo esempi: ciascuno può personalizzarle secondo le proprie preferenze e abitudini), che il compito più impegnativo spetta proprio all’adulto. Nei primi anni di vita, infatti, i bambini non condividono i pregiudizi tipici dei “grandi”: riescono a comunicare col linguaggio del corpo anche con chi non parla la loro lingua, provano a esplorare abitudini culturali diverse, guardano con naturalezza qualsiasi forma di amore tra esseri umani, e via dicendo. I genitori e gli educatori, allora, dovrebbero far sì che quegli stereotipi e quelle caratterizzazioni che semplificano, banalizzano, deridono, negano o perfino aspirano a cancellare la differenza dell’Altro vengano via via riconosciuti e decostruiti, al fine di mantenere quanto più intatto possibile quello sguardo autenticamente aperto all’alterità

In sintesi, per quanto sia sempre auspicabile scegliere contenuti di qualità per l’infanzia, uno dei compiti dell’adulto è di promuovere la formazione di un “lettore” (inteso, seguendo la lezione di Umberto Eco, nel suo senso più ampio, sia del “testo scritto” che di quello “orale” e “multimediale”) più critico, capace di esplorare i boschi narrativi e, via via con l’età, di riconoscere quali ideologie e quali valori stiano alla base della storia che si sta leggendo, ascoltando o guardando. Mettendo in atto, quindi, un prezioso esercizio di educazione alla cittadinanza.

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Note
[1] Sarah M. Coyne et al., Pretty as a Princess: Longitudinal Effects of Engagement With Disney Princesses on Gender Stereotypes, Body Esteem, and Prosocial Behavior in Children, «Child Development», 87, 2016
[2] Anna Grazia Lopez, Pedagogia delle differenze. Intersezioni tra genere ed etnia, Edizioni ETS, Pisa, 2018
Bibliografia
  • Anna Antoniazzi, Dai Puffi a Peppa Pig: media e modelli educativi, Carocci, Roma, 2015
  • Giuseppa Cappuccio, Cartoons di qualità nella prima infanzia. I bambini e la media education, Aracne, Roma, 2015
  • Cosimo Di Bari, Cartoon educativi e immaginario infantile. Riflessioni pedagogiche sui testi animati per la prima infanzia, Franco Angeli, Milano, 2019
  • Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, Milano, 1995
  • Damiano Felini, Cosimo Di Bari, Il valore delle differenze. Tra teorie e pratiche educative, Junior, Parma, 2019
  • Elena Riva, Sofia Bignamini, Lisa Julita, Laura Turuani, Nuovi principi e principesse: identità di genere in adolescenza e stereotipi di ruolo nei cartoni animati, Franco Angeli, Milano, 2020
  • Serge Tisseron, 3-6-9-12. Diventare grandi all’epoca degli schermi digitali, La Scuola, Brescia, 2016
Articolo pubblicato il 14/05/2021 e aggiornato il 04/08/2021
Immagine in apertura PeopleImages / iStock

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